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Giallo elementare

Una leggenda dice che la Nutella sia stata inventata per sbaglio. Una partita di cioccolatino uscì sciolta, come fosse una crema, e qualcuno anziché buttare tutto capì che si trattava di una scoperta. Anche la motocicletta Vespa fu un risultato casuale, perché fu utilizzato un motore che non era destinato a un mezzo a due ruote. Sono storie che fanno parte di una mitologia dell'intuizione che ha una lunga tradizione. Cominciando della famosa mela che cade di cui abbiamo spesso bisogno e che ti dicono sostanzialmente questo: la soluzione dei problemi, le idee. Vengono spesso da calcoli sbagliati, oppure si trovano là dove non ti aspetteresti di trovarle.

Se racconto tutto questo c'è un motivo. E il motivo parte da un libro giallo che ho letto in questi giorni. E poi da un film che si dovrà girare nei prossimi mesi. E dalla nuova moda di scrivere gialli. E infine dal fatto che questi gialli sono scritti spesso, da commissari, poliziotti e magistrati. Se racconti la storia dell'invenzione della Nutella è perché voglio dimostrare che il modo di trattare crimini e casi insoluti nel nostro paese ha l'ambizione di seguire procedure scientifiche. Ma si ignora che la scienza procede in modo diverso. E dunque molti investigatori di fantasia che ormai affollano le pagine dei libri sono abbastanza inverosimili.

Il punto di partenza,come spesso accade, sta in un libro molto importante, scritto molti anni fa. Nel 1962 il grande filosofo della scienza Thomas Kuhn pubblicò il suo saggio più celebre: La struttura delle rivoluzioni scientifiche. Sostenendo una tesi: le scoperte scientifiche sono il frutto della crisi di un “paradigma”. Per fare un esempio: per molti secoli la comunità scientifica ha creduto nel paradigma tolemaico, in cui la terra stava al centro dell'universo e il sole le ruotava attorno. Nei secoli molti scienziati avevano dimostrato che così non era, man non riuscirono a imporre la nuova scoperta finché, per una serie di circostanze storiche, il paradigma tolemaico andò in crisi. Cominciò un periodo di confusione, fortemente creativo, e si arrivò a un nuovo paradigma: quello copernicano.

Insomma per Kuhn le scoperte scientifiche sono il frutto di sbalzi radicali e di momenti di grande confusione nella comunità scientifica. Per tornar al nostro paragone iniziale: forse molte volte i cioccolatini uscirono sciolti e inutilizzabili, ma nessuno aveva mai pensato che si potessero riutilizzare per farne una crema di grande successo commerciale. Ma ci fu un momento in cui il paradigma cambiò, e un errore nel dosaggio divenne l'elemento determinante per un prodotto nuovo.

Kuhn è utile per capire una cosa: le teorie scientifiche non sono figlie di intuizioni geniali che si manifestano in solitudine. Milioni di persone si saranno prese una mela in testa, passeggiando tra gli alberi. Ma solo Newton capì che da una mela poteva nascere la legge di gravitazione universale. E lo capì erano maturi, e il momento era quello giusto, non solo perché aveva usato la logica.

Ho appena finito di leggere un romanzo che in queste Giuttari, il capo della squadra mobile di Firenze che da anni sta indagando a uno dei casi di cronaca più misteriosi e controversi di questo dopoguerra: quello del mostro di Firenze. Il romanzo si intitola Scarabeo e lo pubblica la casa editrice Rizzoli. Scarabeo, neanche a dirlo, è ambientato a Firenze, e il suo commissario, che si chiama Michele Ferrara, assomiglia in modo inequivocabile a Giuttari.

