| BIBLIOTECA | EDICOLA |TEATRO | CINEMA | IL MUSEO | Il BAR DI MOE | LA CASA DELLA MUSICA | LA CASA DELLE TERRE LONTANE |
|
LA STANZA DELLE MANIFESTAZIONI | NOSTRI LUOGHI | ARSENALE | L'OSTERIA | IL PORTO DEI RAGAZZI | LA GATTERIA |

BIBLIOTECA

Elogio della periferia

Di lui hanno scritto come di uno dei maggiori protagonisti della letteratura francese delle ultime stagioni, ma a Didier Daeninckx la definizione di "scrittore" va decisamente stretta. Certo, è questo il mestiere che da oltre vent'anni, dopo aver fatto il tipografo, l'animatore culturale, il giornalista e molto altro ancora, gli dà da vivere. Ma Daeninckx è soprattutto un curioso della realtà, un inguaribile rivoluzionario che, di romanzo in romanzo, non ha mai smesso di guardare con spirito critico e ribelle a quanto gli sta intorno. Lo abbiamo incontrato nei giorni scorsi a Roma.


Sono passati oltre vent'anni dalla pubblicazione del suo primo romanzo e la sua attenzione verso ciò che accade intorno a lei, a cominciare dalla vita quotidiana di Parigi, è rimasta immutata. Se il suo approccio di indagine è rimasto lo stesso, cosa è cambiato però nella realtà che la circonda?

Il mio luogo privilegiato di osservazione della realtà è la periferia operaia di Parigi, che è stata per molto tempo una zona dove le persone venivano relegate, un territorio a cui pochi avevano voglia di guardare con interesse. Beh, la domanda che mi hanno posto con maggiore insistenza in questi ultimi venti anni è perché io abbia scelto di restare a vivere proprio in questi quartieri, in particolare nella zona di Aubervilliers, nella cintura nord della città. L'ho fatto perché credo si tratti di un luogo dal quale si possono osservare e comprendere molte cose sull'evoluzione della società, quasi la periferia fosse una sorta di sismografo dell'intera realtà sociale. Per questo credo che la trasformazione più grande che posso descrivere, riguarda proprio il modo di rappresentare questa zona. All'inizio dell'altro secolo era considerato il territorio degli "apache", al di là delle linee di fortificazione che proteggevano la città, un luogo giudicato pericoloso ma di una pericolosità quasi letteraria, penso a "Les mystères de Paris" e a tutto un filone narrativo del genere. Poi è diventato il simbolo della rivoluzione, la cosiddetta "cintura rossa" della capitale francese perché formata da comuni guidati prevalentemente dai comunisti o dai socialisti, quindi l'idea della pericolosità era rimasta, ma aveva modificato il proprio significato, questa volta si trattava di un timore suscitato dalle manifestazioni, dalle lotte, dall'annuncio di una possibile rivoluzione. Infine si è arrivati anche alla crisi, quasi alla disintegrazione di questa "banlieue rouge", di cui ho molto scritto nei miei romanzi, come risultato della crisi industriale e di quella, conseguente, della classe operaia. Così, il sentimento di insicurezza che ha continuato a dominare la rappresentazione delle periferie è cambiato ancora una volta nel corso dell'ultimo decennio: il nuovo allarme è stato prima legato all'arrivo della droga, quindi alla formazione delle "bande" e alla trasformazione delle "citè" in ghetti e, infine, siamo a questi ultimi anni, allo svilupparsi di una presunta rete islamista. In vent'anni è come se avessi assistito allo stratificarsi di tutte queste rappresentazioni della paura nel medesimo luogo, paure diverse che indicano in qualche modo le trasformazioni attraversate dalla società.

Ma la popolazione della banlieue parigina, una zona pur così temuta, non ha mai smesso di crescere nel corso degli ultimi anni. Come mai?

