DINO CAMPANA



Mi sono sempre battuto in condizioni così sfavorevoli che desidererei farlo alla pari. Sono molto modesto e non vi domando, amici, altro segno che il gesto. Il resto non vi riguarda.

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I libri di Campana nel catalogo Ibs

Da Marradi un grande poeta

MARRADI





Il poeta, l'uomo, il fascino, gli amori, i vagabondaggi
Genova, 26 maggio/1 giugno 2001

IL SECOLO XIX -23/05/2001
Per una settimana Genova onorerà Dino Campana, il poeta toscano che nel primo Novecento ha vissuto a Genova. Ed è ben giusta una manifestazione, perché Genova è al centro della poesia di Campana, quasi esclusivamente raccolta nei Canti Orfici editi a proprie spese nella città natale di Marradi: un'edizioncina scorretta e modesta, che il vagabondo e bizzarro poeta vendeva come ambulante per strada, a volte scerpandone le pagine, cassando poesie non più grate o immaginate non gradevoli al possibile acquirente.

La manifestazione genovese si aprirà con una mostra bibliografica a cura di Beppe Manzitti, bibliofilo e studioso del libro, che sabato 26 maggio presenterà alla Biblioteca Berio la sezione campaniana della sua collezione con un esemplare perfetto e non mutilo di quel mitico libretto.

Ma perché la poesia di Dino Campana è così importante? Per vederne a pieno il margine rivoluzionario nella lirica italiana basterà osservare proprio il suo risvolto genovese, quello straordinario poema che è Genova a chiusura dei Canti Orfici. Siamo immessi, per la prima volta, nella lirica italiana, con un'immagine moderna della città, non monumentale. E' la città dei passanti e della folla, di discendenza baudelairiana, che trapela per la prima volta in versi italiani, ma non è solo questo: i vicoli postribolari con i lori giochi di luce, il ritmo operoso e meccanico del porto, la “cascata” della città dal monte al mare sono tutti elementi di carattere dinamico che concorrono ad una nuova opzione poematica; e a ben vedere, Campana, un po' inconsapevolmente e d'un colpo, realizza nella sua Genova quanto di più peculiarmente moderno in quegli stessi anni Marinetti si dava un gran d'affare ad inquisire nei suoi molteplici manifesti.

Non meno fascinoso fu l'uomo Dino Campana, la sua pazzia, i suoi amori (celebre e straziato quello con Sibilla Aleramo, qui documentato con una mostra fotografica curata da Ivo Marini, aperta lunedì 28 maggio alla Biblioteca Benzi di Voltri), i suoi vagabondaggi, che saranno fatti conoscere al pubblico con una terza mostra “sui luoghi campaniani”, a cura di Alfonso Bietolini (Museo di S. Agostino da martedì 29 maggio) e con un preciso itinerario nella sua Genova fatto a cura della Casa della Poesia con partenza da Piazza Matteotti, domenica 27 maggio, alle 10,30).

Campana fu anche oggetto di romanzi (noto quello di Vassalli “La notte della cometa”), di ricostruzioni cinematografiche (“Inganni” di Luigi Faccini, che sarà proiettato martedì 29 maggio al Club Amici del Cinema). La settimana campaniana avrà il suo culmine nell'assegnazione del premio annuale di poesia a lui intitolato e organizzato dal Comune di Marradi in modo itinerante nelle città campaniane (l'anno scorso fu a Firenze). La cerimonia avverrà all'Auditorium Montale, venerdì 1 giugno, con la presenza nella giuria di insigni studiosi di Campana come Franco Contorbia, Sergio Zavoli, Gabriel Cacho Millet. Per l'occasione parlerà di Campana il grande poeta fiorentino Mario Luzi, che fin dai suoi esordi ha riconosciuto in Dino Campana uno dei primi tra i suoi maestri. Il premio quest'anno verrà assegnato ad Alessandro Parronchi, per la raccolta completa della sua poesia, presso l'editore Polistampa di Firenze.

Stefano Verdino – IL SECOLO XIX -23/05/2001

La Chimera
  Non so se tra roccie il tuo pallido
Viso m'apparve, o sorriso
Di lontananze ignote
Fosti, la china eburnea
Fronte fulgente o giovine
Suora de la Gioconda:
O delle primavere
Spente, per i tuoi mitici pallori
O Regina O Regina adolescente:
Ma per il tuo ignoto poema
Di voluttà e di dolore
Musica fanciulla esangue,
Segnato di linea di sangue
Nel cerchio delle labbra sinuose
Regina de la melodia:
Ma per il vergine capo
Reclino, io poeta notturno
Vegliai le stelle vivide nei pelaghi del cielo,
Io per il tuo dolce mistero
Io per il tuo divenir taciturno.
Non so se la fiamma pallida
Fu dei capelli il vivente
Segno del suo pallore,
Non so se fu un dolce vapore,
Dolce sul mio dolore,
Sorriso di un volto notturno:
Guardo le bianche rocce le mute fonti dei venti
E l'immobilità dei firmamenti
E i gonfii rivi che vanno piangenti
E l'ombre del lavoro umano curve là sui poggi algenti
E ancora per teneri cieli lontane chiare ombre correnti
E ancora ti chiamo ti chiamo Chimera.
Marradi
  Il vecchio castello che ride sereno sull'alto
La valle canora dove si snoda l'azzurro fiume
Che rotto e muggente a tratti canta epopea
E sereno riposa in larghi specchi d'azzurro:
Vita e sogno che in fondo alla mistica valle
Agitate l'anima dei secoli passati:
Ora per voi la speranza
Nell'aria ininterrottamente
Sopra l'ombra del bosco che la annega
Sale in lontano appello
Insaziabilmente
Batte al mio cuor che trema di vertigine

