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L’America crudele dove si lotta per vivere

Michael Cunningham ha la faccia da film, ma è uno scrittore cui il cinema deve molto. Ad esempio il successo di The Hours, con attrici e attori splendidi, come Nicole Kidman, Meryl Streep, Julianne Moore ed Ed Harris, ispirato dal suo romanzo che doveva invece qualcosa ai temi e ai personaggi di un capolavoro di Virginia Woolf, Mrs Dalloway. Con The Hours (in italiano Le ore, edito da Bompiani), Cunningham vinse il premio Pulitzer, il Pen/Faulkner Award e, da noi, il Grinzane Cavour. The Hours gli consentì anche di guadagnare molti soldi: “Ho scritto i libri che volevo. Sono stato fortunato. È molto difficile vendere libri ed è ancora più difficile che qualcuno li legga”. Lo dice adesso con la normale soddisfazione di un autore che ha visto riconosciuta la sua bravura e però lo dice con molta modestia e con sottinteso disinganno. In fondo si dà e ci dà una pessima visione del mondo e soprattutto della sua America e soprattutto di New York, anche in quest’ultimo libro che presenta in Italia, Specimen Days ovvero Giorni memorabili, tre storie d’epoche diverse, tre protagonisti ciascuna, lo stesso palcoscenico, New York, lo stesso interlocutore: con i suoi versi il grande Walt Whitman, il poeta di Foglie d’erba e di quel popolare canto-invocazione “Oh Capitano! Mio Capitano!/ il nostro duro viaggio è finito...” (anche in questo caso c’è di mezzo il cinema: era Robin Williams a declamarlo, come incitamento ai suoi alunni, nella scuola dell’Attimo fuggente, regia di Peter Weir).
L’editore italiano, Bompiani, nella seconda di copertina, con comprensibile enfasi, scrive: “uno straordinario romanzo”. In realtà straordinario è il primo racconto, poi un poco forse si cala e comunque la scrittura è sempre alta ed è nobile l’ispirazione. Dall’inizio alla fine ci sono i mali del mondo, cui Cunnighan contrappone l’ottimismo con l’aiuto della poesia di Whitman: “Ottimismo non facile - come adesso spiega - ottimismo che nasce dalle prove più dure, dalle sofferenze e dalla passione”. Non consola: l’avvenire o l’orizzonte oltre il male d’oggi è una conquista ardua.
Michael Cunningham, perché Walt Whitman dopo Virginia Woolf?
Perché Whitman ama il mondo e lo guarda con occhi estatici, senza aver paura d’essere sentimentale. Non si vergogna del suo sentimentalismo, che fa da contrappunto alle miserie della vita e alle tragedie della storia americana. Virginia Woolf se ne sarebbe vergognata: era stata educata male, Whitman vuol gridare il suo amore in contrasto con il dark, il nero, della realtà, che ovviamente non si nega, non si può nascondere.
Lei cita Whitman fin dal titolo, perché “Specimen Days”, “Giorni memorabili”, è anche il titolo di un saggio di Whitman, saggio però politico (o politologico) in cui si riflette sulla democrazia e sulla libertà. Ci ha voluto dire che anche il suo romanzo in tre racconti o parti è un testo politico?
Certo. In questo senso è il contrappunto a tutte le storie terribili che si sono succedute negli Stati Uniti negli ultimi due secoli, alla orribile politica degli Stati Uniti. Contrappunto nella ricerca di una via d’uscita, di una alternativa.
Perché New York?
Perché ci vivo da venticinque anni, come ci viveva Walt Whitman.
Ma, scrivendo, che cosa ha incontrato subito: New York o Whitman, cioè le strade di una città oppure i versi che i suoi attori declamano?
Whitman è nato a Long Island e andò ad abitare a Brooklyn, negli stessi anni in cui ho immaginato il primo racconto.
Nel primo racconto, appunto, “Nella macchina”, descrive New York e la vicenda terribile di un bambino o poco più oppresso dal lavoro e dalla povertà, di suo fratello stritolato da una macchina, di una ragazza angosciata da una maternità inattesa, di genitori allo stremo. Affamati, tutti in una città fumosa, tossica, malata... Mi sembra la rappresentazione di classe di un industrialismo e di un capitalismo che uccidono...
