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San Quintino High School

C'è una bestia feroce che si aggira nell'universo letterario mondiale. Si chiama Edward Bunker. E' americano. E' uno scrittore, uno sceneggiatore, un attore, ma soprattutto un galeotto. Una vita passata in prigione fin dalla più tenera età. Il suo romanzo Come una bestia feroce e la sua autobiografia Educazione di una canaglia, editi da Einaudi, gli hanno procurato in Italia un successo paragonabile a quello che conobbe, vent'anni fa, Charles Bukowski.

Edward Bunker è stato l'ospite d'onore dell'ultima edizione del “Noir in Festival” di Courmayeur. Per l'occasione Simone Del Vecchio ed io abbiamo realizzato un documentario di un'ora intitolato “Edward Bunker: memorie di una bestia feroce” [...].

Quando hai scoperto di essere uno scrittore?

Ho cominciato ad andare a scuola a 10 anni, ma ho imparato a leggere molto prima. In riformatorio e nei centri minorili non leggeva nessuno. Mi sono ritrovato in carcere a 17 anni. Ero il detenuto più giovane di San Quintino. All'epoca non c'era la televisione, quindi leggere era il mio modo per fuggire da quel mondo. A San Quintino, la mia cella confinava con quelle del braccio della morte. Si aprivano in direzioni opposte, ma nel mezzo c'era un passaggio per i condotti di ventilazione, e da lì potevamo parlare con loro. E' così che ho conosciuto Caryl Chessman. Era famoso. Lo chiamavano “The Red Light Bandit”. Un giorno mi portò una rivista. In copertina annunciavano un estratto del primo capitolo di Cella 2455, Braccio della Morte, un romanzo scritto proprio da Caryl Chessman. Non avevo mai immaginato che un detenuto potesse fare lo scrittore e farsi pubblicare le sue opere. Quella stessa sera, mi sono detto: “Se lo fa lui, posso farlo anch'io. Io non sono nel braccio della morte. Ho tutto il tempo, io”.

E' stato meno facile del previsto, però.

Non avevo idea che per riuscirci mi si sarebbero voluti 17 anni e 6 libri mai pubblicati. Ho lottato sempre. Sono un mastino. Credo nella perseveranza, sempre. La perseveranza la spunta sull'intelligenza, sulla fortuna, sulla ricchezza, sul denaro. Ho capito che quello era l'unico modo per reinserirmi nella società. Gli Stati Uniti non sono un paese indulgente. E' un paese molto puritano. I paesi cattolici sono molto più indulgenti. In America, quando finisci dietro le sbarre, sei fuori gioco. L'unica strada che mi si è aperta era scrivere.

Esattamente, quando hai cominciato a scrivere?

Ho cominciato a scrivere a 19 anni. Poi sono uscito di prigione e mi sono trovato nel mondo reale. Quando sono tornato in prigione, ho capito qual era il mio destino e mi sono detto: “Le uniche cose che posso fare sono scrivere oppure rubare. Se mi prendono, finiscono di nuovo in carcere e mi rimetto e scrivere”. Ogni volta che un mio libro veniva rifiutato, pensavo: “Devo migliorare. Devo imparare di più”. Non avevo aiuti. Per fortuna, avevo un amica. Era sposata con Hal Willis, un colosso del cinema. Era stata una star al tempo del cinema muto. Si chiamava Luise Fazenda. Mi regalò l'abbonamento al Sunday New York Times, del quale leggevo le recensioni sulle pagine letterarie. I miei primi racconti sono stati pubblicati in prigione, sul giornale carcerario che curavo io stesso. Tanti anni dopo, il giorno in cui ho saputo che avevano deciso di pubblicare Come una bestia feroce, ho saputo che un mio articolo era stato accettato da Harper's Magazine, che è una rivista di grande prestigio. Ero finalmente diventato uno scrittore.

Edward, chi ti ha aiutato ad inserirti nel mondo del cinema?

E' stato un produttore, Herbert Hirschmann, che si era assicurato l'opzione su Come una bestia feroce. E' da lui che Dustin Hoffman ha acquistato i diritti. Ho scritto il copione del film, Vigilato speciale, con Alvin Sargeant, uno sceneggiatore che aveva vinto due Oscar per Giulia e per Gente comune. Abbiamo lavorato nel parlatorio del carcere. Stavo scontando una condanna per aver rapinato una banca a Beverly Hills. Quando sono uscito, mi hanno assunto come consulente tecnico. In quel periodo mi sono inserito nell'ambiente e ho conosciuto un sacco di gente. Il mondo del cinema è un ambiente liberale. Piacevo a tutti, e così sono riuscito ad inserirmi. Hanno cominciato a chiamarmi per fare piccoli ruoli. Il barista, il duro, il piccolo gangster, esattamente come nelle Jene di Quentin Tarantino.

Cosa hai pensato quando ti sei ritrovato seduto al tavolo di quei gangster nella prima scena delle “Jene”?

Lo storie che scrivo io sono realistiche. Quello che scrivo potrebbe benissimo succedere o è già successo. Seduto a quel tavolo, ho pensato: “Eccoci qui, con questi strani vestiti, a dire cazzate su Madonna davanti a questa cameriera. Lei leggerà sui giornali o sentirà alla televisione che hanno rapinato cinque stronzi in farfallino e abito nero. E la sua reazione sarà: “Li conosco. Sono Ed, Chris, Bill, Jim e Big John. Sono semplicemente ridicoli”. Ecco che cosa ho pensato.

