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Un terrorista piccolo piccolo

Il mio ciclista preferito è Joop Zoetemelk, il pel di carota olandese il cui cognome significa “latte zuccherato”. Da quando avevo undici anni (da quando i miei genitori mi hanno regalato la prima bicicletta) ho visto i filmati di tutte le sue gare internazionali. Vorrei fingere di essere io a vincere la corsa. Ma non potrei mai, perché i mangioni vanno sempre lenti”.

Chi parla è “il ciclista” senza nome, un giovane libanese che dal letto di un ospedale, dov’è stato ricoverato dopo esser stato investito da un’automobile, ci illustra la sua formazione ad una sinistra “Accademia” di Londra per diventare un insospettabile terrorista. L’incidente ha interrotto la preparazione di un attentato eclatante in un grande albergo di Beirut, dove “il ciclista” uscendo dal gruppo di una gara dovrà consegnare un bambino meccanico, ovvero una bomba.

Il giovane libanese non ci rivela mai la sua appartenenza ad un preciso gruppo terroristico, si espone in maniera da poter essere parte di ognuna delle tante sigle ed etnie che rivendicano la pratica terroristica come forma di lotta. Il ciclista è anche un grande appassionato di cucina, della cucina di tutto il mondo, degli incroci tra le tavole della regione fino alle portate globalizzate di McDonald’s, dal suo letto vaneggia di stufati e di zuppe, di dolci e di pani, di fusioni di zuccheri e grassi, di collisioni di sapori e di esplosioni di colori, a volte immaginandosi anche quello che accadrà ai corpi nella hall dell’albergo.

Il ciclista (traduzione di Anna Mioni, minimum fax, pp.185, euro 13,00) di Viken Berberian è un romanzo ora surreale, ora politico, a tratti è una saga familiare e insieme lucido viaggio dentro la formazione di un possibile kamikaze. Alzandosi dal letto «il ciclista» rifinisce la sua preparazione e si getta verso la volata decisiva ma intanto la sua fidanzata e compagna dell’Accademia terroristica gli annuncia del bambino in arrivo: il suo e in carne ed ossa. A Viken Berberian, libanese che vive ora tra New York e Marsiglia, di passaggio a Roma abbiamo chiesto del suo singolare ciclista.

Berberian il suo ciclista è volutamente ambiguo in quanto ad appartenenza, in un area fitta di organizzazioni terroristiche.

Sì, volevo che la sua collocazione rimanesse nell’ombra. C’è una sua formazione in una fantomatica Accademia londinese ma non è mai specificata la militanza. Il ciclista è un terrorista generico, c’è dell’ambiguità voluta ma volevo soprattutto dire che chiunque ha una forma di sofferenza può diventare un terrorista. Lui ha visto soffrire e morire delle persone quand’era adolescente e questo lo ha segnato più dell’agiatezza della sua famiglia.

A proposito della famiglia, quella del ciclista è benestante, secolarizzata e non particolarmente credente.

Volevo evidenziare una situazione in cui che anche delle persone laiche e ricche possono soffrire. Non è necessariamente la religione che porta alla politica o al terrorismo, mi viene in mente che il famoso terrorista sudamericano Carlos veniva da una famiglia di notai.

I genitori del suo ciclista sono degli intellettuali, il padre in particolare è un esperto di pittura e di filosofia, sembrano vivere in una città ben lontana dai focolai integralisti.

Certo la famiglia è molto cosmopolita, il padre è un uomo di pensiero ed è per questo che il ciclista lo disprezza, perché lui è un uomo d’azione e il padre un teorico. C’è un impeto a fare le cose anziché a teorizzarle, anche la sua preparazione ciclistica, il tentativo di perdere peso, il migliorare il fiato e il tono delle gambe ancor prima dell’attentato sono da interpretare in questo senso.

Nel libro ha un ruolo centrale la passione per la cucina. La storia è una trionfante carrellata di piatti e di spezie, una metafora della lotta tra alcuni sapori e dell’amalgama di altri elementi.

Volevo dare l’idea del miscuglio di culture, volevo usare il linguaggio universale della cucina - perché ognuno ha mangiato o sa cos’è un falafel o un thé alla menta - per indicare che il mettere insieme è più importante del separare. Il mio ciclista ama questo rimescolamento dei sapori, perché nel cibo, anche in quello straniero non c’è pregiudizio, ad eccezione forse della Coca-Cola, ma al contempo lui è attratto anche dalle reazioni chimiche degli elementi dei piatti, dai momenti di contrasto, di lotta.

Da dove viene la sua passione per questo sport, che nelle pagine del suo libro è davvero esaltato?

Per me il ciclismo è uno sport esteticamente bello, la circolarità della ruota, l’idea del percorso me lo hanno fatto sempre prediligere ad altri sport. E poi offre certi personaggi impensabili in altri sport: io sono ancora segnato dall’immagine dell’ostinazione di Pantani, dal fatto che gli altri lo snobbassero e lui reagiva in quel modo, con quella volontà incredibile.

Intervista di Michele De Mieri – L'UNITA' – 04/12/2006




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