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Connelly: “La mia Big Pharma, idealista e assassina”

Classe 1956, zazzera corta, barbetta grigia, occhi celesti dietro gli occhiali tondi. Michael Connelly ha la biografia di uno che va dritto allo scopo: nato a Filadelfia, dopo aver letto i romanzi di Raymond Chandler si è scoperto la vocazione alla scrittura e, abbandonata la facoltà di ingegneria, dopo una laurea in giornalismo all'università della Florida, è approdato come cronista di nera al Los Angeles Times. Poi il salto: nel 1992 pubblica The Black Echo, (in italiano La memoria del topo), il primo dei thriller con quello che diventerà un suo eroe fisso, il detective Hieronymus, alias Harry Bosch. E se negli Usa gli capita spesso di dover spiegare dove abbia attinto questo nome e perché nutra una passione per il visionario cronista delle violenze del XV secolo, nel vecchio mondo, a Mantova, non ha bisogno di farlo. Da The Black Echo a oggi corrono sedici romanzi - l'ultimo, The Lincoln Lawyer, si annuncia come il suo primo legal thriller - e un successo che l'ha trasformato in quella creatura sui generis che è lo “scrittore di best-selle””. Uno che sa di vendere a ogni titolo milioni di copie ma che è anche consapevole del fatto che, per riuscirci, non può distrarsi e deve mantenere il passo metodico del fondista. Oggi vive a Tampa, Florida, con moglie e figlia. Connelly è al Festivaletterattura, in contemporanea con l'uscita di Utente sconosciuto, romanzo del 2003 che Piemme ha appena mandato in libreria. Un libro che è un “one shot”: non c'è l'eroe fisso Bosch, al suo posto c'è uno scienziato, Henry Pierce; c'è una prostituta scomparsa e forse uccisa; e c'è l'ambiente scientifico impegnato allo spasimo nella ricerca sulle nanotecnologie. “La scintilla iniziale di questo romanzo è un episodio reale: quando mi sono trasferito a Tampa mi è stato assegnato un numero di telefono al quale nelle prime settimane continuavo a ricevere chiamate di persone che cercavano una ragazza scomparsa. Perfino sua madre e le sue sorelle. Col tempo l'enigma si è sciolto: era una giovane donna che aveva deciso di ritirarsi dal mondo” spiega Connelly. “Da qui l'idea di Lilly, prostituta del nuovo racket che corre via web, la cui sparizione, in questo romanzo, ossessiona Pierce che ha ricevuto il suo vecchio numero di telefono. A questo ho aggiunto il mio interesse per la tecnologia. E per il suo lato oscuro”.
Come già Le Carré nel “Giardiniere tenace” lei assegna un ruolo criminoso all'industria farmaceutica. Pensa che sia il nuovo Impero del Male?
È un'industria che svolge anche un servizio indispensabile. Ma certo nel campo c'è una concorrenza spietata. E questo aiuta a immaginare che chi ci lavora potrebbe fare qualunque cosa, anche uccidere, per mantenere il suo spazio di mercato. Io ho un fratello che lavora nel ramo, così ho provato reticenza a descrivere questo mondo a tinte compattamente fosche. Anzi, uno dei personaggi, Charlie Condon, raccoglitore di fondi, è ricalcato su mio fratello. Incarna quanti credono nell'ideale.
In questo festival, com'è nel mercato editoriale, giallisti e thrilleristi siete in maggioranza. L'amore per il brivido ha soppiantato, nel pubblico, l'amore per le love story e per le lacrime. Lei si è chiesto il perché? Pensa che questa passione nord-occidentale per il giallo abbia a che fare col fatto che nelle nostre società le statistiche dicono che due terzi degli assassinii restano impuniti?
Sì, c'è una grossa contraddizione: da antico cronista so che in una città come Los Angeles un omicida su quattro resta in libertà, mentre nei polizieschi i casi giungono tutti a soluzione. Da giornalista, quando seguivo un caso, ero frustrato se la pista spariva nel nulla. Da scrittore so che la realtà è quella e mi sono dovuto forzare per arrivare invece, sempre, alla giustizia e al lieto fine. Penso che i lettori amino i gialli perché pensano “a me questo non potrà mai succedere” e, contemporaneamente, s'interrogano “se mi succedesse sarei così coraggioso?”. Dunque, il thriller invoglia a un po' di introspezione. E questo è bene.
Dal ‘95, anno del suo addio al “Los Angeles Times”, ritiene che il giornalismo di cronaca sia cambiato?
Avevo lasciato da poco il mestiere quando esplose il caso O.J.Simpson. Ero a Los Angeles quando fece la sua fuga inseguito per tutta la città da polizia e televisioni. Mi ricordo che ero in poltrona e seguivo la rincorsa sullo schermo quando, nel mucchio, vidi il cronista che mi aveva sostituito al giornale. E mi trovai a dirmi “per fortuna non sono lì”. La televisione ha modificato l'ottica del mestiere: oggi i giornalisti, anche quelli della carta stampata, lavorano in branco. La cronaca nera è diventata, come il resto, intrattenimento.
Pure, ogni tanto il giornalismo americano ritrova la sua capacità di racconto e di denuncia. Com'è stato a New Orleans. A lei, americano, che effetto fa che il governo Usa abbia per la prima volta chiesto aiuto economico al resto del mondo?
Nel Golfo del Messico, dove vivo, aspettiamo periodicamente, impauriti e tranquilli, che ci colga un uragano. Katrina poteva arrivare da noi. Così, quando è dirottato altrove, abbiamo provato sollievo. Poi è arrivato il senso di colpa. E la sensazione che, come già l'11 settembre, sia crollata l'immagine di invincibilità degli Stati Uniti. Non so se davvero il nostro Paese abbia bisogno di soccorsi dall'estero. Questo bisognerebbe chiederlo a George W. Bush. Io, ne dubito.

Intervista di Maria Serena Palieri – L’UNITA’ – 08/09/2005




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