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La strategia del perdono

Attraverso la storia del cavalletto lanciato sul collo del presidente del Consiglio abbiamo assistito a una messa in scena all’italiana che in parte era abbastanza prevedibile. La giusta condanna da parte delle istituzioni, qualche licenza poetica non proprio ineccepibile da parte del grande Mario Luzi, battute e scherzi attraverso i messaggini di internet. Mitologie di vario genere sull’operaio mantovano. Parole a sproposito dei soliti Cicchitto, Gasparri e Schifani, che ormai sembrano sempre di più quel comico di “Zelig” che gridava “attentato, attentato”.

Ma se ci lasciamo alle spalle le fotografie di Berlusconi con il cerotto, le parole della politica, dei grandi poeti, dei giornalisti e dei battutisti, rimane un fatto inequivocabile: questa, suo malgrado, è la migliore operazione mediatica di Berlusconi degli ultimi anni. L'unico che non l'ha capita, neanche a dirlo, è Emilio Fede, che pare assai arrabbiato con il suo amato leader: non voleva il perdono, non voleva la telefonata tra Dal Bosco e il premier, voleva la condanna, dura e inequivocabile. Con ogni probabilità Berlusconi deve aver pensato che questa volta Fede abbia perso un'occasione per stare zitto. Perché tutto quello che è avvenuto ha un sincronismo perfetto.

Berlusconi decide di andare a trovare un amico malato (questo dicono le agenzie), il 31 dicembre. E decide di andarci a piedi, attraversando piazza Navona. L'amico malato è la prima variabile narrativa da tenere in considerazione. Berlusconi non stava andando a palazzo Chigi, non stava esercitando il potere, non era nella funzione di Presidente: in quel momento Berlusconi metteva da parte gli impegni, per un amico, e soprattutto malato. E come va a trovare l'amico malato? Non con una macchina blindata e le sirene spiegate, ma a piedi, attraversando piazza Navona, bellissima come sempre, ma soprattutto piena di giochi per bambini, luminarie, statuette del presepe. Lo scenario è di festa, c'è persino una giostrina a piazza Navona, e i bimbi cercano di fare centro con il tiro a segno (sic). Mentre Berlusconi attraversa la piazza un uomo, che poi sarà identificato come Roberto Dal Bosco, di 28 anni, da Marmirolo, provincia di Mantova, operaio, non riesce a resistere, prende il cavalletto della sua macchina fotografica e glielo lancia in testa. Non è un gesto premeditato. E non è il gesto di uno squilibrato. Ma è il gesto ancestrale per eccellenza, la manifestazione del male in sé. Come lui stesso dichiarerà: non lo premedita, ma lo fa “perché odia” Berlusconi.

Entrano in gioco le procedure consuete. La Digos cerca di capire subito se ci sono motivi politici. Se Dal Bosco ha un movente, se fa parte di un gruppo di estremisti, di terroristi, o di altro ancora. La polizia perquisisce la stanza d'albergo del ragazzo ma quasi da subito è chiaro che il gesto “è personale”. Espressione da valutare bene. Infatti curiosamente, in questo evento nessuno usa l'espressione: “Uno squilibrato cerca di colpire Berlusconi con un cavalletto”. Ora, pur tenendo conto delle motivazioni “personali” di Dal Bosco, il gesto non appare né lucido e neppure coerente, ma tutto sommato proprio squilibrato. Invece non è politico, non è pubblico, non è antagonista, non è appunto squilibrato, ma è “odio”. Parola biblica. Ma “l'odio”, cosa significa esattamente?

Ci arriviamo. Le agenzie cominciano a battere varie informazioni su Roberto Dal Bosco. Due di queste sono abbastanza interessanti: la prima dice che Dal Bosco è un militante Ds, e ha lavorato per le feste dell'Unità, la seconda dice che è un muratore (ma qui le cose si fanno contraddittorie), forse un operaio, è di famiglia umile, grandi lavoratori, genitori di sani princìpi. Questo ragazzo, che stava fotografando qualcosa (chi? degli amici, le bancarelle, una chiesa...), lo vede e lo odia. Lo odia e cerca di colpirlo. Non gli grida insulti, non dice: l'ho fatto perché è la rovina dell'Italia, o cose del genere. Dice che il sentimento contro Berlusconi è un sentimento ancestrale, senza una spiegazione, senza una logica calzante. E da dove può venire questo odio staccato da tutto? E qui c'è la prima risposta. Dalla propaganda. La propaganda che dipinge Berlusconi come un uomo nero, la propaganda che vuole Berlusconi il termine, il punto di raccolta del male assoluto. Dal Bosco lo odia senza sapere il perché. Ma non è uno squilibrato. Perché se fosse trattato come uno squilibrato il perdono successivo non avrebbe alcun significato. È ovvio che si perdona uno squilibrato. Meno ovvio, appunto, che lo si faccia addirittura con un elettore di sinistra.

Berlusconi, che conosce troppo bene i meccanismi della comunicazione, intuisce che le campagne di stampa dei giornali di destra, tutte politiche; e le parole dei suoi fedelissimi, ottuse e scontate, non lo portano da nessuna parte. Il cavalletto è un'occasione propagandista clamorosa. Così Dal Bosco viene scarcerato, ha solo l'obbligo di firma, e prima di rimandarlo a casa qualcuno gli spiega come fare a recapitare una lettera a Berlusconi. Dichiara, subito dopo: “Se chiederò scusa al premier lo farò in privato, non pubblicamente”, niente di più falso. Di privato qui non c'è nulla. La lettera arriva a Palazzo Chigi. E subito dopo Berlusconi gli telefona. E qui, si genera un altro dei capolavori. Non è tanto Dal Bosco l'oggetto della telefonata. Il ragazzo non ha un centro, è poco coerente, ha commesso un errore, e per lui bastano poche parole. I veri destinatari della telefonata sono i genitori. Poveri genitori, che non si angosciassero troppo, Berlusconi non sporgerà denuncia sull'accaduto. Possono stare tranquilli. Riguardo al figlio Roberto, quando arriverà a Roma potrà incontrarlo, per guardarlo negli occhi, e capire che lui, Berlusconi, non vuole il male di nessuno.

Berlusconi lo ha perdonato. Ha perdonato uno che gli ha tirato un cavalletto in testa, e lo ha fatto perché vittima dell'odio, che è sempre cieco. L'odio porta solo dolore, e rende vittime le persone che ne sono oggetto. L'odio è un male da scacciare, combattere l'odio, da sempre, avvicina alla santità e garantisce il paradiso. Berlusconi ha telefonato al povero ragazzo di Marmirolo e i giornali si sono affrettati a dirci che erano tutti turbati. La mamma di Dal Bosco (“sono rimasta di stucco”), il giovane Roberto (“sinceramente pentito”), e tutti ad applaudire.

Berlusconi ha fatto bene a perdonare Dal Bosco, ma il suo gesto è il prodotto finale di una strategia di comunicazione troppo rapida per apparire in buona fede. Con buona pace di tutti i suoi, che il giorno dopo dicevano che la sinistra avrebbe sicuramente candidato Dal Bosco alle elezioni. La verità sarà forse un'altra. Piacerebbe molto di più a Berlusconi candidare Dal Bosco con Forza Italia, concludendo il suo capolavoro mediatico. Magari con una bella foto assieme, Berlusconi e Dal Bosco sorridenti, in posa davanti al cavalletto, con lo sfondo di piazza Navona, naturalmente.

Roberto Cotroneo – L'UNITA' – 06/01/2005

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