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Poesia della liberazione

Managua (capitale del Nicaragua), 6 marzo 1983. Un papa, Giovanni Paolo II, agguerrito e scuro in volto, che rimprovera, con il dito alzato in segno di ammonimento, un sacerdote di quella Chiesa della quale lui è il capo. Il prete si chiama Ernesto Cardenal, e la sua colpa “finale” è quella di aver accettato un incarico nel Fronte sandinista, che quattro anni prima aveva cacciato con le armi il presidente-dittatore Somoza Debayle, per formare un esecutivo di ricostruzione nazionale ispirato ai principi del socialismo e guidato da Daniel Ortega. Cardenal in quel governo era Ministro della Cultura, attività incompatibile, in base al diritto canonico, con la condizione sacerdotale. Ciò che a Giovanni Paolo II e a molti settori del Vaticano dava fastidio non era soltanto la compromissione di un esponente cattolico con la causa rivoluzionaria, ma anche la storia precedente di Cardenal, quella di un prete che aveva aderito alla teologia della liberazione e operato già una frattura con la Chiesa ufficiale.

Le immagini del Papa che ammoniva il prete “rivoluzionario”, riprese dalla televisione, quel giorno fecero il giro del mondo. Come si parlò a lungo di quella che fu forse l'unica grande, vera contestazione di piazza nei confronti di questo Pontefice durante i suoi numerosi viaggi pastorali in giro per il mondo. Giovanni Paolo II credeva probabilmente che in Nicaragua ci fosse un regime comunista oppressivo, odiato dalla gente; invece al Papa, che nell'omelia attaccò duramente la rivoluzione, il popolo rispose con urla e fischi. “L'attacco della folla al Papa – dice oggi Ernesto Cardenal – fu duro, ma fu una conseguenza delle sue parole. Questo episodio fu fonte di discredito, agli occhi del mondo, per il governo sandinista, ma per la causa rivoluzionaria sarebbe stato ben peggio se il popolo avesse applaudito le parole di Wojtila”.

Cosa le disse il Papa quel giorno?

Mi disse in tono di aspro rimprovero che dovevo regolarizzare la mia situazione. Il che era ingiusto, perché i vescovi nicaraguensi avevano dichiarato pubblicamente che i sacerdoti in cariche di governo erano autorizzati a ricoprirle per la causa del bene comune. Però non contestai il Papa per questo, e chinai il capo, perché non volevo polemizzare con lui in pubblico, sotto l'attenzione dei media. Che dei sacerdoti facessero politica, non era affatto una novità nella Chiesa cattolica, e parlo anche di vescovi o papi; però era la prima volta nella storia che un sacerdote avesse a che fare con una rivoluzione. Tutte le rivoluzioni precedenti erano anticristiane o senza la partecipazione dei cristiani; questa invece era la prima rivoluzione con l'appoggio in massa dei cristiani stessi, e con addirittura dei sacerdoti coinvolti attivamente. Sentivamo come un nostro compito il fatto di dover partecipare ad essa. L'esempio del Nicaragua influenzò anche altre rivoluzioni successive ed in particolar modo l'evoluzione di quella cubana.

Perché per il Papa era così importante prendere le distanze?

Il Papa poteva capire una rivoluzione marxista anticristiana in un popolo cattolico perseguitato dalla rivoluzione, com'era successo in Polonia: quella in effetti fu davvero una rivoluzione impopolare. Il Papa poteva accettare una rivoluzione come antagonista della Chiesa. Non accettava il fatto che potesse esistere un'esperienza diversa, in cui Chiesa e rivoluzione potessero convivere pacificamente, e anzi darsi una mano l'una con l'altra.

Al di là della posizione personale di Giovanni Paolo II, quale fu l'atteggiamento del Vaticano?

Qualcuno scrisse che i principi avversari della rivoluzione in Nicaragua, e questo spiega la sua importanza sullo scenario mondiale, furono Reagan ed il Papa. Una rivista cattolica degli Stati Uniti, il National Catholic Reporter, rivelò che per il caso del Nicaragua il Vaticano chiese informazioni alla Cia. Lo stesso vescovo di Detroit, Thomas Gumbleton, criticò pubblicamente il fatto che il Papa si allineò con la Cia nel preciso istante in cui il governo degli Stati Uniti stava minando i porti del Nicaragua, in quella che fu definita una guerra di “bassa intensità” nei confronti del nostro Paese. Lo sbaraglio della rivoluzione in Nicaragua avvenne poco prima della caduta dei governi socialisti in Europa, però questa caduta, secondo la rivista Time, fu “figlia di una santa alleanza£ tra Reagan ed il Papa. Fu una lunga cospirazione, cominciata con la Polonia, per rovesciare i regimi comunisti in Europa. Questi regimi hanno commesso grandi errori, ma non morirono di una morte naturale.

