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Dannata Berlino!

E' allegra Pieke Biermann, nonostante un braccio rotto appeso al collo, ricordo della Buchmesse di Francoforte: è giovane, a dispetto dell'anagrafe che informa dei cinquantaquattro anni; è divertita per essere in Italia a rispolverare il suo perfetto italiano, reminiscenze padovane anni Settanta e tante passate traduzioni (da Fruttero e Lucentini a Stefano Benni, passando per Alberoni: qui mostra meno entusiasmo, lo ammetto); è in giro per presentare il suo ultimo libro uscito da noi, i racconti di Berkin Kabbala (Fandango, pp. 143, € 12,00, tradotti da Robin Benatti), storie in parte simili ai due noir che aveva pubblicato Marco Tropea, Karin, Kim, Klaus e gli altri e Violetta ma dalla scrittura molto differente, più nervosa, elaborata, spezzettata e anche faticosa che non regala niente mentre leggi pagina dopo pagina ma che alla fine, come trovando per incanto la giusta focale, restituisce un mosaico di storie intensamente berlinesi e femminili.

Berlin Kabbala è come una sintesi lunga un secolo: dagli echi sferraglianti ed espressionisti della Berlin Alexanderplatz di Alfred Doblin alle corse da Love Parade e videogame di Franka Potente in Lola corre, il film di Tom Tykwer. A dispetto della sua importanza Berlino negli ultimi decenni non ha una sua letteratura, una sua voce, come accade invece a Parigi, Roma, New York, Londra, Napoli, Belgrado, Berlino resta ancora una metropoli poco raccontata, quasi come se la troppa storia avesse un po' gelato i suoi possibili scrittori, Pieke Biermann ci prova da alcuni anni, ora con la sua commissaria Kain Lietze, ora con questi sette racconti – ma alla fine si può parlare di un romanzo a frammenti – scritti tra il 1991 e il 1997 partendo dalle commissioni avute da antologie femministe e finendo un bel po' più in là.

Biermann cominciamo dalla fine. Chiude il libro una piccola appendice di cinque pagine, riflessioni e aforismi su Berlino e sulla Kabbala. Cos'è una sorta di mappa a posteriori?

E' una buona cosa cominciare dalla fine, soprattutto in questo caso perché questa specie di postfazione è nata quando ho deciso che di questi racconti si poteva fare un libro. Visto che tutti i racconti hanno come titolo un numero diverso che si riferisce ad un particolare delle singole storie ho capito che dovevo un po' spiegare il perché di questa mia fascinazione per i numeri. E' nata così l'idea di un breve viaggio nell'Europa della tolleranza, nell'Andalusia che intorno all'anno Mille produsse convivenza, civiltà e Kabbala, numeri. Un'Europa al meglio che forse dovremmo recuperare anche in questi tempi.

Una di queste affermazioni, del 1910, di Kerl Scheffer dice che “Berlino è dannata: deve ininterrottamente divenire e mai essere”. Anche stando agli eterni cantieri, al suo secolare essere capitale ora di un piccolo regno, poi di un grande impero, poi di nuovo piccola e divisa, ora ancora capitale, sembra proprio una metropoli del destino ancora in via di definizione.

Berlino è parte del “villaggio universale” ma ha anche alcune caratteristiche dovute alla sua storia: doveva essere las capitale del marxismo e lo fu invece del nazismo, da Rosa Luxemburg a Hitler , da Walter Benjamin a Goebbels. Poi, la divisione, quel trauma e insieme simbolo incredibile che è stato il muro, e poi le speranze dell'Ottantanove. C'è sempre una promessa in una città come Berlino, a volte si avvera a volte trionfa addirittura il suo contrario. Il mio sogno, ma non solo il mio fortuna, è che adesso Berlino diventi il centro di un multiculturalismo attivo e non delle paure dell'altro.

In tutti i racconti anche se scritti non lontano dalla caduta del muro, di cui ricorrono i quindici anni il 9 novembre, quell'avvenimento sembra essere molto più remoto delle cronologia reale. Perché?

Io credo che dalla storia non si sfugge mai, e a Berlino questo è ancora più vero che in altre città, così l'apparente distanza da quell'evento è solo un effetto psicologico del tempo interiore alle mie eroine dei racconti. Passando dal tempo mentale a quello dell'agire quotidiano, il muro, gli anni della vita al di qua e al di là di quel cemento diventano molto presenti. In un racconto la detective dice di essersi sempre sentita quella che incarna la Berlino occidentale, una che la mattina occupa le case e fa la politica di ultra sinistra e poi la sera va a cena con i clienti, ma c'era anche la donna dell'est con ben altri stili di vita e tutto questo avveniva nello stesso luogo, artificiosamente separato, ecco perché a volte la caduta del muro sembra lontana perché si facevano sentire sempre i conti con l'altro lato, a prescindere dal lato di appartenenza.

In tre dei racconti ci sono le due stesse protagoniste, la detective dell'agenzia Omni e la vecchia lesbo femminista Eddy, bloccata in casa dalla malattia e dall'età e a cui la prima racconta il mondo fuori. A cos'è legata questa triplice presenza?

Eddy è un personaggio bellissimo a cui volevo fare un monumento. E' la sola persona realmente esistita ed è stata per me molto importante. Era una comunista degli anni Venti e Trenta, sempre lesbica, totalmente berlinese, sfuggì al nazismo ma quando dopo la guerra si riscrisse al partito comunista scoprì che non vedevano per niente bene le lesbiche, era diventato un problema. Il comunismo degli anni di Rosa Luxemburg era finito definitivamente e così ruppe coi comunisti della Ddr. Su di lei ho fatto anche un film per la tv, insieme abbiamo avuto dei problemi perché lei si era tenuta tutti i pregiudizi del passato e così dopo l'89 pensava malissimo di tutti i paesi baltici che allora correvano verso la libertà ma che per lei erano quelli filonazisti degli anni Trenta. Insomma volevo fare un omaggio ad una donna così tipicamente berlinese; ho solo cambiato il suo nome che in realtà era Hilde mentre Eddy era la sua fidanzata storica.

Tutte queste donne: detective, killer, anatomopatologhe, alla fine lavorano per Berlino, perché possa emergere dalle loro voci la voce della città, questo poi mi sembra il progetto forte di Pieke Biermann...

E' così, io mi sento come un filtro, un catalizzatore di quello che vedo e sento, una spugna che assorbe per poi stillare nella scrittura pezzi di questa città. Spesso tutto questo è un processo anche inconsapevole, almeno all'inizio, poi c'è la consapevolezza e la fatica della riscrittura, mesi e mesi. Parlo di filtro perché io metto insieme non solo i miei sensi rispetto a Berlino, ai suoi tanti rumori, odori, luci, ma anche perché la mia scrittura è frutto di un dialogo con autori diversi come James Joyce e Bob Dylan. E pensare che tutto questo finisce poi in mano ai miei lettori, primi fra tutti i poliziotti. Lo sa che sono molto letta e commentata dalla polizia di Berlino?

Cosa dice del premio Nobel alla scrittrice Elfriede Jelinek?

Con Jelinek non puoi dire “mi piace o non mi piace”, la sua è un'opera fortissima e radicalissima. Radicale e comica, come Kafka. Puoi anche odiarla: non fa niente perché lo slancio è talmente forte da essere comunque spiazzante. Sono stata molto felice per il suo premio.

Intervista di Michele De Mieri – L'UNITA' – 31/10/2004




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