Sì, perché questa zona d'immigrazione che è la periferia, prima l'immigrazione interna da regioni quali la Bretagna o l'Auverge verso Parigi, quindi quella dal resto d'Europa, dall'Italia, dalla Spagna o dal Portogallo, infine quella dal Maghreb, dall'Africa, dalla Turchia o dal sud-est asiatico, è oggi anche l'approdo di un nuovo spostamento di popolazione dal centro alla cintura periferica della città. Oggi è la classe media, cacciata dalla speculazione immobiliare che sta ristrutturando Parigi, che si trasferisce in periferia. Molti di quelli che in questi anni mi hanno chiesto perché io fossi rimasto a vivere in banlieue, oggi sono diventati miei vicini di casa. Io però sono rimasto lì solo perché penso che per uno scrittore sia quello il posto in cui stare: dove si respira il cambiamento.

Lei ha però spiegato di aver scelto la scrittura e l'arte, insieme ad alcuni suoi amici, come un modo per uscire dai limiti, sociali e culturali, della periferia e per cambiare se stessi guardando in modo diverso agli altri. Oggi i ragazzi delle banlieue possono ancora coltivare simili sogni?

Sì, non ho delle teorie da spiegare a riguardo, ma sono sicuro che è ancora possibile. Per quanto riguarda la mia generazione, me e molti dei miei amici, si è trattato di "incontrare" un'occasione, aprire una porta sulle nostre vite e tentare. Per questo non riesco a considerare la periferia come un luogo chiuso, senza sbocchi, sia dal punto di vista culturale che sociale - anche se, almeno in Francia, è certamente una zona dove si accumulano handicap economici, di educazione e via dicendo - e la vedo invece come una zona dove, malgrado tutte le difficoltà - c'è una grande potenzialità, dell'energia e una volontà di cogliere le occasioni. Per me e altri che come me avevano fatto fino ad allora ogni sorta di lavoro, l'occasione fu rappresentata dall'apertura di un teatro nel nostro quartiere. Pensate, un teatro in un quartiere reso grigio dai fumi delle industrie, triste e quasi privo di illuminazione stradale. Insieme a tanti amici e amiche, da questa porticina rappresentata dal teatro, abbiamo avuto accesso a una vera rivoluzione personale, a un modo di vivere completamente diverso da quello che conoscevamo. E oggi c'è un gruppo di ragazzi del mio quartiere, molti dei quali sono di origine algerina, marocchina, dell'Africa nera o di Haiti, che stanno lavorando sul testo di "Romeo e Giulietta" di Shakespeare. Immaginate dei ragazzi e delle ragazze della zona compresa tra Aubervilliers, Pantin e la Porte de la Villette, che si devono cimentare con la lingua e i gesti dei sentimenti. Eppure dopo un anno e mezzo di lavoro comune, di prove e confronto, ho visto personalmente come questi ragazzi si sono riusciti ad appropriare delle parole e dei gesti della tenerezza che erano fino a quel momento quasi gelati dentro di loro, vietati dal codice di comportamento della strada. La giovane marocchina si lascia finalmente abbracciare dal ragazzo africano e insieme recitano Shakespeare, sono "Romeo e Giulietta". Più tardi ho visto gli stessi ragazzi discutere dei film di Godard che avevano visto insieme e che fino a pochi mesi prima avrebbero rappresentato per loro un mistero assoluto. Ecco, credo che questo esempio indichi cosa significa anche oggi riuscire ad avere un'occasione: avere accesso ai sentimenti, al discorso, all'affermazione della propria personalità. Ma, al di là dell'esempio di questi ragazzi, la loro sola esistenza dimostra che sì, è ancora possibile farcela in banlieue, solo che bisogna vedere quanti sono messi in condizione di avere davvero la loro occasione.

Intervista di Guido Caldiron - LIBERAZIONE – 14/12/2004

Altra intervista




| UFFICIO INFORMAZIONI | LA POSTA | CHAT | SMS gratis | LINK TO LINK!
| LA CAPITANERIA DEL PORTO | Mailing List | Forum | Newsletter | Il libro degli ospiti | ARCHIVIO | MOTORI DI RICERCA |