| BIBLIOTECA | EDICOLA |TEATRO | CINEMA | IL MUSEO | Il BAR DI MOE | LA CASA DELLA MUSICA | LA CASA DELLE TERRE LONTANE |
|
LA STANZA DELLE MANIFESTAZIONI | NOSTRI LUOGHI | ARSENALE | L'OSTERIA | IL PORTO DEI RAGAZZI | LA GATTERIA |

BIBLIOTECA

Giovani sull'orlo della rivoluzione

Si sarebbe tentati di definirlo uno scrittore trasgressivo, ma la semplice trasgressione farebbe una fatica enorme a contenere il rigore stilistico e la ricerca espressiva che sono alla base dei suoi libri. Credo invece che se c’è un aggettivo più appropriato di altri per descrivere la scrittura di Dennis Cooper, quell’aggettivo sia: radicale.


In Tutt’orecchi, uscito per la prima volta negli Stati Uniti nel 1999 e pubblicato ora in Italia dalla Playground (traduzione di Giuseppe Marano) lo scrittore di Los Angeles prende per un attimo le distanze dalle ossessioni erotiche che caratterizzano i suoi romanzi e, con lo stesso rigore, decide di mettersi ad ascoltare. Per farlo attraversa gli Stati Uniti armato di un registratore, scegliendo come obiettivo quella generazione di giovani promesse che si sta facendo strada in maniera decisa nel mondo dell’arte e dello spettacolo agli inizi degli anni ’90. Incontri a tutto campo, che hanno come cornice hall di alberghi, camerini e set cinematografici. Accanto a una Nan Goldin ossessionata dall’idea di riuscire a far confluire tutta la sua esistenza nell’opera d’arte, fa specie la sorprendentemente umanità e capacità di riflessione di una giovane Courtney Love, o l’imbarazzo di Di Caprio, che solo da poco ha cominciato a doversi difendere dalle conseguenze del successo. Lette oggi, a qualche anno di distanza dalla loro stesura, dopo che il tempo ha sentenziato la fondatezza o meno delle aspirazioni dei suoi protagonisti, i sedici pezzi (interviste, saggi e necrologi) che compongono il libro, invece che apparire datati, acquistano un valore prospettico che si aggiunge ad un indiscusso valore stilistico.

Tutt’orecchi” ci mostra la scena americana degli anni ’90. È cambiato qualcosa oggi? Che America si trova davanti, nel 2005, un giovane artista che sta cercando di affermarsi?

“Oggi la situazione è alquanto diversa. In quel periodo le cose audaci e spigolose erano piuttosto apprezzate e riuscivano a tenere testa a tutta la merda che andava di moda. Gli anni ’90 sono stati l’epoca del grunge, del primo rock indie, dei raves e di molti altri fenomeni promettenti. Persino in campo letterario c’era un maggior interesse da parte di critica e pubblico nei confronti di opere avventurose. All’epoca “trasgressione” era la grande parola d’ordine. Basta vedere quanto sono cambiati alcuni degli artisti che ho intervistato o di cui ho scritto, per capire ciò che sto dicendo, Keanu Reeves e Leonardo Di Caprio sono oggi due mega star ultra milionarie. Courtney Love è la barzelletta delle cronache mondane. Bob Mould è praticamente dimenticato. L’eroina non è più chic e la cultura rave non è riuscita ad avere un vero e proprio impatto, almeno negli Stati Uniti. Oggi Mtv non programmerebbe mai dei video che siano, anche solo, lievemente controversi. In questo momento quasi tutta l’arte interessante viene totalmente prodotta nell’ambiente underground e un artista che sperimenta, o sceglie un approccio realmente individuale, ha scarse possibilità di raggiungere un qualsivoglia tipo di successo di pubblico o economico. C’è di buono che ora è molto facile distinguere i veri artisti da quelli falsi, perché gli “artisti” emergenti che inseguono fama e successo, non cercano nemmeno di simulare una parvenza di originalità. La cultura popolare americana è virtualmente sintetica, cosa di cui probabilmente vi sarete resi conto, poiché presumo che le centinaia di divette prive di talento, d’insulsi standardizzati cantanti hip hop e di sdolcinate band di punk rock presenti sulla nostra scena, siano state inflitte anche all’Italia. C’è però ancora una speranza, il nostro attuale disgustoso e odioso governo ha reso i giovani talmente furiosi che la cultura sembra sull’orlo di un nuovo cambiamento rivoluzionario. Se ciò accadrà davvero o no, non lo so. Ma mi sembra di percepire una svolta verso un’arte più onesta e audace, anche se i media non registrano ancora tracce di questo cambiamento.

