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Agrò indaga sugli intrighi del potere

E'' sempre antipatico fare i nomi di politici corrotti, di magistrati indagati, di personaggi potenti che – inutile nasconderlo – popolano il nostro Paese. E Domenico Cacopardo, magistrato del Consiglio di Stato, di nomi non ne fa neppure uno nel suo ultimo romanzo: La mano del Pomarancio (Mondadori, pp. 228, € 16,50). Eppure, il libro, attraverso lo schema classico del giallo, parla proprio di loro, di personaggi ben noti, celati da nomi di finzione insufficienti a nascondere la vera identità. Queste figure così vicine alla nostra realtà ruotano tutte attorno al sostituto procuratore Italo Agrò, che per la terza volta Cacopardo rende protagonista di un suo romanzo. Stavolta sembra proprio che non sia compito suo occuparsi dei due misteri – apparentemente non collegati – che danno avvio alla storia: la sparizione dell'Ascensione del nostro Signore del pittore manierista Niccolò Circignani detto il Pomarancio, sottratto dalla Chiesa di S. Agostino a Città di Pieve, la scomparsa di un uomo e del suo “presunto” cadavere. Eppure sarà lui, assieme all'investigatore Puccio Ballarò, a dover risolvere il giallo, che procederà, con un colpo di scena dopo l'altro, a ritmi sempre più serrati (a volte perfino troppo, tant'è che se il lettore osa distrarsi per un attimo rischia di perdere il filo). Inevitabilmente, leggendo la descrizione del mistero, l'associazione con un noto caso di cronaca nera, legato al ritrovamento del corpo di un uomo sulla collina di Sacrofano (Roma). Allora si parlò di suicidio ma alcuni particolari lasciavano aperta un'altra ipotesi...la stessa ipotesi con la quale dovrà fare i conti Agrò. Ne parliamo con l'autore.

Cosa le piace del sostituto procuratore Italo Agrò?

La sua normalità. Perché in questo paese la normalità non è stare dalla parte della giustizia, ma è essere con Berlusconi...In questo libro i personaggi vengono ritratti con le loro debolezze. Agrò viene estromesso dall'inchiesta per la sua debolezza, tuttavia per senso del dovere lui continua a lavorare e porta a conclusione il caso. Io credo che un personaggio romanzesco più è normale più è accettabile. Agrò ha un metodo permanente: parte sempre dalla stessa idea che il delinquente torna a delinquere. Quindi una delle sue tecniche è l'attesa.

Tra le atre caratteristiche di Agrò c'è la sua passione per Quasimodo. E' una passione anche dell'autore?

Sì, adoro le sue poesie.

E cos'altro vi accomuna?

Jogging, qualche sigaretta, e poi la voglia di normalità.

Il suo ultimo romanzo è popolato da persone potenti, ma anche da gente molto semplice. Quanto ha attinto dalla realtà per creare questi personaggi?

Questo libro è fortemente ispirato alla realtà. Sono stato per quattro mesi all'emeroteca della Biblioteca nazionale, ho studiato tossicologia e tutti i miei libri sono ispirati alla realtà, che spesso travalica la fantasia. Sui personaggi che dire? Ho 67 anni, ho vissuto, per cui ho attinto dalla vita di ogni giorno.

La trama, invece, è puro frutto della fantasia...

Certo, il plot è totalmente frutto della fantasia, come lo è Agrò, anche se mi ricorda molto una persona che lavora alla procura di Roma. Il magistrato corrotto, invece, è Orazio Savia. Anche la storia del medico è fortemente ispirata a quella di un chirurgo siciliano.

Nel romanzo c'è un'attenzione particolare alla tradizione culinaria locale, Si sente più romano o più siciliano?

Io mi sento romano, anche se sono siculo-emiliano. Sono nato nel '36 e quando è finita la guerra, nel '45, avevo 9 anni. Rispetto alla normalità dei siciliani che non hanno vissuto l'esperienza della Resistenza io ho avuto il vantaggio psicologico che la famiglia di mia madre è stata tra i fondatori del partito socialista alla fine dell'Ottocento; mia madre fu presidente del Cnl di Piacenza e sindaco della Liberazione e ha avuto su di me una grande influenza. Dopo la guerra mi ha spiegato cosa era accaduto in questo paese. La differenza tra nord e sud, anche dal punto di vista civile, trova una ragione anche in questo. Non solo la Sicilia non ha vissuto la Resistenza, ma la Liberazione è avvenuta con l'aiuto della mafia, perché la Cia nel '43 si alleò con la mafia.

