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Coloane, la Natura dello Scrittore

Quando incontrai di persona lo scrittore cileno Francisco Coloane nell'agosto del '99 a Roma, in un albergo vicino al Pantheon, aveva 89 anni (era nato nel 1910 a Quemchi, un'isola vicina allo stretto di Magellano), e mi diede subito l'impressione che fosse un personaggio dei suoi stessi racconti. Il corpo ancora vigoroso, occhi celesti, un'aria gentile, parlava della sua vita con distacco, come se stesse leggendo le avventure di un racconto scritto da altri. Ora che è morto e riascolto la sua voce registrata, quell'impressione di irrealtà che mi diede allora si accentua ancora di più. Il segreto di quella conversazione sospesa fra reale ed immaginario consisteva nel fatto che egli era stato davvero marinaio e palombaro nello stretto di Magellano, mandriano nella Terra del Fuoco, oltre ad essere stato membro della prima spedizione cilena in Antardide, navigando per tre mesi nel mare di Bellinghausen, pertanto riferiva cose straordinarie come se fossero aneddoti banali. Parlammo di Pigafetta e del suo viaggio insieme a Magellano, facendo lui, mostra di conoscere la geografia dello stretto come il palmo della sua mano, e dei venti inesauribili che battono quelle regioni. Poi, tra le altre cose, aggiunse che il più grande marinaio dello stretto era stato un napoletano Don Pasquale Rinaldi di Castellamare, capace di navigare senza radar e con la nebbia tutto l'anno: “Di questo io parlo nel racconto Sulla famosa regione antartica”. Io gli regalai una copia del mio libro su Pigafetta, ci ripromettemmo di rivederci in Cile, poi mentre andavo via gli feci una foto e lui, vedendo sulla mia macchina fotografica il segno che indica l'infinito, mi raccontò una storia. “Una volta un indio Yamanas, quelli che da sempre hanno abitato lo stretto di Magellano, mi fece osservare che il loro progenitore è disceso dal cielo con una corda fatta con la pelle di una foca pregiata, non più lunga di due metri, la foca de dos pelos, ormai sterminata dagli inglesi. Il loro progenitore era disceso dal cielo facendo una scala ad anelli, nella quale ogni gradino era a forma di otto”. Coloane mi guardò e aggiunse: “L'indio mi fece questa domanda che io faccio a te: se il simbolo dell'infinito è proprio a forma di otto, come la scala degli Yamanas, questo vuol dire che il mito e la scienza hanno inventato lo stesso simbolo?”.

Benché in America latina fosse molto famoso, Paco Coloane fu pubblicato la prima volta in Italia solo nel 1987 dalla casa editrice Edizioni Lavoro, con Terra d'Oblio. Forse perché quegli anni erano dominati dal real-marilloso di Garcia Marquez, dalle città della fantasia come Macondo, forse perché ci risultavano estranei quei pionieri che parlavano spagnolo, abituati a sentir parlare dai pionieri solo la lingua inglese. Per molte ragioni non eravamo pronti a credere che esistesse un Far West in Patagonia, che esisteva una geografia del limite in America Latina, perciò il libro di racconti affondò nei depositi delle librerie dove giacciono i libri naufragati. Nove anni dopo il panorama era cambiato. Il famoso scrittore cileno Luis Sepúlveda nella collana da lui diretta “La frontiera scomparsa” della casa editrice Guanda, rendeva omaggio al suo maestro e pubblicava Terra del fuoco e l'anno dopo nel 1997 Capo Horn, poi vennero I Balenieri di Quintay e il romanzo La scia della balena, l'unico romanzo al mondo ambientato nello stretto di Magellano, ed altri ancora. Fu subito un successo e così conoscemmo la geografia della terra del Fuoco, le peripezie dei guardiani di fari collocati dove si scontrano due oceani, le gesta dei pionieri cileni ed argentini compiuta alla fine del mondo, gesta che mai nessuna pellicola ha portato sullo schermo, come invece è successo con i pionieri del Far West degli Stati Uniti.