Da scrittore, come si rapporta nei confronti del linguaggio, della chiarezza di esposizione?

Credo che il linguaggio debba essere chiaro, conciso e carismatico al tempo stesso. D’altra parte, credo anche che la struttura, la forma e lo stile possano essere provocatori e, persino, difficili, se il linguaggio è preciso e onesto emotivamente. Ho sempre cercato di scrivere dei libri, che chi normalmente non legge romanzi potesse comprendere e con cui potesse relazionarsi a livello contenutistico, ma, che allo stesso tempo, fossero innovativi e complessi, che potessero piacere a chi cerca nei romanzi una sorpresa e un’avventura. Il mio pubblico è un po’ il riflesso di questa scelta. La mia opera sembra attrarre le giovani generazioni, che si riconoscono nelle storie e rispondono a esse a livello emotivo, o gli intellettuali, che sono attirati dalla mia esplorazione della forma e dello stile.

River Phoenix è morto, Cobain lo stesso. Non c’è generazione che non senta il bisogno di rinnovare la sua offerta alla Giovinezza. Tu che l’hai descritta e dalla quale credo sei sempre stato molto attratto: cosa rappresenta per te la giovinezza?

È una combinazione di fattori. Vedi, io sono molto interessato a tutto ciò che è radicale e nuovo e credo nell’idea di genio. Tutte cose in cui solitamente sono i giovani a credere di più, cose che i giovani ricercano più degli adulti. Gli adulti tendono a perdere per strada la loro ambizione e smettono di credere nell’idea che possa esistere qualcosa di così sconvolgente da cambiargli la vita. Per questo riesco a essere in sintonia solo con i giovani. La gente mi dice sempre che sono un adolescente in un corpo adulto e a volte mi sento proprio così. La maggior parte dei miei amici sono molto più giovani di me, perché non trovo facilmente persone della mia età che condividano i miei stessi interessi o il mio modo di vedere la vita. Inoltre, sono affascinato dall’ossessione del mondo adulto per i giovani e dalle rigide idee che gli adulti hanno su come dovrebbe essere una persona giovane. Fondamentalmente, ci si aspetta che i giovani ispirino erotismo, nostalgia o tenerezza. Se non rispondono a queste aspettative, vengono considerati dei soggetti pericolosi. L’amnesia che colpisce gli adulti, facendo loro dimenticare cosa significhi esser giovani, è per me un fenomeno strano, interessante e insieme terrificante. Trovo che il rapporto fra giovani e adulti sia qualcosa di estremamente potente e spaventoso. Non so perché, ma ho un intenso bisogno di scrivere di questo rapporto, raccontando la sua complessità e il suo incasinato potere dinamico e dando ai ragazzi il rispetto che meritano, ma che raramente ottengono, per quello che pensano e che fanno.

C’è un’ossessione che caratterizza molti artisti del passato soprattutto, quella di mettere nella loro arte tutto quello che conoscono. Ma è un’ossessione che sembra abbia abbandonato gli artisti di oggi. Che ne pensi?