Il libro di Giuttari è ben scritto, si legge bene ed è un giallo costruito attorno al personaggio di un serial killer che si muove attraverso delitti e minacciose lettere anonime indirizzate al commissario Ferrara. L'interpretazione di queste lettere è fondamentale per smascherare il colpevole e scoprirne l'identità. La lettura dei segni che l'assassino lascia sui corpi delle vittime porta dritto a una verità. Una verità utile al commissario Ferrara per salvare se stesso, bersaglio finale dell'assassino. Il romanzo si intitola Scarabeo: perché è proprio attraverso le lettere dell'alfabeto che si svolge la trama del libro e si troverà la soluzione.

Ma il caso di Giuttari, commissario e giallista non è affatto atipico. Scrivere gialli è ormai una passione diffusa, soprattutto tra poliziotti e magistrati. Basti prendere due casi (ma sono molti di più) di magistrati romanzieri di successo: Gianrico Carofiglio, sostituto procuratore a Bari, e Giancarlo De Cataldo, magistrato a Roma. Dove si mescolano inchieste vere, e opere di fantasia. Ma dove tutti i casi vengono risolti. Solo che ci sono due categorie di giallisti: quelli che ti disegnano un mondo rassicurante, dove alla fine tutti i nodi vengono al pettine; e quelli che invece ti tolgono ogni certezza, e quando hai finito di leggerli, il mondo non ti sembra per niente in ordine. In questa ultima categoria metto sicuramente Leonardo Sciascia e il Carlo Emilio Gadda del Pasticciaccio, e tra i più giovani Carlo Lucarelli e del siciliano Savatteri. Nella categoria di quelli che scrivono gialli rassicuranti ci sono le milioni di copie di Camilleri, e poi tutti i magistrati e poliziotti diventati giallisti, Giuttari inclusi.

Leonardo Sciascia, nei suoi romanzi, anche quando scriveva dei gialli, non ragionava solo sul mistero di un caso da risolvere, e non procedeva semplicemente attraverso meccanismi logici: ma dava un'idea del mondo. Ci sono sempre due piani in Sciascia. E i suoi intrecci obbediscono alle teorie di Kuhn. La sua posta in gioco è disegnare un paradigma, e attraverso il paradigma svelare un mondo. Basti pensare a un romanzo enigmatico come I pugnalatori. Dove dentro un inquietante fatto di cronaca, realmente avvenuto nella Sicilia della metà dell'Ottocento, esce un ritratto della Sicilia tormentato e, di fatto, senza soluzione. E per arrivare all'oggi, basti pensare all'ultimo romanzo di Gaetano Savatteri, La ferita di Vishinskji (Sellerio), dove, attraverso un delitto marginale scambiato in un primo tempo per suicidio, si finisce per disegnare tre secolo di storia e passioni e follie che stanno fuori dell'intreccio del giallo vero e proprio.

Ma i giallisti come Giuttari, che di mestiere fanno gli investigatori, costruiscono le loro trame dentro la logica investigativa, come se la soluzione del caso sia soprattutto un fatto di abilità e di intelligenza. Questi giallisti sono tutti mosaicisti pazienti e giocatori di scacchi attenti e con loro il romanzo giallo non diventa altro che un esercizio letterario con regole definite e un modo di raccontare spesso lineare e didascalico. Il mondo del crimine si fa gioco di incastri, di tessere che combaciano come in un puzzle. E alla fine tutto torna chiaro e ordinato. Per esorcizzare il mondo vero, che è terribilmente ambiguo, e il più delle volte illeggibile.

Allora può essere un sollievo rifugiarsi nella scrittura di un libro. Quasi un modo per scacciare l'ansia, l'angoscia di un mondo in disordine. Ed è un sollievo mettere sulla carta un modo di investigare, di trovare la verità che abbia, per così dire, un rigore scientifico. Solo che, come ci spiega Kuhn, la scienza procede per salti, e per rivoluzioni mentali vere e proprie, mentre questi giallisti scrivono storie dove la soluzione è chiara da subito: come un problema che si risolve seguendo le premesse in modo logico.

