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Datemi il caos, diventerà un libro”

Intervista a Edward Bunker

Sessantotto anni vissuti pericolosamente e portati disastrosamente. Ma l'occhio (azzurro), schiocca ancora come una scintilla elettrica. E afferra i ricordi per la coda. Eddie Bunker è un'icona vivente, un monumento ambulante, la spettacolare incarnazione di ciò che Hollywood per decenni ha sostenuto fosse vero: che i cattivi spesso sono di buon cuore, che ciò che conta prima di tutto è l'onore, che le pallottole fischiano e quando incontrano la carne provocano una macchia rossa, una composta smorfia di dolore sulle labbra dell'incassatore e preludono a una scena-madre come Cristo comanda. Bunker in sostanza è più vero del vero. E per questo insospettisce un po', con quei suoi romanzi che ridefiniscono il genere hard-boiled, con quello stile che trasforma James Ellroy in letterato da salotto e adesso con questa biografia dove riempi 500 pagine di avventure sempre a cavalcioni del confine della legge, dove l'individualismo regna sovrano e dove il il suo spirito selvaggio si rigenera sempre, a dispetto delle bastonate che periodicamente le guardie gli amministrano. E dove brulica un mondo preso di peso da un giallo di James Hadley Chase, da un film di Cagney, da un fumetto di Dick Tracy: cattivi-cattivissimi (ovviamente pervertiti e sadici), tossicomani deboli, prostitute bellissime e perdute, pugili che stritolano, mafiosi che ricattano, complottatori che complottano e guardie che guardano. Lui ricorda tutto, episodio per episodio, incontro per incontro, sigaretta per sigaretta. E racconta la sua versione, forse romanzata e istoriata, d'una vita d'attacco nel cuore della classica Hollywood chandleriana, di una lunga gioventù-limite da cui esce miracolosamente incolume, al punto da mettere la testa a posto e trovare il suo angolino nel mondo del cinema e in quello della letteratura (Cane mangia cane – una pietra miliare del noir). Un eroe al contrario, perfino banale nel suo rendersi disponibile agli ammiratori del genere “perdente a tutti i costi”. E' un sopravvissuto di un'America che non esiste più. La stessa che per decenni ci ha ipnotizzato, così diversa dalla nazione dell'ordine e dei supermercati che scopre chi ci arrivi adesso.

Mr. Bunker, partiamo da Los Angeles. Per come la descrive nel suo libro è un posto perduto, fatto di ben altro che di autostrade e cemento come oggi. Quel luogo risiede ormai solo nella sua memoria?

Quando si parla di scrittori, la memoria è tutto. Los Angeles, anche se all'epoca non ce ne rendevamo conto, era quanto di più vicino al paradiso sia mai stato creato dall'uomo. Negli anni '40 e '50 era un posto piccolo, borghese ed entusiasmante, basti pensare che la California meridionale contava due milioni di abitanti e oggi ce ne sono 12 solo a L.A. Oggi è una capitale del terzo mondo: ci sono più coreani lì che in Corea. Ed è una città divisa: per 20 miglia a ovest del Sunset incontri il lusso e la bellezza più incredibili. Se viaggi per 20 miglia nell'altra direzione ti sembra di essere a Soweto.

Nel suo racconto lei romanticizza la gioventù difficile: un mondo duro ma semplice, al centro del quale colloca il concetto dell'innocenza.

Sì, non c'è dubbio che più passano gli anni più tutto diventa complicato e violento. Io parlo di un mondo fatto di feste sulla spiaggia, notti folli e favolose bionde. Oggi vedo soprattutto gang assetate di sangue e ghetti pieni di dolore. L'America era più innocente: non avevamo conosciuto il Watergate, non sapevamo che fine avrebbe fatto Kennedy, le droghe non avevano cambiate faccia alla criminalità.

La sua sembra la storia di un individualista a oltranza...

Quando avevo 9 anni vivevo in un pensionato per disadattati. Mi fecero un test dell'intelligenza e ne uscii con un risultato sensazionale. Non mi sentivo più in gamba degli altri, ma quella consapevolezza mi diede fiducia e al tempo stesso mi conferì libertà da parte del mondo adulto. A 9 anni mi lasciavano andare in giro per la città da solo. E' stata la prima spinta a una veloce educazione alla vita.

Una cosa che non risulta chiara dal suo libro: quanto per lei abbia contato il denaro.

Tantissimo. Per anni non ho fatto che rubare. Avessi avuto soldi, non sarei diventato un criminale. Ma probabilmente non sarei neppure diventato uno scrittore.

