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Luciano Bianciardi

Il comune senso della bistecca

Racconto erotico, scritto da Luciano Bianciardi nel '65, La solita zuppa è la storia d'un impiegato milanese di nome Bianchi, sposato e con un figlio, che durante la pausa pranzo, “come un ladro, come se fosse una rapina, con tutti gli accordi presi a mezze parole, per allusioni, senza mai chiamare la cosa col vero nome”, telefona a una casa d'appuntamenti e prenota “la fiorentina”. Fortunatamente, “il nebbione” lo salva dagli sguardi indiscreti del prossimo mentre raggiunge il “luogo del delitto” in Brera. Lì “col cuore in tumulto”, viene assalito da un improvviso desiderio di scappare prima di compiere l'atto clandestino e vergognoso, da tutti pubblicamente condannato. Troppo tardi. In quel momento entra “la fiorentina”. Bianchi “consuma”, in segreto e quasi al buio: non si tratta d'una ragazza ma della bistecca.

Non ci troviamo dalle parti di “mucca pazza”, ma in una Milano senza tempo, il cui protagonista, Bianchi, vive in un mondo alla rovescia dove il tabù relativo a quelli che Epicuro ha definito “bisogni naturali” è invertito. Proibito non è il sesso ma il cibo. Rispetto al quale, ufficialmente, vige la monogamia. Quand'era giovane e inesperto Bianchi ha scelto il semolino e a quello deve restare legato per tutta la vita fantasticando la fiorentina e domani chissà cos'altro. “Come era insulso, al confronto, il semolino! Ti si precipita giù per l'esofago, senza sostare in bocca, eppure te la lascia impastata, viscosa, e il sapore persiste, per ore e ore”. Può concedersi scappatelle o ricorrere a un rapporto mercenario come fanno in tanti, ma questo è un altro discorso e il senso di colpa rimane. Il divorzio, inoltre, è vietato. E anche se fosse consentito, come chiedono alcune forze politiche, non farebbe in fondo che ribadire il concetto, non porterebbe che a una ripetizione del matrimonio. “Il divorzio? - scrive Bianciardi, in metafora – dà la possibilità di ripudiare un determinato cibo, ma non libera affatto dalla schiavitù dell'alimento unico, anzi la ribadisce”. Appena uscito in strada, il protagonista del racconto vede un bambino davanti a una vetrina con esposte “una fila di natiche”. Il piccolo ha sei anni e si masturba, sotto lo sguardo soddisfatto della mamma. Bianchi si complimenta con lei per l' “appetito” e si rammarica che il suo bimbo sia invece, da questo punto di vista, svogliato. “Ci masturbiamo noi stessi, gli abbiamo preso una manualista specializzata. Niente, non vuole, non vuole farsele. E invece guardi il suo com'è bravo”.

Pubblicato nel '65 da Massimo Pini, trasgressivo editore di Sugar, in una raccolta intitolata L'arte di amare (accanto a testi di Bevilacqua, Soavi, Maraini, Parise e altri), ripubblicato da Bompiani nel '94, La solita zuppa mette in ridicolo il tabù del sesso e le relative distorsioni. Da un lato mostra come il divieto crei una situazione ipocrita cui tutti di nascosto cercano di trasgredire: dall'altro lato, immaginando una società dove il sesso è quasi un dovere, una routine standardizzata e onnipresente, mette alla frusta l'eccesso opposto. “Ascoltate i discorsi della gente in treno e ve ne convincerete. Anche i miei colleghi, del resto, ne discorrono fino alla noia.”. E più avanti: “Anche a noi, per Natale, certi amici regalarono la fellatrice modello Sotch 1000, e io qualche volta l'ho adoperata, più per curiosità che per bisogno, ma non mi è piaciuta un granché, essendo io, lo ripeto, un po' all'antica. C'è chi già possiede la Polysex unifamiliare, con dodici programmi diversi (per lui, per lei, per i piccoli, per la cameriera). Può anche darsi, come scrive Giorgio Bocca, che queste siano aberrazioni da paese colonizzato”.

