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“Con Bush il peggior governo della storia Usa”

L'incontro con Michael Cunningham era uno dei più attesi della “Milanesiana”, che proprio con lui si è aperta ieri sera nel capoluogo lombardo. Dove Cunningham, presentato dal giornalista Antonio Gnoli e dal traduttore dei suoi libri, Ivan Cotroneo, ha letto alcuni brani delle proprie opere, accompagnato dalle musiche del fisarmonicista Guy Klucevsek. Con i lettori italiani lo scrittore ha commentato per la prima volta nel nostro Paese il film The Hours di Stephen Daldry, tratto dal suo romanzo omonimo, Le ore, pubblicato in Italia, come gli altri, da Bompiani, e vincitore nel 1999 del Pulitzer per la narrativa, del Pen/Faulkner Award e del Premio Grinzane Cavour 2000 per la narrativa straniera.

Nato a Cincinnati, nell’Ohio, nel 1952, e cresciuto in California, autore di diversi libri fortunati - dal romanzo d’esordio, "Una casa alla fine del mondo", a "Carne e sangue", dai racconti di "Mr Brother" al libro di viaggio, di imminente uscita in Italia, "Dove la terra finisce" -, oggi Michael Cunningham è uno splendido cinquantenne, che dello scrittore di successo non ha né la spocchia né la supponenza. Ci dice di essere consapevole che il molto denaro guadagnato con i suoi libri, le traduzioni, i diritti cinematografici lo mette a rischio di “imborghesimento”, soprattutto per la tentazione, “pericolosissima per ogni vero scrittore”, di assecondare i gusti del pubblico, ma di essere felice perché gli dà anche la tranquillità necessaria a scrivere senza preoccupazioni. L’appuntamento alla “Milanesiana” è stato l’occasione per parlare con Cunningham di letteratura e di cinema, ma anche della sua vita e delle sue battaglie.

“Le ore” è diventato rapidamente un libro di culto. Che effetto le fa?

Questa risposta così intensa da parte dei lettori mi ha comunicato una grande emozione. Non posso che chiamarmi fortunato, anche se il successo, in verità, è il risultato di una lunga fatica.

Colpisce la sua capacità di entrare nella mente dei personaggi, quasi scomparendo in loro. Come è possibile per l’autore eclissarsi dalla scena e al tempo stesso essere presente con il proprio mondo poetico?

Non tutto mi è chiaro, c’è una buona dose di mistero nella magia della scrittura. Credo che avvenga un po’ come per gli attori. L’ho visto durante le riprese di "The Hours", e anche in quelle, appena concluse, della pellicola basata su "Una casa alla fine del mondo": scherzi e parli con gli attori del più e del meno, e cinque minuti dopo, sulla scena, non sono più loro, sono altre persone. Ecco, bisogna dimenticare se stessi per calarsi nei personaggi.

Lo stile dei suoi libri varia di volta in volta, ma la lingua è sempre tersa, pulita, precisa nel definire, ma anche calda e coinvolgente. A monte di un risultato finale così equilibrato, c’è un lavoro di elaborazione, di riscrittura?

Le prime stesure dei miei libri sono un vero caos. Non so neanch’io cosa sto scrivendo, dove sto andando, vado avanti e poi torno indietro. Ripenso, rielaboro, riscrivo. E soprattutto taglio, taglio molto: in genere all’inizio scrivo tre volte la quantità di pagine che entreranno nel libro.

Sull’onda del successo del suo libro e del film, c’è stato un rinnovato interesse dei lettori per Virginia Woolf. Qual è l’attualità di questa scrittrice?

