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Ma Allah non abita più in periferia

Lei, Nadeem Aslam, è cittadino britannico?

Sì.

Ieri ha votato? E per chi?

No, ieri non ho votato. Ma, in un certo senso, esprimo il mio voto ogni volta che scrivo un romanzo: dalla mia scrittura traspare quello che penso del mio Paese.

E cosa pensa del fatto che il suo Paese abbia rieletto premier per la terza volta Blair?

Penso che le opinioni politiche espresse dai tories fossero in maggioranza repellenti. Nel parlare di immigrazione hanno assunto posizioni che farebbero tornare la Gran Bretagna indietro di mezzo secolo. La Gran Bretagna conosce l’immigrazione dagli anni Cinquanta e, da allora, è cresciuta come una società integrata. Quando i nostri genitori arrivarono qui per primi una minoranza tra i cittadini britannici reagì con violenza, alcuni ristoranti e alberghi esibivano la classica scritta “niente neri né indiani né pakistani”. Anzi, la formula sprezzante per noi era “i paki”. Ma poi la contaminazione e l’integrazione sono andate avanti e questo, oggi, fa parte dell’identità degli stessi inglesi.

Però nel suo romanzo “Mappe per amanti smarriti” lei scrive che l’atteggiamento degli inglesi verso gli immigrati di pelle scura è cambiato, in sequenza, dal “Non voglio vederli né lavorare al loro fianco” al “Non m’importa di lavorare al loro fianco se proprio devo, purché non debba anche rivolgere loro la parola” all’'ok, lavoriamo e sul lavoro parliamo, “purché non mi tocchi parlare con loro anche fuori delle ore lavorative”, fino al d’accordo, socializziamo, però “non voglio trovarmeli nella casa accanto”. Il limite si è spostato, insomma, ma esiste sempre.

Pure, è una sequenza che indica un miglioramento. Anche se bisogna tenere presenti due questioni: oggi arriva una nuova ondata di immigrati, iracheni, curdi, somali, e questo nei conservatori sta provocando una reazione idiosincratica e razzista simile a quella provocata cinquant’anni fa dall’arrivo degli ex sudditi delle colonie. Nel fondo, per questa parte di opinione pubblica, dunque, non è cambiato nulla davvero. La seconda questione è che l’assimilazione ha bisogno di partecipazione attiva. Io non ho votato ma sono una creatura politica, credo nell’azione.

Nadeem Aslam, trentanove anni, è nato in Pakistan da una famiglia dell’upper class: il padre, poeta e produttore cinematografico, è stato costretto a venir via dalla sua terra a causa delle sue posizioni politiche di sinistra e Nadeem è dal 1980, l’anno in cui è arrivato a Manchester, che vive quel processo di ibridazione che consiste nell’essere un anglo-pakistano (tra loro, poi, c’è qualcuno come il collega un po’ più anziano Hanif Kureishi che rifiuta quest’espressione e dice di se stesso, secco, “sono un cittadino londinese”). Dunque, la formazione di Nadeem Aslam ha potuto seguire un percorso diverso da quello classicamente emancipatorio che descrive lui stesso nel suo romanzo: padri e madri che, con fatica, mandano i figli all’università perché salgano quel primo gradino. Lui, dopo essersi iscritto all’università a Manchester, ha abbandonato gli studi per scrivere un primo romanzo, The Season of the Rainbirds, apparso nel ’93, poi, da scrittore che crede davvero nella propria vocazione ha lavorato per ben undici anni prima di pubblicare questo secondo, Mappe per amanti smarriti, uscito in Italia, per Feltrinelli, a ottobre scorso. Un romanzo insignito nel 2005 dell’asiatico Kiriyama Prize, e che l’ha fatto appaiare dalla critica a Salman Rushdie, che l’ha consacrato insomma nel pantheon, sempre più affollato di talenti spesso potenti, dei narratori che scrivono non in inglese, ma negli “inglesi” del pianeta decolonizzato. Ora, racconta, è al lavoro su un terzo testo, ambientato nell’Afghanistan di oggi.