Francisco Coloane continua la grande tradizione degli scrittori latinoamericani di racconti che hanno come capostipite l'uruguaiano Horacio Quiroga (e riferimento obbligato Edgar Allan Poe) mentre la sua tematica affianca quell'epica fondata sul lavoro nata con Conrad, London, Melville. Se dietro Melville vi è lo spietato spirito protestante che vede il male come una forza enorme e oscura che angoscia il cuore dell'uomo, con Jack London e la sua lotta per la sopravvivenza vi è il rutilante mondo dei pionieri che rappresentano l'avanguardia dell'impero americano, e Conrad vede nella lotta fra l'uomo e la natura, ma soprattutto in quella natura immortale che è l'oceano, la riproposizione dell'eterno duello fra l'uomo e il male, nell'epica del lavoro di Coloane non vi sono né l'imperialismo inglese, né il dinamismo della nascente nazione americana, né il conflitto fra bene e male, bensì le attività di uomini marginali, che lavorano ai confini del mondo, in paesi molto poveri. In quest'epica dei confini – e questo lo differenzia dagli scrittori di lingua inglese – risuona tuttavia l'eco di una passata grandezza: la conquista della Patagonia, i tentativi di popolare lo stretto di Magellano, la Terra del Fuoco. Insomma i racconti di Coloane mettono in luce una sorprendente realtà latinoamericana, che affonda le radici nel passato coloniale, sconosciuta da tutti e forse proprio per questo molto attraente. Non è azzardato affermare che l'opera di Coloane sia una vera e propria epica minore, minore non nel senso della qualità letteraria dei suoi modelli, ma perché racconta storie individuali, quando i grandi imperi sono finiti e l'epica maggiore è ormai consegnata alla storia della letteratura oppure alla fantascienza.

Riascoltando ancora un brano di quell'intervista mai pubblica, trascrivo questa domanda e la risposta: “Ambientando le sue storie in una natura immensa, dove l'orizzonte nasconde sempre un altro orizzonte spesso più terribile, un mondo segnato da nomi leggendari come capo Horn, Stretto di Magellano, Terra del Fuoco, Patagonia, ecc. non le sembra che stia volutamente praticando una scrittura del limite?”. “Io non cerco solo il limite o la frontiera che c'è in ogni uomo, è che in questa parte del mondo tutto parla di frontiera, anche la storia. Mi spiego: nell'isola di Chiloè il primo grande scrittore di epica latinoamericana, il conquistador Alonso de Ercilla, che mise in versi la guerra fra spagnoli e indios araucani nel XVI secolo con L'Araucana, arrivato così a sud scrisse, nella corteccia di un albero, “sono giunto dove fino ad ora nessuno è arrivato”. La sua non era solo una considerazione di carattere geografico, Ercilla era arrivato anche ai confini della letteratura, oltre che ai confini della letteratura, oltre che ai confini del mondo. Trasferire il conflitto fra mussulmani e cristiani, da sempre ambientato in Europa, in una regione dalla faccia nascosta della terra significa far scoprire nuovi orizzonti alla letteratura. Insomma tutta la storia di questa parte del mondo è una storia estrema, che si svolge in una natura immensa, fatta da uomini straordinari”.

Qual'è il rischio che corre l'opera di Coloane? Di essere letto come l'opera di uno scrittore ecologico, uno che conosce la vita delle foche e le rotte degli iceberg, ma non per quello che lui è davvero: un palombaro degli abissi della solitudine estrema che si vive a queste latitudini, un esperto alpinista delle montagne di vento che si abbattono sulle pianure immense della Patagonia, un domatore di desideri che conosce la mandria degli appetiti che popolano il cuore di questi pionieri, insomma uno scrittore che sa descrivere come si comportano e si trasformano gli uomini quando sono messi alla prova di fronte ad una natura tremenda. Purtroppo nelle librerie i suoi libri vengono collocati insieme alle guide turistiche del Cile e dell'Argentina. E' come se leggessimo Kipling per sapere come erano fatte le foreste dell'India del secolo scorso.

Nicola Bottiglieri – L'UNITA' – 09/08/2002

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