I classici sono sempre attuali e Virginia Woolf è senz’altro una di loro. Lei ha insistito molto sull’importanza delle persone comuni e degli eventi comuni. Cosa c’è nella "Signora Dalloway"? Soltanto una donna che parla di un uomo che potrebbe diventare suo marito ma non lo diventerà, poi fa un pisolino, infine organizza una festa. Una giornata ordinaria di una persona ordinaria. Ma la scrittrice riesce a mostrare come gli aspetti più importanti di ogni persona siano contenuti nei più banali accadimenti quotidiani, così come l’intera matrice di un organismo è riprodotta in ogni singola elica del suo Dna.

Come ha vissuto l’adattamento cinematografico del romanzo?

Ho lavorato alla sceneggiatura con David Hare e ho parlato a lungo con lui. Mi sono anche recato più volte sul set, offrendo consigli agli attori. Perciò un po’ lo sento anche mio. Inizialmente ero preoccupato perché nel libro le vicende raccontate si svolgono soprattutto nella mente dei personaggi e dunque non sapevo in che modo questa modalità avrebbe potuto essere resa nella pellicola. Poi, però, visto il prodotto finale, l’ho trovato un film perfetto, in cui non saprei proprio cosa togliere, aggiungere o modificare. Questo per la bravura dello sceneggiatore, del regista e soprattutto delle tre attrici, Nicole Kidman, incredibilmente a suo agio nei panni della Woolf, tanto che non a caso si è guadagnata l’Oscar come migliore attrice protagonista, Julianne Moore in Laura e Meryl Streep in Clarissa.

Prima accennava a un film tratto dal suo romanzo d’esordio, “Una casa alla fine del mondo”. Ci può dire qualcosa?

Sì, abbiamo appena finito le riprese. Questa volta si tratta di una produzione indipendente. Il regista è Michael Mayer, e tra gli attori ci sono Colin Farrell, Robin Wright Penn e Sissy Spacek. Ma non si sa ancora quando il film uscirà, forse negli Stati Uniti intorno a Natale.

Lei insegna scrittura creativa, prima alla Columbia University e ora al Brooklyn College. Che consigli dà agli aspiranti scrittori?

Cerco soprattutto di incoraggiarli a offrire di se stessi, nella scrittura, la versione più potente, strana, magica, e di portare la letteratura in luoghi prima mai tentati. Li esorto a non arrendersi alle difficoltà, ad essere pazienti e perseveranti, perché il successo non è immediato, anzi è una conquista faticosa, specialmente per gli scrittori più originali.

Negli anni passati, lei è stato militante di Act-up e impegnato per i diritti dei gay nonché nella lotta contro l’Aids e a favore dei malati. Considera tuttora l’impegno civile una dimensione importante?

È importantissimo, oggi più che negli anni passati. Sono cambiati i tempi, contro l’Aids abbiamo fatto tutto quel poco o quel tanto che è stato nelle nostre possibilità. Oggi negli Stati Uniti abbiamo il peggior governo che io abbia mai visto e forse dell’intera storia americana. Vorrei vivere in un Paese che non pretenda di dominare il mondo a colpi di bombe, che rispetti l’ambiente, che non calpesti i diritti civili, che non favorisca i ricchi a svantaggio dei poveri.

Ritiene che i libri possano contribuire alle battaglie civili?
I libri non possono sostituire l’azione diretta, ma certo sono strumenti politici importanti. Servono anche a questo, anche se il loro effetto è sul lungo periodo. Però non credo che Bush ne legga molti.

Ci vuole anticipare qualcosa di “Dove la terra finisce”, in uscita il prossimo mese da Bompiani?

È un libro di viaggio, in cui racconto il mio amore per Provincetown, un minuscolo paesino sul mare, posto all’estremità di Cape Cod, nel Massachussetts. Quando avevo ventotto anni vi ho passato un intero inverno, a scrivere, e poi ogni anno ci sono tornato a trascorrervi le vacanze. Per me Provincetown è diventata una sorta di “luogo dell’anima”, e in questo libro ho cercato di restituirne la bellezza e il mistero.

Intervista di Roberto Carnero- L'UNITA' – 24/06/2003



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