Mappe per amanti smarriti è un romanzo che comincia con la poesia delicata di paesaggi su cui fiocchi di neve cadono con «un ritmo lento, quasi frenato, come piume» e che, d’estate, quando i frutti cadono dai ciliegi selvatici si costellano di macchie rosse e blu: è la colorata natura di un luogo X dell’Inghilterra visto con occhi esotici. Ma, dopo trecentosettanta pagine, si conclude con la violenza di un corpo di donna fatto a pezzi, bruciato e sepolto, e d’un altro corpo, quello del suo amante, lasciato agonizzare, poi, morto, a decomporsi. Mappe per amanti smarriti è un giallo al contrario: quasi dall’inizio sappiamo che i due innamorati, il quarantacinquenne Jugndu e la non ancora trentenne Chanda, scomparsi dalla casa dove convivevano benché non sposati - ecco il loro peccato - sono stati uccisi “per onore” dai fratelli di lei, ma solo nei capitoli finali capiamo quale rete di connivenze, per paura o per approvazione, abbia coperto i due assassini. Quell’angolo di mondo pakistano d’oggi in Inghilterra, un angolo non identificato, ma che loro, gli immigrati - gli esuli che nel lasciare il loro paese hanno perso una stagione delle loro cinque, Mausam-e-Garma, il Monsone - hanno ribattezzato nella loro lingua Dasht-e-Tanhaii, la Terra della Solitudine, assomiglia terribilmente al nostro meridione di cinquant’anni fa: per l’estraneità alle leggi, per la violenza ricattatoria e il timore che ciò produce, per il maschilismo che sfocia nel crimine. Pure, Mappe per amanti smarriti sa regalarci la poesia del vecchio sikh che ama la musica di Louis Armstrong che con la tromba “chiama a casa i suoi bambini” e che inizia al jazz gli altri, immigrati come lui dal subcontinente; così come quella di Jugnu, l’uomo libero che ama la vita e, da entomologo, insegna ai piccoli del luogo i mille segreti di farfalle e lucciole.

La natura, come lei la descrive, sembra un mondo di infinita bellezza e infiniti insegnamenti, mentre la civiltà sembra qualcosa che rende succubi gli esseri umani. È una contrapposizione consapevole? chiediamo ad Aslam.

Sì, era appunto la mia intenzione: la vita è meravigliosa, ma noi ci costruiamo delle gabbie politiche, religiose o sociali che ci rendono soli e tristi, a volte fino alla disperazione. Ho scritto questo romanzo, appunto, per esplorare queste trappole una dopo l’altra e, così, aprirle.

Il massimo della prigionia è quella che vive Kaubab: è moglie del laico Shamas, il fratello di Jungdu, ma è incapace di assimilarsi all’Inghilterra ed è la carceriera di se stessa, con la sua impaurita devozione e il suo ossequio alle regole più patriarcali. È lei che, di fatto, consegna la coppia di amanti ai loro assassini. Quali sentimenti ha provato per questo suo personaggio?

Non sapevo se amarla o odiarla. Alla fine mi si è rivelata come una figura totalmente tragica, ingabbiata com’è in quello che considera il solo “pensiero lecito”. Ha una grande capacità di amore: è felice quando cucina per i suoi figli , ma non riesce a concepire che, crescendo lì, in Inghilterra, loro diventino qualcosa di diverso.

Hanif Kureishi, in un suo racconto, Mio figlio il fanatico , ha descritto lo scontro crudele che contrappone un padre pakistano, tassista a Londra e fervido ammiratore della società occidentale, al figlio che invece, scopre, sta diventando un musulmano integralista. Anche lei descrive la violenza dello scontro generazionale, ma al contrario: un figlio, Ujala, offende Kaubab e Shamas mostrandosi nudo a letto e masturbandosi davanti a loro. Nel romanzo le cosiddette “opportunità” della nostra società, la libertà sessuale o la contraccezione, sembrano trasformarsi, per chi a essa non appartiene, in violenza: i più giovani le vivono nel segno dell’autolesionismo, un aborto inutile, una vasectomia affrontata quasi per gioco.

Eppure questa è la sfida - replica Aslam - Il contatto tra culture è difficile, ma deve andare avanti. Dovremmo proibire la lettura della Divina Commedia nelle scuole perché Dante colloca Maometto nell’Inferno?.

Lei è credente?

Sono ateo. Non credo nell’Eden, credo nel Big Bang e in Darwin. Però dopo l’11 settembre se me lo chiedono rispondo “Sì, sono musulmano”. Per testimoniare che non tutti i musulmani si schiantano con un Boeing dentro un grattacielo.

Qual è la sua posizione sull’Iraq?

Penso che domani, dopo la guerra, gli iracheni staranno meglio. Gli Usa, invece, staranno peggio, per ciò che la guerra ha causato alla loro reputazione. Ma non ho nessuna simpatia per i kamikaze che ammazzano innocenti. Per principio mi rifiuto di ascoltare le loro ragioni.

In una delle scene finali di “Mappe per amanti smarriti” un religioso sogna che gli appaia Maometto e che gli dica: “scrivi al presidente americano, digli che Allah vuole che si converta all’Islam”. Davvero l’Islam sogna che Bush diventi musulmano?

Sì, penso che molti musulmani coltivino questo sogno.

Intervista di Maria Serena Palieri – L'UNITA' – 07/05/2005




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