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Un Huckleberry Finn di quarant'anni

Giuseppe Culicchia, il “giovane scrittore” italiano per antonomasia, sta per compiere quarant’anni. Già questa è una notizia. Anche se da noi l’aggettivo “giovane” si applica facilmente anche ad autori che giovani non lo sono già da un pezzo. Ma certo, la soglia degli “anta” è simbolicamente forte per uno scrittore come Culicchia, il quale, con il suo romanzo d’esordio, Tutti giù per terra (uscito da Garzanti nel 1994), si era posto come un autore giovane che si rivolgeva soprattutto a lettori giovani, parlando di un protagonista giovane: l’indimenticabile Walter, alle prese con l’Università, il servizio civile e poi il precariato lavorativo, forse, almeno in parte, alter ego autobiografico della stesso Culicchia.
Ci confessa Culicchia (che è nato a Torino il 30 aprile del 1965): “Dato che “da grande” volevo scrivere, dopo la maturità mi sono iscritto a Lettere. All’università però ho scoperto che imparare a scrivere non sarebbe stato semplice, visto che nell’arco di quattro anni avrei solo dovuto scrivere la tesi di laurea. Allora ho deciso di lavorare in libreria, dove almeno scrivevo le bolle di resa dei libri invenduti. Ci sono rimasto otto anni: un periodo assai formativo, che suggerirei a chiunque abbia aspirazioni letterarie. Così da evitare il numero classico dello scrittore che entra in libreria per lamentarsi: della serie “Il mio libro non è esposto bene”, oppure “non è in vetrina” eccetera”.

Che effetto fa a un “giovane scrittore” compiere quarant’anni?

Credo che uno possa dirsi davvero scrittore solo dopo la propria morte, nel caso in cui i suoi libri continuino a trovare lettori a venti, cinquanta, cento anni dalla pubblicazione. Da questo punto di vista, la domanda mi crea grossi problemi: non sono ancora morto e quindi non so se posso dirmi scrittore, ho quarant’anni e di sicuro non sono più giovane. C’è una domanda di riserva?

Da oggi dovrà rinunciare a questa etichetta o la terrà ancora per qualche anno?

Le etichette te le appiccicano gli altri. E in giro ci sono giovani scrittori cinquantenni con tanto di figli all’università. Come lettore, non ho mai preso in mano un libro facendo caso all’età di chi lo aveva scritto.

Come mai con il suo ultimo romanzo “Il paese delle meraviglie” ha deciso di parlare degli anni Settanta?

Sentivo la necessità di raccontare gli anni cosiddetti di piombo da moltissimo tempo: in realtà ho cominciato a scrivere per raccontare “il paese delle meraviglie”, ma mi ci sono voluti altri sei libri prima di riuscirci. Quel periodo della nostra storia recente è stato a lungo un tabù, un buco nero. Il 1977, al contrario del 1968, è stato rimosso. Tant’è che ancora oggi basta sfiorare quegli anni per rimanerne scottati: vedi il recente dibattito suscitato dall’amnistia per la strage dei fratelli Mattei.

Che cosa le interessava di quel decennio?

Mi interessava raccontare un mondo in larga parte scomparso, e una generazione che, al contrario di quanto è accaduto in Italia dopo i mirabili anni Ottanta (che in America e in Inghilterra furono quelli di Reagan e della Thatcher, e che da noi erano già quelli di Berlusconi: la tivù commerciale nasce lì, e comincia subito a cambiare usi e costumi), viveva quotidianamente la politica, da una parte come dall’altra, e sognava davvero di poter cambiare il mondo. E poi volevo raccontare la violenza ma anche una certa libertà (all’epoca non esisteva la dittatura del politicamente corretto) e creatività: in quegli anni si faceva ad esempio un grande cinema, il punk cambiava la musica, nascevano le radio libere e Andrea Pazienza pubblicava le prime tavole. Erano creativi anche gli Indiani Metropolitani, anche se se ne accorsero in pochi. Detto questo, mi piacerebbe poter leggere un giorno non un romanzo, ma un libro di storia che parli degli anni Settanta, e in generale del nostro dopoguerra dalla strage di Portella della Ginestra a quella di Bologna, anzi, fino a quelle palermitane che videro la morte di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino e delle loro scorte, senza omissis e segreti di Stato: perché se è vero che dal 25 luglio del 1943 non esiste in questo Paese una memoria condivisa, sarebbe bene poter almeno condividere la nostra storia senza reticenze e omissioni.

È da pochi giorni in libreria “Torino è casa mia”. Ce ne vuole parlare?

Il volume nasce da una proposta della Laterza. “Perché non ci racconti la tua Torino?”, mi hanno chiesto. Ho accettato volentieri perché amo molto la mia città e perché Torino ha questa fama di luogo grigio, tetro, che non corrisponde assolutamente alla realtà. Certo ci sono torinesi grigi e tetri, ma la città oggi non vive più secondo i ritmi dettati dalla fabbrica. Torino è piena di verde, e di meraviglie architettoniche, anche se tra queste non includerei la maggior parte delle opere più recenti: la nuova città che sta nascendo con l’interramento della ferrovia sta deludendo la maggior parte dei torinesi, grigi e non. Non sentivamo davvero il bisogno di nuovi condomini. Comunque: Torino è appunto la mia casa, e la racconto come tale. L’ingresso, la stazione di Porta Nuova. Il corridoio, Via Roma. La cucina, il mercato di Porta Palazzo. E poi naturalmente il salotto di Piazza San Carlo, e il bagno dei Murazzi, il ripostiglio del Balon (il mercato delle pulci), e via dicendo».

In cosa consiste la “torinesità”?

Torino è, dopo Napoli, la città più meridionale d’Italia. I torinesi autoctoni sono una specie ormai rara. Così da un punto di vista antropologico c’è oggi a Torino un bizzarro miscuglio, accresciuto naturalmente con l’immigrazione dall’Africa, dall’Europa dell’Est e dall’Asia. La torinesità era un tempo una certa eleganza dissimulata, ad esempio, non solo nel vestire ma anche nel porsi: il famoso understatement torinese. Ma oggi in Via Roma trionfa il look Grande Fratello, o di quelle che Arbasino definisce nel suo Paesaggi italiani con zombi le “mignottone tivù”. Resta inalterata a Torino la suddivisione a compartimenti stagni: nella città già militare e poi industriale, ciascuno deve stare al suo posto, frequentare il suo “giro”. Poi naturalmente tutti i torinesi si lamentano perché vedono sempre le stesse facce, ma in fondo è quello che masochisticamente vogliono.

Quanto contano i luoghi per l’identità e il lavoro di uno scrittore?

Dipende dallo scrittore. Uno dei libri più belli di Kafka, che in America non andò mai, è appunto America. Mentre non si dà Thomas Bernhard senza l’Austria, i caffè di Vienna e i paesini di montagna.

A cosa sta lavorando?

Al momento ho appena finito di tradurre per Feltrinelli uno dei miei libri preferiti, Huckleberry Finn. Grande fatica ma grande gioia. Ora sto traducendo per Einaudi il nuovo romanzo di Bret Easton Ellis. Dopo di che, lavorerò al mio nuovo romanzo: un progetto a cui penso da anni e che ora finalmente mi sento di affrontare.

Intervista di Roberto Carnero – L'UNITA' – 26/04/2005




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