Per alcuni aspetti – la Sicilia, il giallo, la scelta di un protagonista fisso – i suoi libri assomigliano un po' a quelli di Camilleri, ma per altri – per esempio la scelta di attingere continuamente dalla realtà – sono lontanissimi fra loro. Si sente lontano o vicino a Camilleri?

Mi sento lontano mille chilometri da Camilleri. Il suo è un giallo disimpegnato, non impegnato politicamente, mentre io, per esempio, considero fondamentali le parole di Gramsci sulla letteratura. Gli scrittori siciliani che amo di più sono Vincenzo Consolo e Leonardo Sciascia.

E quali sono gli altri suoi riferimenti letterari?

Dal punto di vista letterario, anche se i suoi romanzi hanno molti difetti, un autore importante per me è Jean-Paul Sartre. Poi mi piacciono Malerba, Gadda, Vittorini. Dei contemporanei, Barbero, Bruno Arpaia. Non amo, invece, le speculazioni intimistiche, non mi piacciono Leopardi, Proust, e neppure il Gattopardo.

Come mai sempre più magistrati decidono di scrivere (penso a De Cataldo o a Calabrò)?

Ognuno è un caso a sé. Io dopo il percorso liceale ho fatto il concorso per iscrivermi a Lettere antiche a Pisa, poi la famiglia mi ha convinto a studiare Giurisprudenza, ma ho sempre scritto nella vita. Sono usciti miei libri al ritmo di uno all'anno perché ho scritto tanto, poi un giorno il mio genero (un giornalista molto giovane che per me è come un figlio), mi ha detto: guarda che queste cose devi mandarle all'editore...” e così ho cominciato a pubblicare.

Che cos'è per lei il potere?

E' esercizio di una significativa influenza sulla vita degli altri che non sempre si accompagna ad una investitura democratica o formale.

Lo chiedo perché a pagina 190 del romanzo scrive: “(...) Accade spesso che un personaggio faccia uso del potere che gli è stato conferito dallo Stato per arricchirsi o per crearsi seri appoggi politici. Penso che, nonostante l'attuale governo abbia un atteggiamento corretto, alcuni alti burocrati, segretamente, coltivino ancora il vizio. E il consenso che molti esprimono alla maggioranza, è soltanto un'ipocrita manifestazione di opportunismo. Non ho dubbi in proposito: nessun vero riformismo avrà mai quale alleata l'alta burocrazia (...)”. Quanto è vero?

E' tutto vero. E la cosa buffa è che io ho scritto queste cose prima che accadessero, nel 2000. Mentre tangentopoli ha colpito soprattutto la classe politica, l'alta burocrazia è stata sfiorata e ha continuato a delinquere peggio di prima. Questa è una delle palle al piede del nostro Paese.

Un romanzo, dunque, può essere un valido strumento di denuncia?

Certo, è quello che cerco di fare. In Cadenze d'inganno, per esempio, raccontavo le porcherie che avvenivano al ministero della Difesa. Il problema è che noi abbiamo una memoria ridotta a meno di 24 ore. Dopo aver letto i giornali ci dimentichiamo poco dopo di quello che è accaduto.

Qual'è, tra i suoi libri, quello che ama di più?

Giacarandà, ambientato nel '700. Mi sono sempre domandato perché la Sicilia avesse un fenomeno come la mafia e mi sono dato col tempo alcune risposte. La prima è che nel '600, mentre in Europa la nobiltà ha perso il suo potere sul territorio, nel regno di Napoli e in Sicilia non è avvenuto. Abbiamo avuto sul territorio tre autorità: il re, la chiesa e il nobilato. In Sicilia, nel Settecento, il nobilato parassitario per gestire il territorio aveva costruito una struttura che, data l'assenza del titolare del potere, si è autonomizzata. Mentre però avveniva questo il ceto nobiliare era nel circuito europeo. La rivoluzione francese ha lambito il regno delle due Sicilie, poi c'è stata l'Unità d'Italia con i picciotti mafiosi di Garibaldi e infine nel '43 gli inglesi alleati con la mafia di Palermo. Lo Stato unitario nasce con questo peccato originale. La mia ambizione era raccontare il Settecento. Vorrei scrivere un romanzo sulla Repubblica Partenopea, però vista dalla Sicilia e poi tracciare la storia del mio 800. Per questo amo Giacarandà, è un progetto con un senso compiuto.

Quindi ci sarà un seguito?

Sì, il seguito dovrebbe uscire il prossimo anno, e Italo Agrò sarà il protagonista di un altro giallo. Sto lavorando anche ad un romanzo che ha come personaggio principale l'investigatore Puccio Ballarò. Tra le altre cose, ho intenzione di scrivere una monografia su Vincenzo Consolo.

Intervista di Francesca De Sanctis – L'UNITA' – 19/06/2003

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