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Cina, le idee sono ancora vietate

Dai Sijie nasconde i suoi cinquant'anni dietro un volto sorridente incorniciato da lunghi capelli corvini. Di anni ne aveva 29 quando ha lasciato la Cina, complice una borsa di studio che gli aperto le porte dell'università di Parigi dive ha studiato storia dell'arte e cinematografia. Da allora in Cina è tornato poche volte. L'ultima per girare il film tratto dal romanzo che, tre anni fa, lo ha reso famoso nel mondo: Balzac e la Piccola Sarta cinese, storia di due ragazzi di Pechino che la Rivoluzione culturale spedisce in uno sperduto paesino di montagna e che ritrovano vita e speranze in una valigia piena zeppa di romanzi occidentali proibiti dal regime.


Da ieri è tornato nelle librerie italiane con Muo e la vergine cinese (come il primo edito da Adelphi) in cui narra la vicenda di un esule cinese in Francia che torna in patria per salvare dalla galera una vecchia compagna di scuola di cui lui, da sempre goffo e brutto, era ai tempi perdutamente innamorato. A Stresa, per il festival Grinzane Cinema inventato da Giuliano Soria, fra tanti nomi di primo piano Dai Sijie brilla di luce propria. Premiato come l'autore del miglior libro dell'anno “prestato” al cinema (“Balzac....”, appunto) è a casa sua in un festival incentrato sul tema 2Quando le parole diventano immagini”.

Dai Sijie, lei è in prima battuta un regista. Come le è venuto in mente di scrivere un romanzo come “Balzac e la Piccola sarta cinese”?

Quando ho iniziato a scriverlo non pensavo affatto che un giorno ne avrei fatto un film. E' una storia che mi portavo dentro da tanto tempo, che fa parte della mia vita. L'ho scritta in francese perché sapevo che in Cina non sarebbe mai stata pubblicata.

Perché ne era così sicuro?

Perché la Cina che racconta non è quella di di cui la classe dirigente cinese vuole che si parli. Perché ammanta la letteratura occidentale di una sorta di potere salvifico.

Lei però è riuscito a girare in Cina il film tratto dal suo libro.

Vero. Ma ci ho messo più di un anno per ottenere le autorizzazioni necessarie e tuttora la diffusione del film è vietata nel mio Paese. Nonostante questo, attraverso il mercato nero, sono in molti ad averlo visto. Anche del libro circolavano copie clandestine. Di recente, invece, è stato tradotto da una piccolissima casa editrice che ha però aggiunto una lunga postfazione in cui si spiega che, nonostante sia politicamente inaccettabile, è stato edito perché è “nel suo genere curioso”.

La Cina è una nazione in grande trasformazione. L'economia galoppa e sono sempre di più le aziende occidentali che vi investono. C'è aria di cambiamento anche in campo culturale?

No. Decisamente no. Io per primo mi ero illuso che la liberalizzazione dell'economia potesse portare all'affermarsi di regole democratiche e che, anche grazie all'azione dei molti intellettuali cinesi che vivono all'estero, si giungesse a una altrettanto ampia apertura culturale. Purtroppo non è così. In realtà quello che è cambiato in Cina è solo il partito comunista che si è consultato è che il divario fra nuovi ricchi e poveri è abissale. Dal punto di vista della vita culturale il bilancio è se possibile peggiore. La mia generazione aveva almeno l'emozione della lettura a salvarla. Oggi i giovani cinesi vedono nel denaro l'univa via di riscatto.

Il suo nuovo romanzo si intitola “Muo e la vergine cinese”, Come dire “Mao e...”?

Francamente non è voluto. Ma forse s', forse inconsapevolmente. La storia trae ispirazione da una persona reale: un amico che, espatriato in Francia per studiare psicologia, sognava di tornare in patria per diventare il più grande psicologo della Cina. Il mio personaggio rimpatria davvero e scopre di non poter cambiare proprio nulla.

Lei crede che sia davvero così?

Sì. La Cina di oggi è uno dei Paesi più corrotti del mondo. La corruzione coinvolge ogni aspetto della vita. Non c'è speranza. Non rimane che prenderne atto e metterla in ridere. Che è appunto quanto cerco di fare nel nuovo libro.

Nel suo precedente romanzo la Piccola Sarta fugge dal suo paese per rifarsi una vita in città. Ci riesce?

Nella realtà, perché io l'ho conosciuta sul serio, è tornata a casa ed è rifuggita decine di volte fra grandi abbracci e pianti d'addio come in un melodramma italiano. Nella finzione non credo sia tornata indietro. Nella finzione non credo sia tornata indietro. Sono sicuro che il cambiamento le è stato fatale. La città l'ha inghiottita e perduta.

Intervista di Andrea Casazza – IL SECOLO XIX – 15/10/2004

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