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Le armene? Pazienti tessitrici contro il genocidio

Nel mio libro non c'è odio, e neppure rancore, ma solo la volontà di ricordare e testimoniare”. Ci tiene a sottolinearlo Antonia Arslan, vincitrice del Premio Campiello con il romanzo La Masseria delle Allodole (Rizzoli, pp. 238, € 15,00). Il libro racconta una storia d'amore, quella fra Sempad e Shunshanig (i due personaggi danno i nomi alle due parti in cui è suddiviso il libro) sullo sfondo di una tragedia collettiva, oggi in parte dimenticata, quale fu il genocidio del popolo armeno, decretato nel 1915 dal partito dei Giovani Turchi.

Lo stato turco ha deciso che non c'è posto per le minoranze ed inizia così la deportazione in massa delle donne armene, mentre gli uomini vengono sterminati. Antonia Arslan segue la vicenda di tre bambine e un bambino vestito da donna che, avviati alla deportazione verso il deserto siriano, attraverso una serie di rocambolesche peripezie riusciranno a salvarsi per raggiungere l'Italia. La memoria familiare dell'autrice si intreccia con la storia – il genocidio del popolo armeno è stato un terribile crimine contro l'umanità, come ha affermato il Parlamento europeo nel 1987, che è costato la vita a più di un milione di persone, ma il governo di Ankara tuttora si rifiuta di riconoscerlo come tale -, dando origine a un libro di grande impatto emotivo, oltre che di notevole qualità letterarie, nella scrittura calda, commossa, vibrante, a tratti lirica, pur nella sua costante concretezza.

Signora Arslan, che cosa c'è di vero e cosa di inventato nel libro?

L'elemento legato alla storia della mia famiglia è predominante, quindi si tratta di memorie reali. Ci sono poi cose verosimili, ricostruite sulla base di altre testimonianze, oltre ovviamente a una dose di invenzione. Il libro non è un saggio storico ma un romanzo, nonostante la base di documentazione.

Quanto è stato importante il suo lavoro di studiosa del romanzo di appendice per creare la trama del romanzo, con i suoi elementi avventurosi e picareschi?

La mia esperienza di lettrice e studiosa di romanzi popolari è stata fondamentale. Da lì ho imparato il rispetto per il lettore e il gusto per il racconto, un racconto disteso, tradizionale, avvincente. Il lettore ha bisogno di sapere che si crea una storia per lui e questo gli autori dei romanzi d'appendice l'hanno sempre avuto presente.

Gli armeni chiamano il genocidio di cui furono vittime all'inizio del Novecento “Mez Yeghèrn”, il grande male, quasi la loro Shoah. C'era un' “organizzazione speciale” come speciali saranno qualche anno più tardi le SS hitleriane. Esistono altre analogie tra il genocidio armeno e quello degli ebrei?

I Giovani Turchi avevano progettato di eliminare tutte le minoranze: gli armeni, ma anche i greci, gli assiri, i curdi. Era una teoria nazionalista contraria allo spirito cosmopolita che aveva caratterizzato da sempre l'impero ottomano. Quando Hitler decise di eliminare gli ebrei pare che abbia reclutato nelle SS alcuni ufficiali che erano stati attivi nello sterminio armeno e che, di fronte alle obiezioni di alcuni suoi collaboratori abbia detto qualcosa come: “Possiamo fare quello che vogliamo; chi si ricorda più dello sterminio degli armeni?”. E' analoga l'idea di far fuori una minoranza all'interno di un paese per la sue caratteristiche razziali.

Nel suo libro incontriamo molti personaggi femminili. Come mai le donne armene si sono salvate dal genocidio, mentre gli uomini no?

Gli uomini furono sterminati subito, le donne deportate. Gli uomini furono eliminati fisicamente nei modi peggiori: legati su barche poi fatte affondare; ammassati in chiese successivamente incendiate...Nel mio libro immagino che siano radunati in un magazzino da cui vengono fatti uscire all'alba per essere fucilati, ma senza dire nulla alle loro donne, per evitare le reazioni. Le donne si trovarono da sole, con i vecchi e i bambini al seguito, a dover decidere, spesso in poche ore, cosa prendere con sé, come muoversi, affittando un carro, un cavallo o un asino. La deportazione fu il lato più tragico dell'intera vicenda. Pensi che da una città dell'Anatolia, Karput, partirono in 18 mila ed arrivarono ad Aleppo in 150: tutti gli altri morirono di stenti per strada.

Perché questa rimozione del genocidio armeno e le difficoltà a riconoscerlo ancora oggi da parte della Turchia?

Nel 1915 tutti nel mondo sapevano cosa stava accadendo in Turchia. La stampa parlava esplicitamente di “sterminio di massa”. Dopo la fine della prima guerra mondiale, però, le potenze occidentali, Francia, Inghilterra e Italia, stremate dalle fatiche del conflitto, si disinteressarono alle cose turche, decidendo di credere a Kemal e Ataturk. Effettivamente nel '18 a Costantinopoli si svolsero dei processi, una specie di Norimberga, ma poi venne tutto insabbiato.

Torniamo al suo libro: romanzo storico, ma soprattutto vicenda d'amore...

Direi di sì, è una storia d'amore di un genere oggi fuori moda, quello coniugale. Amore tra marito e moglie, un amore forte, tenace, sensuale, dotato di una fisicità che si esprime nella prole numerosa, un amore in cui ciascuno dei due partner non può concepire la propria vita senza l'altro...

Un altro personaggio a cui sembra particolarmente affezionata è quello del mendicante Nazim...

Sì, è un personaggio che matura nel corso della vicenda, perché ogni romanzo, in fondo, è un romanzo di formazione. Prima, come soia, tradisce la famiglia armena protagonista del libro, poi però sarà all'origine della sua salvezza dallo sterminio. Nazim è un personaggio che è cresciuto con me, man mano che scrivevo il romanzo.

Come descriverebbe il carattere del popolo armeno?

Nell'antichità gli armeni erano contadini, poi diventarono artigiani e commercianti. Ho descritto il loro carattere come “mite e fantasticante”: sono sempre stati persone dolci ed educate, caratterizzate da una loro ingenuità, intesa come spontaneità di cuore. Hanno un forte senso della famiglia, una famiglia allargata che comprende gli anziani e i vicini. Non una famiglia patriarcale, però, perché le donne non hanno mai subito la figura del “padre padrone”. All'inizio del Novecento erano moltissime le donne armene che si diplomavano nelle scuole superiori, segno di un'emancipazione femminile che equivaleva all'alta considerazione in cui erano tenute nella società.

Le donne sono quelle che anche nel suo libro si oppongono alla brutalità della guerra e del genocidio con la loro capacità di conservare la vita, nonostante gli orrori della storia...

Mi piacerebbe che questo emergesse come il messaggio centrale del romanzo. Nonostante tutto, le donne armene hanno saputo tenere duro, senza arrendersi di fronte alle immani difficoltà che si sono trovate ad affrontare, all'improvviso e senza aiuti dall'esterno. Lo hanno fatto con l'amore di cui si sono manifestate capaci, ma anche con l'astuzia, con la furbizia, mettendo insieme i fili e intrecciandoli tra loro, fino a far comparire, con la pazienza, il disegno del tappeto, per usare una metafora femminile come quella della tessitura e del ricamo. Le donne armene sono da sempre abilissime ricamatrici: nell'arte del ricamo si è espressa per secoli la loro creatività, attraverso l'originalità e, ancora una volta, la pazienza.

Intervista di Roberto Carnero – L'UNITA' – 05/09/2004




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