A causa delle sue peripezie lei ha fatto spesso i conti col sistema penitenziario americano. Com'è cambiato nel tempo?

All'epoca tutto aveva una dimensione più umana, anche la prigione. Le cose si sono modificate alla fine degli anni Sessanta, in coincidenza con l'assassinio di George Jackson nel carcere di San Quintino, Oggi la prigione americana è un luogo orwelliano, dove la dimensione di umanità è azzerata. I carceri di massima sicurezza sono governati dalla tecnologia e sono del tutto estranei a quei programmi di recupero dei detenuti in vigore, almeno formalmente, negli anni Cinquanta. E le condanne sono severissime: se sei povero, puoi farti dieci anni per aver rubato un paio di jeans.

C'è un'altra costante nella sua autobiografia. Il fatto che i giovani, quando non riescono a dirimere una questione, finiscono per battersi. Quelle scazzottate all'americana che noi abbiamo conosciuto al cinema e che sembrano lontane anni-luce dall'America d'oggi.

Certo, ora usano le armi. Se provi a dare un pugno a qualcuno, puoi scommettere che come minimo t'arriva una coltellata. Adesso i giovani vanno in giro armati e non si battono, a meno che non vogliano ammazzarsi a vicenda. Fossi un ragazzino oggi starei attento prima d'attaccare briga con qualcuno. A vent'anni ero un criminale, ma non giravo armato. Oggi, se esco di casa a Los Angeles e devo traversare un quartiere malfamato, mi porto la pistola.

Come...? L'impavido Bunker ha timore ad avventurarsi nei quartieri turbolenti della sua città?

Diciamo che sto più attento. E che ci sono posti dove vado solo armato.

Insomma la sua è la storia di una gioventù bruciata. Quand'è finita?

Mai, perché io non ho avuto una gioventù. La mia è la storia di una grande solitudine. Sono sempre stato solo e ho sempre dovuto pensare a sopravvivere nel mondo. E a 15 anni mi sono ritrovato in carcere in mezzo ai peggiori assassini.

Nel suo libro ricorre sempre Hollywood: è l'opportunità finale, la via di fuga verso un futuro fatto d'immagini e d'immaginazione...

La prima scritta che ho imparato a leggere era l'enorme “Hollywoodland” piantata sul fianco delle colline sopra il Sunset. Da ragazzino saltavo la recinzione della Warner per mettere il naso negli Studios. Tutti lo facevano. Il cinema era lì tutti i giorni, al tuo fianco, ne entravi e ne uscivi, e imparavi a pensare che i film fossero una parte naturale della tua esistenza.

Alla fine è diventato uno sceneggiatore di successo. Ma della sua collaborazione con Quentin Tarantino nelle “Iene” non parla volentieri.

Non pensavo che quel film fosse destinato a un tale successo. Abbiamo collaborato per un paio di settimane. Ho fatto quella parte da killer assurdo e poi ci siamo persi di vista. Non posso dire che sia stato un rapporto approfondito. Se qualcuno vuole valutare il mio cinema è meglio che si vada a vedere A trenta secondi dalla fine, il film che ho scritto per Konchalovsky e a cui sono tanto affezionato.

Il suo stile e la sua poetica viene spesso avvicinata a quella di James Ellroy. Condivide questa affinità?

Devo tutto a James. E' un generoso e ha fatto tanto per me. Il mio primo romanzo non aveva venduto ed ero rassegnato a scrivere sceneggiature di serie B. Invece lui ha cominciato ad assillare i suoi editori in America e in Europa: “Pubblicate Bunker: nessuno come lui sa scrivere del mondo criminale. Alla fine hanno cominciato a dargli retta ed eccomi qui. Quanto a Ellroy come scrittore, lo considero uno dei migliori al mondo in due campi: la costruzione dei personaggi e la regia delle scene-chiave dei suoi romanzi. Invece non ha ancora raggiunto la perfezione nella gestione complessiva dei plot. Ma ci arriverà: è un professionista instancabile e non smette di migliorarsi.

Infine: nella storia della sua vita lei usa un'espressione chiave. Dice di aver sempre avuto particolare attrazione per il caos. E' la chiave della sua personalità?

Io offro le mie migliori performance in situazioni caotiche. Alcune persone crollano: io funziono meglio.

Anche oggi, a 68 anni?

Certo. Ma in giro adesso non vedo troppo caos, di quello che piace a me.

Intervista di Stefano Pistolini – L'UNITA' – 6/06/2002

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