L'idea che la verità, la soluzione dei casi possa provenire da una concatenazione di congetture ha alimentato negli ultimi vent'anni una pubblicistica sconfinata. Che di fatto non ha mai portato a nulla, ma che ha grande fortuna. Sono i retroscena, le dietrologia, il continuare a rivelare dettagli, nuove prove che possono cambiare il corso delle interpretazioni di un fatto. Un caso per tutti: l'affaire Moro. Il regista Aurelio Grimaldi ha annunciato di voler fare un nuovo film su Moro e le Brigate Rosse, addirittura in tre parti di 90 minuti ciascuna. E questo dopo che hanno girato film su Moro Ferrara, Bellocchio e Martinelli, dopo varie commissioni di inchiesta, decine e decine di libri, ipotesi spiazzanti che hanno messo in gioco persino un celebre direttore d'orchestra come “grande vecchio” delle Brigate Rosse. Cosa avrà ancora da dire Aurelio Grimaldi, di quanto non è già stato detto?

Anche Grimaldi pensa che la verità non è mai quella che appare, ma sta sempre a un livello più alto e oscuro. Le librerie sono piene di libri che ti dicono che gli americani si sono fatti l'11 settembre da soli, che nessun uomo ha mai messo piede sulla Luna, e che il mondo è governato da una setta di persone potentissime e sfuggenti. La verità si sposta sempre un po' più in là. E il nostro mondo è fatto di complesse trame che sono quasi impossibili da scoprire. Ma che però esistono. In questo tipo di logica il caso non ha un posto. Il caso non è contemplato, non è una , non è una variabile scientifica, come invece sappiamo. Ultimamente questa tendenza si è accentuata. Ci sono case editrici, come Kaos, che pubblicano solo libri di questo genere. Ma se questo avviene è perché l'ultimo decennio che stiamo vivendo è piatto ed elementare. La politica non è più una manifestazione ambigua del potere, ma si è semplificata. Non esiste più una liturgia del potere. Esiste il potere diretto, e spesso brutale. Punto e basta.

Quando Silvio Berlusconi dice che i suoi affari e le sue attività sono state rivoltate come un calzino, dice la verità. Di lui sappiamo tutto. Ma ci piace pensare che ben poco sappiamo di Cuccia e di Bettino Craxi, di Andreotti e di Cossiga...E' la noia che genera mostri, e soprattutto è la noia che fa scrivere saggi dietrologici e gialli. Dove però i commissari e gli investigatori trovano sempre le soluzioni. Attraverso logiche che si vogliono scientifiche. Ma che scientifiche non sono affatto.

La scienza non trova soluzioni in questo modo. Ogni teoria scientifica nega di fatto il mondo di quella precedente. Non è un miglioramento. Non è un percorso obbligato. La Nutella poteva anche non nascere. Fu un caso che i cioccolatini si fossero sciolti, e fu un cambio di paradigma, diciamo così, dolciario., pensare che fossero ben commestibili e attraenti anche in quel modo.

Negli ultimi anni i giallisti non fanno che scrivere romanzi che procedono attraverso una vera e propria “scienza investigativa” ineccepibile. I serial killer e gli assassini di Giuttari, ma anche quelli di Giorgio Faletti, e di Camilleri, e di tanti altri, sono infinitamente più intelligenti di quanto avviene nella realtà, e anche gli investigatori sono fin troppo intelligenti. Ma non è sempre così: la storia investigativa è piena di errori, di deduzioni che non portano da nessuna parte, di misteri insoluti. Capisco la tentazione di voler mettere ordine in tutto questo. Solo che purtroppo il mondo non è fatto di postulati buoni per i romanzi gialli, ma di paradigmi che cambiano di continuo. Questo andrebbe detto ai giallisti italiani, che scrivono nel nostro mondo come fosse un grande enigma. Solo che l'enigma, al contrario di quanto si pensa, è molto rassicurante, perché l'enigma, al pari dei rebus, ha sempre una soluzione.

Roberto Cotroneo – L'UNITA' – 15/02/2004

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