Nelle “Jene” tu sparisci all'improvviso. Non si capisce bene che fine fai.

Il mio personaggio doveva essere ucciso mentre usciva dal locale. Dopo aver girato tutto il film, mancava solo quella scena. Ma non c'erano più soldi. Ci volevano più o meno 60.000 dollari per trattenere la troupe. Quentin ha deciso di rinunciare. Ci ha messo una pezza con una battuta.

Ma poi lo hai visto il film?

Certo che l'ho visto. E quando l'ho visto mi sono reso conto che era un film particolare. I dialoghi, soprattutto, sono strepitosi.

Edward, ti dispiace parlarmi de nuovo libro che stai scrivendo?

E' un libro sui Soledad Brothers e su George Jackson. Devi sapere che il movimento per i diritti civili e degli anni '60 era attivo anche dentro le prigioni. Quando sono finito per la prima volta in carcere, negli anni '50, i bianchi rappresentavano la stragrande maggioranza dei detenuti. Con il passare degli anni, il numero dei detenuti di colore è aumentato. Con le rivolte nelle città, gli scontri razziali sono cominciati anche nei penitenziari. George Jackson l'ho notato per la prima volta a San Quintino, verso la metà degli anni '60. In compagnia di altri detenuti di colore, aveva compiuto un raid su un ballatoio accoltellando tutti i detenuti bianchi che incontrava. Ci fu chi, per salvarsi, si buttò nel vuoto fratturandosi le caviglie sul pavimento di cemento. Dopo questo fatto, furono tutti trasferiti in penitenziari diversi. A Soledad, nel 1969, ci fu uno scontro razziale in uno dei cortili. Un tiratore esplose tre colpi uccidendo altrettanti detenuti di colore. Alcuni giorni dopo, un bianco morì scaraventato giù dal ballatoio. Arrestarono tre detenuti: Jackson, Clutchette e Fleeta Drumgo. Furono portati nel tribunale della contea. E' una contea piccola, ma la percentuale di condanne a morte era molto alta. Lo assisteva l'avvocatessa Fay Stender. Lei era marxista. Fece pubblicare le lettera scritte da Jackson in carcere e scrisse un libro intitolato The Soledad Brothers. Diventò un caso celebre. Fu così che lei ottenne il trasferimento del processo a San Francisco ed ecco che i tre imputati arrivarono a San Quintino. Qualche giorno dopo, tornando in cella dopo un colloquio con l'avvocato, George Jackson estrasse una pistola. Prese il controllo della situazione e liberò alcuni detenuti. Legarono le guardie e gli tagliarono la gola con lame di rasoio inserite in spazzolini da denti. Uccisero anche due detenuti di colore. Nel frattempo, l'avvocatessa Fay stender, che aveva creato il personaggio di George Jackson, aveva abbandonato il caso. Sai com'è. Parlare della rivoluzione è diverso da fare la rivoluzione.

Non mi hai detto come è finito George Jackson.

Una guardia scoprì che i detenuti erano usciti dalle celle perché le aveva sentite aprirsi tutte insieme, mentre normalmente si aprono una alla volta. L'edificio fu circondato da agenti armati. Ad un certo punto, George Jackson disse: “E' me che vogliono”. Prese la pistola, uscì dalla porta e cominciò a correre. Si trovò davanti a un muro. Non poteva andare da nessuna parte. Le guardie aprirono il fuoco. Una pallottola gli entrò dalla schiena, risalì e gli trapassò il cervello uccidendolo. Una volta entrati, gli agenti trovarono le guardie uccise. Processarono i detenuti. Fu il processo più lungo nella storia della California. Li assolsero tutti, tranne uno. Ma non è finita qui. Vuoi sapere cosa è successo all'avvocatessa Fay Stender?

Certo che lo voglio sapere.

Dieci anni più tardi, un detenuto di colore, che non si trovava nemmeno a San Quintino quando accaddero questi fatti, seguì fino a casa Fay Stender, che nel frattempo si era data alle cause per la liberazione della donna. La pedinò fino a casa, bussò alla porta, le puntò addosso una pistola, e le fece firmare una confessione nella quale ammetteva di aver tradito la rivoluzione. Poi le sparò quattro volte e la ridusse su una sedia a rotelle. Quando andò a deporre in tribunale, Fay Stender era terrorizzata. Stava seduta sulla sedia a rotelle, vestita da uomo e con una parrucca in testa per non farsi riconoscere dal suo assalitore. Dopo il processo, lei si suicidò. Ecco, questa è più o meno la storia che voglio raccontare.

Mi chiedo in che modo vuoi raccontarla.

L'intenzione è quella di scrivere un romanzo, passando da un punto di vista all'altro, quello dell'avvocatessa Stender, quello di George Jackson, e magari anche quello di un detenuto bianco. Sto cercando di evitare la fiction vera e propria, ma non voglio nemmeno rimanere legato alla realtà nuda e cruda. So solo che è una bella storia. E' importante avere una bella storia. Se hai una bella storia, ti puoi anche permettere qualche pecca.

Intervista di David Grieco – L'UNITA' – 29/11/2002

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