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Balestrini, ti senti complice?

Anni di lotte, libri, convegni, battaglie vinte e perse. Ma non sono bastati. Per l'ennesimo anno il mondo si trova a denunciare la violenza sulle donne. Si mettono sul tappeto i dati, le analisi di studiose, di politiche, di femministe. La parola spetta prima di tutto a loro.


Gli uomini intervengono per sostenere la denuncia, per prendere le distanze. Quello che non fanno o fanno molto poco è parlare di sé, della loro identità. Il fatto che nel mondo persone dello stesso sesso compiano soprusi e violenze è altro da loro, dalla loro identità? In che modo si sentono coinvolti? Abbiamo fatto queste domande a Nanni Balestrini, lo scrittore italiano che dalla nascita della neoavanguardia del Gruppo 63 non ha mai smesso di osservare le dinamiche sociali. L'autore de Gli invisibili o de La violenza illustrata (di recente riedito da DeriveApprodi) accetta di intervenire. Un compito non facile, reso forse più semplice da una storia comune, anche se conflittuale, col femminismo degli anni Sessanta e Settanta.

La conquista dell'uguaglianza e in alcuni casi della libertà da parte delle donne non è bastata. Ci sono tanti uomini che pensano di poter fare contro di loro quello che vogliono. Come è possibile?

La raggiunta autonomia da parte delle donne ha rotto un equilibrio, in cui gli uomini erano convinti di aver un monopolio del dominio. La reazione di molti maschi davanti al cambiamento è quella della violenza. Erano abituati a essere i capi riveriti della coppia e della famiglia, ora si sentono messi in crisi. Non accettano la nuova condizione. Non si adeguano. Compiono atti che io personalmente considero se non inspiegabili, incomprensibili. Inaccettabili.

La crescita della violenza sulle donne è un fattore che interroga il tuo essere uomo in questa società? O pensi che sia un dato da osservare dall'esterno?

Penso che l'aumento della violenza sulle donne sia da collegare anche a un aumento della violenza in generale. E' legata a forme di violenza diffuse. I media, il cinema, la televisione, tutti i mezzi di comunicazione rimandano continuamente immagini di morte, di aggressività. Il rischio è l'assuefazione, l'imitazione.

Su questo torniamo dopo. Insisto: quello che emerge non dovrebbe spingere a una critica dell'identità maschile tout-court?

C'è una parte di violenza che esercitiamo tutti. Uomini e donne. Le donne lo fanno in maniera diversa. Ci sono tanti modi di imporre la propria volontà. C'è un fondo di violenza che risale al sesso. Nel rapporto sessuale l'uomo è stato nei secoli più violento. La cultura è intervenuta per modificare, cambiare abitudini, comportamenti. Non tutti lo hanno fatto. L'ambiente, come spiegavo prima, non li aiuta.

Nel movimento degli anni Sessanta e Settanta i rapporti tra gli uomini e le femministe non sono stati semplici. Ci furono scontri, accese discussioni. Sono passati invano?

Sì, è vero, erano discussioni molto accese. Per molti di noi era la prima volta che si sentiva parlare di certe questioni. E' di quegli anni l'espressione del femminismo: "il personale è politico". Per gli uomini la politica coincideva con l'azione collettiva. Le donne sostenevano che tra il pubblico e privato c'era un legame molto forte, che idee e sentimenti erano tutt'uno. Sono questioni che ora si danno per scontate. Forse, oggi, anche chi compie violenza non pensa che questo sia giusto.

Di recente allo spazio espositivo di Roma, Macro, erano esposte alcune tue opere che riflettono sul linguaggio dei media. Quale immaginario, quale linguaggio oggi prevalgono?

Ho l'impressione che negli ultimi anni ci sia stato un aumento della violenza: è diffusa in ogni momento del quotidiano. Gli stessi artisti riproducono immagini di violenza. Non perché ne condividano lo spirito. Lo fanno criticamente. Ma proprio per questo le loro opere sono il sintomo che questa società non va tanto bene. La tv non manda in onda che immagini violente, di morte. Lo stesso erotismo è ridotto a una pornografia dove il corpo della donna è trattato quasi come sotto tortura. La violenza da un parte diventa una scorciatoia davanti ai problemi; dall'altra può essere un elemento per affermare la propria autosufficienza. Siamo nel periodo della guerra permanente. Ci siamo dentro. Ce l'abbiamo continuamente sotto gli occhi.

Intervista di Angela Azzaro – LIBERAZIONE – 24/11/2004




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