Luciana Bianciardi, quasi omonima del padre (“non ha avuto, nel darmi il nome, molta fantasia”, dice), traduttrice dall'inglese (ha vinto il premio Monselice per la versione italiana di A confederacy of Duncies, di John Kennedy Toole) ha fondato nel 2000, a Milano la casa editrice ExCogita. Dopo avere esordito con L'alibi del progresso, un volume di articoli del padre, tratti da vari giornali, principalmente l'Unità e l'Avanti!, ora si appresta a pubblicare La solita zuppa, con gli interventi di vari scrittori e critici chiamati in causa per il processo seguito all'apparizione del racconto. In un'Italia democristiana che ammette il “delitto d'onore”, punisce l'adulterio con l'arresto, come nel caso della “Dama Bianca” di Coppi, e sospende la pièce di Paolo Poli su Tita da Cascia perché “la santa vi figura come un'arrampicatrice sociale”, Bianciardi viene accusato di oltraggio al comune senso del pudore e vilipendio alla religione di stato e le copie del libro sequestrate. Furono accusati anche Massimo Pini di Sugar e lo stampatore varesino. Dell'imputazione di oltraggio al pudore possiamo intuire gli estremi, la seconda quella relativa alla “religione di stato”, riguarda il finale del racconto. Dove Bianciardi, imputando il tabù alla morale giudaico-cristiana, scrive “A scuola di catechismo si insegna, per esempio, che Gesù compì il miracolo di moltiplicare i membri che non bastavano a tutta la folla adunata per sentire la sua predicazione. In questo caso ci si è fatti forte del significato che la parola pesce ha in certi dialetti dell'Italia meridionale e di tutta l'area mediterranea. La verità è che il Salvatore moltiplicò dei veri e propri pesci, e quella turba ne mangiò liberamente”. E ancora: “L'ultimo incontro di Gesù con gli apostoli, che gli esegeti vogliono farci passare per un convegno omofilo, fu in realtà un'orgia alimentare”. Cioè un'ultima cena.

Gli interventi a favore degli imputati portano la firma, tra gli altri, di Umberto Eco, Oreste Del Buono, Guido Piovene, Giacinto Spagnoletti, Libero Bigiaretti e Domenico Porzio, direttore letterario della Rizzoli. “Il mio parere è, naturalmente, personale: non mi sono scandalizzato affatto davanti a La solita zuppa, è uno scherzo, uno scherzo non per minorenni, d'accordo, ma uno scherzo che mira a colpire una stortura”, scrive Del Buono. Per Spagnoletti “è evidente l'artisticità della novella. Come in tutta la sua produzione narrativa, anche in questo ottimo racconto, che a rigore potrebbe rientrare nella fantascienza, Bianciardi si giova del suo irresistibile humour toccando risultati indubbiamente artistici”; al contrario “uno scrittore pornografo si riconosce a prima vista”. Aggiunge: “non è eccitante, né ripugnante, ma soltanto comico” e conclude che si tratta di “una satira della totale libertà sessuale e di chi la predica. Il mondo del racconto, in cui l'atto sessuale si pratica alla luce del sole...è un mondo comico, ridicolo; il racconto non lo propaganda, me ne ride e lo prende in giro”. Analogamente, Domenico Porzio, si chiede: “Ma quando mai la pornografia ha fatto ridere? Quale altro fine può avere questa franca dichiarazione di Bianciardi se non quello di rovesciare le carte di un certo conformismo con la frusta della satira e del comico?. Eco, dopo avere citato i teorizzatori del metodo narrativo del “mondo alla rovescia”, da Ernst Robert Curtius a Giuseppe Cocchiara, nonché la conversione all'astratto di Kandiskij avvenuta capovolgendo un quadro e le opere di Voltaire e Montesquieu che criticavano la società guardandola con gli occhi di un visitatore extraterrestre, osserva, giustamente, che è “assai difficile che qualche lettore si sia inurbanamente eccitato alla lettura...ma se è accaduto, allora è costui che deve essere chiamato in giudizio”.

Bianciardi e Pini saranno assolti “perché il fatto non costituisce reato”. Lo stampatore varesino se la cavò dicendo: “Ma se mi a lési tut quel che stampi, ven mat!” (se leggo tutto quello che stampo, divento matto!), e fu assolto “per non aver commesso il fatto”. Quanto Alla solita zuppa, al di là della vicenda giudiziaria e dello spaccato di costume che essa ci restituisce, quel mondo metaforico dove il sesso è quasi un dovere, una routine standardizzata, e il cibo rappresenta un tabù, qualcosa da consumarsi “con senso di colpa”, pare più profetico che alla rovescia.

Antonio Armano – L'UNITA' – 25/02/2002



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