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Arriaga: Disneyland sarà messicana
Finita la chiacchierata con il pubblico, Guillermo Arriaga abbraccia la moglie e i due figli. Fanno un bel quadretto: una famigliola messicana (ma potrebbe essere spagnola, italiana, francese... insomma, "latina") in vacanza in Italia. Avendo avuto l'onore di presentarlo alla gente bolognese, assieme allo scrittore super-esperto di Messico Pino Cacucci, possiamo dire che conserveremo di Arriaga un ricordo forte: è una bella persona, oltre che un bravo scrittore. Ospite della manifestazione bolognese "Le parole dello schermo", terminata sabato (ieri, stesse sale e stessa organizzazione, la Cineteca di Bologna, è iniziato il "Cinema ritrovato"), Arriaga ne incarna lo spirito: è uno scrittore che scrive per sé (romanzi) e per il cinema (sceneggiature). Fazi Editore ha pubblicato in Italia Il bufalo della notte e ora manda in libreria Un dolce odore di morte, scritto precedentemente (nel '94). Al cinema, Arriaga è famoso come "complice" del regista Alejandro Gonzalez Inarritu, per il quale ha scritto Amores perros e 21 grammi; ma a Cannes è stato premiato come miglior sceneggiatore per The Three Burials of Melquiades Estrada, prima regia del divo Tommy Lee Jones. Un filo lega tutte queste opere: l'irruzione della morte, spesso accidentale, casuale, assurda; una morte che cambia la vita di coloro che restano.

È almeno dai tempi di "Que viva Mexico!" di Eisenstein che la presenza dei morti popola il cinema messicano. In questo senso, sei l'erede di una grande tradizione?

Il mondo moderno rimuove la morte. Il capitalismo ci vuole occupati esclusivamente a produrre e a consumare, non a vivere, né a morire. Ma la vita e la morte sono strettamente unite, e nella cultura messicana la morte è solo un nuovo inizio. Nel mio lavoro è così in Un dolce odore di morte ed è così nel film scritto per Jones, io voglio mettere a confronto i personaggi con la fisicità della morte. Facciamo un esempio. Siamo qui, in questa stupenda sala dell'antica Università di Bologna. Siamo seduti, parliamo. Se io disponessi sulle sedie alcuni scheletri, ci sarebbe forse un minimo di disagio ma la conversazione potrebbe proseguire. Ma se portassi qui alcuni cadaveri morti da 2-3 giorni, nessuno potrebbe tollerare la loro presenza. Un cadavere in decomposizione è una minaccia. Il suo odore, il suo colore, la sua consistenza sono "scandalosi". I miei personaggi vivono questo scandalo: accade a Sean Penn in 21 grammi, accade a Ramon in Un dolce odore di morte, accade alla guardia di frontiera che ha accidentalmente ucciso Melquiades Estrada. Tutti devono assumersi la responsabilità della morte: anche quando non li riguarda, come Ramon, costretto a vendicare una ragazza uccisa che non conosceva nemmeno.

"21 grammi" è il peso dell'anima: il peso che un corpo perde quando muore. Tu sei religioso?

Sono stato educato in modo ateo e sono tuttora ateo. Non so cosa significhino le parole "colpa" e "peccato". Però non nego Dio. Solo non riesco a capire come si possa parlare con qualcuno che non c'è. Ho vari amici preti e spesso discuto con loro a questo proposito. 21 grammi è la storia di un'ossessione, perché io sono un ossessivo. Anche nella scrittura. Ho impiegato 4 anni per scrivere 21 grammi, per equilibrare nei minimi dettagli la struttura del film. E poi ogni tanto qualcuno scrive che il merito del film è tutto del montatore! Invece il continuo andirivieni nel tempo, il montaggio non lineare della storia, era tutto sulla carta. Inarritu ci ha messo del suo, ma il mondo raccontato in Amores perros e in 21 grammi è il mio mondo. Lo so, molti sceneggiatori lavorano PER i registi, ma io cerco di lavorare CON i registi, e sostengo che nei film da me scritti ci sono almeno due autori.

In "Melquiades Estrada" c'è un'atmosfera alla Peckinpah. È un paragone che ti offende, o ti lusinga?

Mi lusinga. Adoro Peckinpah. Ho visto e rivisto Pat Garrett e Billy the Kid e Convoy.

In più, c'è una riflessione politica molto forte sul rapporto Usa-Messico. Melquiades Estrada è un clandestino che viene ucciso per errore. Un suo amico cowboy porta il cadavere in Messico, per seppellirlo nella sua terra, e si trascina appresso il soldato che l'ha ucciso. Sono due Americhe: una che guarda al Messico con affetto, l'altra che è costretta a prendere coscienza dei propri crimini.

I due personaggi incarnano due opposti atteggiamenti. Negli Usa c'è chi accetta che gli ispanici siano ormai la prima "minoranza", e chi lo rifiuta. Io trovo intollerabile che la gente ancora muoia annegata nel Rio Grande, tentando di arrivare negli Usa per vivere una vita decente. Questo deve finire: gli Usa devono capire che senza il lavoro dei "latinos" alcuni stati del Sud-Ovest farebbero bancarotta. Ma il rapporto Usa-Messico sta lentamente cambiando, anche nel cinema, e mi piace pensare che noi messicani siamo una sorta di virus che sta contaminando il cinema hollywoodiano. Nel 2050 i "latinos" saranno più degli "anglos". Washington dovrà accettare questo. E dovrà accettare che noi messicani abbiamo prestato agli Usa gran parte del loro territorio (Texas, California, Colorado, New Mexico, Arizona), e che prima o poi ce lo riprenderemo. Forse lasceremo il Texas a Bush. Ma ci terremo Disneyland.

Intervista di Alberto Crespi – L’UNITA’ – 04/07/2005

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