Immagino che un tempo fosse possibile per gli artisti credere di essere capaci di creare da soli un tipo di arte così onnicomprensiva. Ma la globalizzazione e, in particolar modo internet e la tv satellitare, hanno reso estremamente improbabile l’esistenza di quel tipo di spazio privato in cui un artista possa credere di capire davvero il mondo. Ora l’arte è necessariamente molto più reattiva e difensiva. La ricerca della rappresentazione nell’arte della propria confusione nei confronti della vita ha rimpiazzato nell’artista, quella della rappresentazione della propria prospettiva onnisciente del mondo. Oggi sappiamo troppe cose e l’idea che la razza caucasica rappresenti l’unica fonte di conoscenza è ormai completamente superata. Anche oggi gli artisti cercano di mettere tutto ciò che sanno nella loro arte. Non credo che questo sia cambiato. Penso solo che né gli artisti, né il pubblico credano più che ciò sia davvero possibile, questa è la differenza. Ci sono degli artisti che, secondo me, rappresentano il mondo con sorprendente completezza e forse anche tu pensi la stessa cosa di certi artisti, ma probabilmente quelli che sceglieresti tu, sono diversi da quelli che sceglierei io. Credo che oggi nel mondo la gente cerchi soprattutto una relazione più profonda e personale con l’opera d’arte e a buon diritto. È il mondo ad essere cambiato, non gli artisti.

Pensi che a un’opera si possa chiedere qualcosa di diverso dal contenere la vita di chi la crea?

In realtà credo che si possa anche chiedere l’esatto opposto. Ultimamente ho pensato molto alla comicità e all’evasione e a quanto l’arte possa essere grande e originale, quando mira a questi due scopi. Ho appena visto il nuovo film di Wes Anderson Le avventure acquatiche di Steve Zissou e mi ha davvero colpito. Mi ha fatto pensare a quanto la comicità e l’evasione possano ispirare un tipo di arte davvero radicale e innovativa, perché permettono agli artisti di lavorare con una forma più aperta, non-narrativa. Sto di nuovo apprezzando i film di Jaques Tati, quelli della Pixar, quelli del periodo di mezzo di Alain Resnais e Jackie Chan e Bill Murray e altri artisti che vedono l’evasione come una seria forma d’arte. Sono opere cariche di una brillante capacità di oblio, che privilegiano l’immaginazione alla biografia e all’introspezione psicologica e sto finalmente cominciando a capire il loro significato e il loro valore. Gli artisti che cercano di rimuovere completamente le proprie vite dalla loro arte, per quanto sia possibile riuscire in un’impresa simile, sono quelli che mi affascinano davvero in questo momento.

In un’intervista hai affermato che - come scrittore - il tuo approccio ai personaggi è sempre un approccio comprensivo e compassionevole. Quell’affermazione vale anche per il Dennis Cooper-giornalista di “Tutt’orecchi”?

Beh, è impossibile essere comprensivo come giornalista. Puoi essere comprensivo con dei personaggi immaginari e situazioni finte. In questo caso, invece, si tratta soprattutto di dare ai soggetti la mia completa attenzione e di cercare di trattarli nel modo più equo possibile. Credo che questo sia l’unico approccio possibile, perché la relazione è terribilmente artificiale. Loro mi offrono un’immagine riveduta e corretta di se stessi e anche io cerco di rimodellare la mia per metterli a proprio agio. Di solito funziona molto bene, anche se qualche intervistato particolarmente carismatico o sociopatico è riuscito a imbrogliarmi. Ad esempio, ripensandoci ora, credo che Courtney Love mi abbia davvero giocato per bene. Al contrario, invece, la mia interazione con Leonardo di Caprio si è svolta all’insegna di una schiettezza insolita, considerate le circostanze. Quando, però, scrivo di un film, di un libro, o di un disco, è una cosa diversa da quando parlo degli artisti stessi. Se sto scrivendo su qualcosa che è il prodotto dell’immaginazione di un artista, allora credo che il modo migliore per rispondere sia usare la mia immaginazione. Non ha senso provare compassione per un’opera d’arte. In quel caso bisogna misurare l’eco che quest’opera ha nel mondo e in misura leggermente minore nella mia testa.

Intervista di Emidio Clementi – L'UNITA' – 06/02/2005




| UFFICIO INFORMAZIONI | LA POSTA | CHAT | SMS gratis | LINK TO LINK!
| LA CAPITANERIA DEL PORTO | Mailing List | Forum | Newsletter | Il libro degli ospiti | ARCHIVIO | MOTORI DI RICERCA |