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La poetessa che trasformò Ceausescu in gatto

Ha un sorriso solare Ana Blandiana, lontano dal paesaggio un po' desolato della sua terra, la Romania che, nei suoi versi, spesso fa capolino attraverso il patrimonio folclorico. Del resto, il suo stesso nome d'arte, Ana, evoca la figura della sposa di Mastro Manole, protagonista di una ballata popolare romena. Blandiana, invece, è il villaggio dal quale provengono i genitori della poetessa. Classe 1942, Ana è nota soprattutto per il suo impegno politico contro il regime di Ceausescu. Ma l'antologia che ora arriva in Italia è semplicemente una raccolta di poesie, a volte venate di malinconia, essenziali e povere. Un tempo gli alberi avevano occhi, questo il titolo del volume, raccoglie versi tradotti da Biancamaria frabotta e Bruno Mazzoni (Donzelli, pp. 189, con un saggio dell'autrice, La poesia, tra silenzio e peccato) e ripercorrere un iter artistico dagli esordi negli anni Sessanta a oggi.


Nel saggio incluso nella sua antologia italiana lei scrive che “lo scopo della poesia è quello di ripristinare il silenzio, la capacità di tacere”...


E' un'equazione semplice: per i moderni la poesia è qualcosa che non si può spiegare, è una suggestione” replica Ana Blandiana. “Il poeta cerca di suggerire delle cose: se si dice poco per comprendere di più, allora è meglio dire ancora meno. Il passo successivo è non dire nulla. Può sembrare assurdo, ma tutta l'arte moderna è una via verso l'assurdo. Il problema è trovare esattamente il punto di equilibrio tra niente e tutto.


Perché ha deciso di non inserire i testi “dissidenti” in questa raccolta?


Credo che non sia giusto mescolare troppo le cose. Nella mia vita la poesia e l'attività politica sono sempre state separate. Come scrittrice io volevo dire tutto quello che c'era da dire e questo significava godere di una libertà che non c'era. Le repressioni che ho subito mi hanno trasformato agli occhi degli altri in una persona che non rinuncia a dire la verità, ma la mia verità era semplicemente poesia. E' vero che ho parlato di una certa realtà, ma non credo che mettere l'accento solo su quel periodo della mia vita sia corretto. Io non voglio “sporcare” la poesia. Quei versi avrebbero bisogno di un commentario per spiegare delle parole che, oggi, nemmeno i giovani romeni comprenderebbero. Nel 1984 il quotidiano inglese The Indipendent pubblicò una pagina in cui spiegava il significato delle valenze connotative di Totul, uno dei quattro poemi per i quali mi venne vietato di firmare e di pubblicare. Ma allora era interessante per il lettore inglese la situazione della Romania. Oggi sarebbe assurdo fare una cosa del genere, perché Ceausescu è morto da 15 anni.


Era consapevole, quando scriveva, che avrebbe scatenato tante polemiche?


Non ho mai pensato di scrivere per impressionare una categoria sociale o scatenare chissà cosa. Quando feci leggere a una poetessa i miei quattro poemi tanto discussi lei mi disse che non erano pubblicabili. Eppure avevo scritto consegnandole solo i più innocenti.


Anche la storia del gatto Arpagic, la favola per bambini che lei ha scritto nel 1988, era innocente. Eppure la censura la lesse come una parodia delle imprese di Ceausescu.


Dopo Amfiteatru (la rivista che nell'80 pubblicò i quattro poemi, ndr), quando ho ricominciato a pubblicare, la censura fu molto più dura con me. Ogni parola era sotto la lente di ingrandimento. Così ho pensato di pubblicare favole per bambini. In realtà ho iniziato a scriverle in un altro momento della mia vita: nel 1977 c'è stato un grosso terremoto in Romania, il palazzo in cui vivevo è crollato. Sono morte 300 persone, solo quattro superstiti, tra cui io, che non ero in casa, e mio marito, che dal settimo piano è caduto fino al quarto ed è rimasto sotto le macerie per dieci ore. Quando la nostra vita è ricominciata da zero, io non ero più capace di scrivere, era come se avessi una malattia. Ho ripreso a scrivere come se fossi una bambina, poi un editore mi ha chiesto: perché non scrivi per i bambini? E così ho iniziato a pubblicare anche favole. Arpagic è poi diventato molto celebre, ha ispirato anche cartoni animati. Dieci anni dopo il terremoto non avevo alcuna intenzione di provocare scandali, ma Arpagic divenne Ceausescu...Io, però, non ho mai pensato una cosa del genere. Per me era un gioco. Eppure ho di nuovo perduto una cosa del genere. Per me era un gioco. Eppure ho di nuovo perduto il diritto di pubblicare. Tutti i miei libri sono spariti dalle biblioteche e una macchina parcheggiata sotto casa ha controllato la mia vita 24 ore su 24, dall'agosto 1988 al dicembre 1989, quando è caduto il regime.


Però non ha mai abbandonato la scrittura.


Al contrario, quello che è stato il mio miglior periodo, perché avevo tutto il tempo per scrivere: non avevo una vita sociale, nessuno veniva a trovarmi. In quel periodo ho scritto anche un romanzo, Il cassetto con gli applausi (1992). quel libro mi ha fatto sopportare meglio tutta la situazione, impedendomi di impazzire.


Poi ha ripreso a comporre anche poesie, spesso piene di riferimenti ai miti.


Credo che esista una categoria di poeti per i quali la poesia è qualcosa di vicino alla religione. Entrambe parlano di ciò che non è dicibile, l'ineffabile. Questo crea un'attesa per qualcosa che non si può dire.


Quali sono i poeti italiani che ama di più?


Tra i viventi Andrea Zanzotto e Mario Luzi. Tra i moderni Eugenio Montale.


Intervista di Francesca De Sanctis – L'UNITA' – 01/11/2004




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