In un momento
Sono sfiorite le rose
I petali caduti
Perché io non potevo dimenticare le rose
Le cercavamo insieme
Abbiamo trovato delle rose
Erano le sue rose erano le mie rose
Questo viaggio chiamavamo amore
Col nostro sangue e colle nostre lagrime facevamo le rose
Che brillavano un momento al sole del mattino
Le abbiamo sfiorite sotto il sole tra i rovi
Le rose che non erano le nostre rose
Le mie rose le sue rose
 
P.S. E così dimenticammo le rose.
 (per Sibilla Aleramo)
In un momento
 
Io vidi dal ponte della nave
I colli di Spagna
Svanire, nel verde
Dentro il crepuscolo d'oro la bruna terra celando
Come una melodia:
D'ignota scena fanciulla sola
Come una melodia
Blu, su la riva dei colli ancora tremare una viola...
Illanguidiva la sera celeste sul mare:
Pure i dorati silenzii ad ora ad ora dell'ale
Varcaron lentamente in un azzurreggiare: ...
Lontani tinti dei varii colori
Dai più lontani silenzii
Ne la ceste sera varcaron gli uccelli d'oro: la nave
Già cieca varcando battendo la tenebra
Coi nostri naufraghi cuori
Battendo la tenebra l'ale celeste sul mare.
Ma un giorno
Salirono sopra la nave le gravi matrone di Spagna
Da gli occhi torbidi e angelici
Dai seni gravidi di vertigine. Quando
In una baia profonda di un'isola equatoriale
In una baia tranquilla e profonda assai più del cielo notturno
Noi vedemmo sorgere nella luce incantata
Una bianca città addormentata
Ai piedi dei picchi altissimi dei vulcani spenti
Nel soffio torbido dell'equatore: finché
Dopo molte grida e molte ombre di un paese ignoto,
Dopo molto cigolìo di catene e molto acceso fervore
Noi lasciammo la città equatoriale
Verso l'inquieto mare notturno.
Andavamo andavamo, per giorni e per giorni: le navi
gravi di vele molli di caldi soffi incontro passavano lente:
Sì presso di sul cassero a noi ne appariva bronzina
Una fanciulla della razza nuova,
Occhi lucenti e le vesti al vento! ed ecco: selvaggia a la fine di un giorno che apparve
La riva selvaggia là giù sopra la sconfinata marina:
E vidi come cavalle
Vertiginose che si scioglievano le dune
Verso la prateria senza fine
Deserta senza le case umane
E noi volgemmo fuggendo le dune che apparve
Su un mare giallo de la portentosa dovizia del fiume,
Del continente nuovo la capitale marina.
Limpido fresco ed elettrico era il lume
Della sera e là le alte case parevan deserte
Laggiù sul mar del pirata
De la città abbandonata
Tra il mare giallo e le dune...
O poesia poesia poesia
  O poesia poesia poesia
Sorgi, sorgi, sorgi
Su dalla febbre elettrica del selciato notturno.
Sfrenati dalle elastiche silhouttes equivoche
Guizza nello scatto e nell'urlo improvviso
Sopra l'anonima fucileria monotona
Delle voci instancabili come i flutti
Stride la troia perversa al quadrivio
Poiché l'elegantone le rubò il cagnolino
Saltella una cocotte cavalletta
Da un marciapiede a un altro tutta verde
E scortica le mie midolla il raschio ferrigno del tram
Silenzio - un gesto fulmineo
Ha generato una pioggia di stelle
Da un fianco che piega e rovina sotto il colpo prestigioso
In un mantello di sangue vellutato occhieggiante
Silenzio ancora. Commenta secco
E sordo un revolver che annuncia
E chiude un altro destino
San Francesco, delicatezza...
  San Francesco, delicatezza di sbirro, la luna non si stacca dal monte, Italia Giolittiana, frasaismo borghese imperialismo intellettuale, rospi, serponi e il domatore, ascelle di maestrine in sudore, zitelle mature coll'ombra distesa sul passo domenicale, Louis XIV (l'Italie c'est moi), sull'Arno secolare rigovernatura delle lettere, industrie del cadavere, onestà borghese, tecnica cerebrale, manuale del pellirossa.
Vo alla latrina e vomito (verità).
Letteratura nazionale
Industria del cadavere.
Si Salvi Chi Può.