New York di metà ottocento era così: se non erano schiavi, erano immigrati nella condizione degli schiavi che non potevano rifiutare quel lavoro, quelle macchine terrificanti, quei fumi, quei rumori, sette giorni su sette, in una città immonda, invasa dalla sporcizia, dove se un cavallo moriva in strada era lasciato lì per giorni e giorni fino alla consunzione. Nessuno si sognava di raccoglierlo. Poteva capitare a un essere umano e i bambini erano i più deboli, i più esposti quindi. Eppure lì, in quelle condizioni, in quelle fabbriche è cresciuta la ricchezza di una nazione. A scuola ci hanno insegnato i nomi dei presidenti. Avrebbero piuttosto dovuto raccontarci degli industriali, dei capitalisti che hanno costruito questa storia, ricchezza e povertà.
Nella devastante rappresentazione mi sembra di leggere una sorta di incitamento alla ribellione...
Come se la lotta per sopravvivere sia un atto di ribellione. In questo senso, appunto, io sono ottimista e lo sono i miei libri. Non perché io sia di carattere allegro e gioviale: è la stessa lotta universale per la sopravvivenza, è la volontà che la guida, che danno ragione al mio ottimismo. Che è l’ottimismo di Whitman: una sfida al peggio che viene avanti.
Nel suo narrare New York m’è sembrato di ritrovare ancora scene di film: penso alla fabbrica di “Dead Man” di Jim Jarmush (la fabbrica nel west pioneristico) o le strade di “Gang of New York” di Martin Scorsese...
È così. D’altra parte non rifiuto mai la contaminazione e tutto ciò che mi può ispirare. Il mondo è così grande e complicato e nessuno ha l’esclusività di una storia. Ciascuno ha mezzi e forme proprie per rappresentarli. Io mi guardo attorno e imparo e non m’offendo se qualcuno comincia da qualcosa di mio. Non mi pare si possa essere competitivi. A proposito, sto preparando un film con Scorsese e con Mick Jagger, un film sulla storia della musica.
I bambini. In questo romanzo di tre parti, c’è sempre di mezzo un bambino: nel passato, nel presente della “Crociata dei bambini”, nel futuro fantascientifico di “Come la bellezza”. Perché i bambini?
Ho seguito l’intuito. Come se i bambini potessero rappresentare più di tutti non solo la violenza subìta ma anche la violenza che possono infliggere agli altri. Soffrono il peso della loro innocenza. Ma ci sono anche gli adulti, che con i bambini danno corpo a famiglie poco ortodosse, aperte e incerte di fronte alle sofferenze della vita, ma unite nella speranza del riscatto.
Una famiglia così, aperta e poco ortodossa, sembrerebbe un messaggio, una critica a certo neoconservatorismo religioso che sembra vivere e prevalere oggi nel suo paese? Cultura teocon, diciamo noi...
In un certo senso sì. Il fondamentalismo è un problema oggi. Il fondamentalismo ha contribuito a deprimere gli Stati Uniti..”.
Cunningham usa l’espressione “bring down”, portare giù. E quali sono le conseguenze di questa “depressione”?
Se si ritiene che Dio è sempre dalla tua parte, allora anche i bombardamenti sull’Iraq sono voluti da Dio. Ma così si fa esattamente come Al Qaeda, si diventa la copia di Al Qaeda.
A proposito di Al Qaeda, un bambino della seconda storia, un bambino americano, si fa esplodere abbracciando un cittadino qualunque, dopo aver preannunciato al telefono il suo destino di kamikaze. Terrorismo, come in Israele. Ma siamo oltre, forse, le Torri Gemelle, nella scala dell’irrazionalità tragica. Non è un conflitto tra culture avverse, di ideologie contrapposte, è un conflitto interno di tutti contro tutti. Senza bandiere...
Non avrei mai saputo e potuto rappresentare la tragedia delle Torri Gemelle. Ho cercato di descrivere individui che diventano terroristi e che come bambini semplificano le contraddizioni . I miei libri sono sempre ritratti di individui.
C’è una tazza, una ciotola, piuttosto, nella copertina del suo libro e la si ritrova nei racconti. Sembra magica, ma non lo è...
Immaginavo un oggetto che durasse lungo i tre racconti. Ho pensato alla ciotola di Henry James. Quella ciotola è come un libro: si tramanda nei decenni e nei secoli. Come la poesia di Whitman.
Nelle ultime pagine, anche la fantascienza restituisce immagini del passato: una cavalcata verso le Montagne Rocciose. Simon, il cavaliere, dice: “La terra, tanto mi basta, non voglio le stelle più, so che stanno bene dove sono, so che bastano a quelli che a loro appartengono”. E continua, “attraverso l’erba alta”. Le “foglie d’erba” di Whitman.

Intervista di Oreste Pivetta – L’UNITA’ – 23/09/2005


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