Veniamo a lei. Come ha potuto coniugare la vocazione religiosa con l'impegno rivoluzionario?

In realtà le due cose sono sempre state per me come un'unica cosa. I verità, la mia vocazione naturale è sempre stata una terza rispetto alle due che ha detto lei, ovvero quella di poeta. Sono nato con essa. Durante la mia gioventù fui spesso innamorato, amavo molto le ragazze, ma la mia sete di conoscenza e la ricerca della bellezza furono la spinta che mi avvicinarono a Dio. La mia conversione avvenne a 31 anni e poi seguì subito il sacerdozio. Entrai in un monastero trappista negli Stati Uniti, dove avvenne per caso l'incontro col Maestro mistico nordamericano Thomas Merton.

Cosa imparò in quell'esperienza?

Nella formazione da lui impartita, la cosa più chiara era che l'essere “contemplativo” non significava essere indifferente ai problemi sociali e politici del proprio popolo. Infatti, dopo aver lasciato il monastero, quando visitai Cuba nel 1970, mi ritrovati ad affrontare questo secondo processo di conversione, la conversione alla rivoluzione. Per prima cosa ci fu la scoperta che il marxismo aveva fatto del bene, per le grandi trasformazioni che aveva portato a Cuba. Ma non potevo essere marxista, perché il marxismo era ateo. Però poco dopo capii, grazie alla teologia della liberazione, che l'ateismo non era un elemento indispensabile del marxismo, e che non esisteva in effetti una contraddizione tra il marxismo ed il cristianesimo.

Da cosa ebbe origine la sua conversione religiosa?

Dio mi si rivelò come Bellezza, una Bellezza infinita. Mi innamorai di Dio. E' come innamorarsi di un essere umano; l'oggetto è differente, ma l'esperienza d'amore è la stessa. Nessuno desidera restare separato da chi ama. Scelsi l'ordine trappista che è tra i più severi delle Chiesa perché desideravo star solo con Dio, senza che niente potesse interferire in questo rapporto. Fui molto felice per quei due anni trascorsi lì, ma purtroppo fui costretto a partire per motivi di salute. Merton, il mio Maestro di noviziato, mi consigliò di fondare una piccola comunità contemplativa nel mio Paese, invece di cercare un altro ordine religioso, e questo feci, già sacerdote, in un'isola del Lago di Nicaragua nell'arcipelago del Solentiname, dove rimasi per più di dodici anni.

Come diventò, invece, “rivoluzionario”?

Fu lì che con la mia comunità abbracciai la rivoluzione sandinista, e quando trionfo la rivoluzione fui nominato Ministro della Cultura. Sono sicuro sia stata la stessa volontà di Dio ad aver guidato la mia vita: prima portandomi in una prigione di assoluto silenzio in un monastero, poi con gli anni di solitudine su di un'isola, per passare infine all'attivismo come ministro della cultura. Esperienza, quest'ultima, dura e difficile perché contraria alla mia vocazione votata alla meditazione ed al silenzio, ma sviluppato per il fatto che avevo intuito come tutto fosse un disegno della volontà di Dio.

Come vede il futuro del mondo?

Lo vedo come un futuro socialista. Il vero socialismo contiene delle aberrazioni, come le ha avute il cristianesimo con le Crociate, l'Inquisizione, la corruzione dei papi rinascimentali, ma continuo ad essere cristiano. Allo stesso modo continuo ad essere socialista. Esistono solo due sistemi economici possibili: l'appropriazione delle ricchezze che la Terra offre oppure la loro condivisione. La vera cristianità sta dalla parte della condivisione di tutti questi beni. San Basilio disse: “Una società perfetta è quella che esclude tutte le proprietà private”. E San Clemente: “Tutto quello che esiste sulla terra deve essere di uso comune”. Mi sembra di essere in buona compagnia a pensarla così.

E la globalizzazione?

Credo nella globalizzazione della rivoluzione.

Intervista di Roberto Carnero – L'UNITA' – 13/02/2004

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