| BIBLIOTECA | EDICOLA |TEATRO | CINEMA | IL MUSEO | Il BAR DI MOE | LA CASA DELLA MUSICA | LA CASA DELLE TERRE LONTANE |
|
LA STANZA DELLE MANIFESTAZIONI | NOSTRI LUOGHI | ARSENALE | L'OSTERIA | IL PORTO DEI RAGAZZI | LA GATTERIA |

BIBLIOTECA

Sudafrica, le parole della rinascita

Scrivere l’Africa: questo il titolo della giornata di studi tenutasi alla Casa della Cultura di Milano. Si è voluto riflettere e discutere su alcuni aspetti dell’espressione letteraria contemporanea dell’Africa, in particolare della sua parte subsahariana, e su come questa produzione viene accolta in Italia. Alla presenza di critici e studiosi - tra i quali Itala Vivan (promotrice dell’iniziativa), Annalisa Oboe, Silvia Riva, Francesca Romana Paci - è stato presentato il romanzo Sozaboy (tradotto da Roberto Pigantelli e curato da Itala Vivan per Baldini Castoldi Dalai) del nigeriano Ken Saro-Wiwa, del quale quest’anno ricorre il decimo anniversario della morte per impiccagione. Un momento di commemorazione, poi, per la scrittrice Yvonne Vera, recentemente scomparsa, della quale Frassinelli ha annunciato l’imminente pubblicazione del terzo romanzo, Nehanda, a cura di Francesca Romana Paci.

Ospite d’onore, il sudafricano Achmat Dangor, classe 1948, scrittore musulmano che nel 1973 fu censurato per le proprie prese di posizione politiche. Il suo romanzo Frutto amaro (traduzione di Valeria Bastia, a cura di Itala Vivan, Frassinelli, pp. 344, euro 18,00) parla dell’impossibilità di sanare le ferite dell’apartheid e di dimenticare un passato che torna continuamente a galla, nonostante la voglia di dimenticare e il lavoro di un’apposita commissione governativa per la “verità” e la “riconciliazione”, che è stata attiva dal 1995 al 1998.

Valori, questi, in cui crede fermamente Silas Ali, il protagonista della storia, funzionario ministeriale che lavora con convinzione alla ricostruzione del proprio Paese. Finché non si imbatte in una persona che appartiene al suo passato, un uomo che aveva ricoperto una posizione di potere nel regime e ne aveva abusato, sconvolgendogli la vita in maniera brutale. Si chiama Du Boise, ex poliziotto e torturatore che vent’anni prima aveva violentato Lydia, la moglie di Silas, sotto gli occhi del marito immobilizzato, lasciandola incinta di quello che rimarrà il suo unico figlio, Mickey, oggi giovane introverso. La ricomparsa di Du Boise determina la rottura del precario equilibrio costruito nel corso degli anni...

Dangor, “verità” e “riconciliazione” sono una realtà o un’utopia nel Sudafrica del dopo apartheid?

Gli obiettivi per i quali nel ’95, l’anno dopo il primo governo democratico, fu istituita la commissione governativa si può dire che sono stati raggiunti. Entrambe le parti hanno riconosciuto i propri abusi. La commissione ha permesso a chi combatteva negli eserciti illegali di deporre le armi e di ottenere l’amnistia. Perciò possiamo affermare che dal punto di vista politico essa ha avuto successo. Nel mio libro, però, ho cercato di guardare dietro questo processo, di vedere cioè come le singole persone sono state toccate da quel passato che oggi vogliamo lasciarci alle spalle. Il singolo non può risolvere, in due o tre anni, problemi che duravano da tre secoli. In questo senso, la commissione non ha potuto sanare i conflitti che abitano i cuori della gente comune. Questo potrebbe essere il compito di noi scrittori.

Il perdono può essere una strada?

Perdonare sì, ma dimenticare no. È una distinzione molto importante. Quando è nata la commissione, c’è stata una certa confusione tra questi due concetti. A ragione, qualcuno ha temuto che si tentasse il colpo di spugna. Quando, in quegli anni, dicevo che stavo scrivendo un romanzo sull’apartheid, venivo visto come un marziano: ero in controtendenza, l’argomento non era più di moda.

Diceva che il compito degli scrittori può essere importante. In che senso?

Il ruolo degli scrittori dovrebbe essere quello di mantenere viva la memoria del passato. Prima, quando non c’era la libertà, scrivere era un modo per schierarsi, o da una parte o dall’altra. Le parole erano pietre che scagliavamo nella nostra lotta per la libertà. Ora il nostro ruolo è un altro: scrivendo, possiamo sottoporre la realtà a un esame capace di sfatare i luoghi comuni, per mettere invece in risalto aspetti che rischiano di rimanere in ombra.

Sarà possibile arrivare, in Sudafrica, a una storia condivisa, in cui tutte le parti si possano riconoscere?

Fino a dieci, quindici anni fa la storia sudafricana è stata vista e letta con occhi occidentali. L’apartheid aveva riscritto la nostra storia. C’era una storia scorretta, che si insegnava nelle scuole. C’erano libri di testo dove si leggeva che i primi abitanti del Sudafrica erano stati coloni bianchi, mentre i neri sarebbero arrivati in un secondo momento, provenendo da nord. La storia, dunque, va riscritta in modo obiettivo, con il contributo di tutti. Non c’è una maggioranza, o una minoranza, che abbia diritto all’esclusiva.

Il Sudafrica di oggi come vede gli altri Paesi africani? E questi ultimi come vedono il Sudafrica?

«Una delle prime dichiarazioni del nuovo governo democratico del ’94 fu quella relativa all’idea di un nuovo “rinascimento sudafricano”, che avrebbe dovuto portare il nostro Paese a fare nuovamente parte dell’Africa, cioè della comunità delle sue nazioni. Per questo vediamo che il Sudafrica manda truppe di pace in Ruanda o che fornisce energia elettrica a basso costo ai Paesi confinanti. Sono modi per rendere visibile una presenza fatta anche di un contributo positivo al resto del continente».

Quali sono invece i problemi che si trova a dover affrontare?

Una questione molto urgente è quella degli ingenti flussi migratori dai Paesi circonvicini. Il mancato controllo di questo fenomeni genera sentimenti di xenofobia. Altri due grossi drammi sono la povertà e l’Aids. Sono due fattori strettamente legati: la povertà, con l’ignoranza, determina il diffondersi di questa malattia, che a sua volta, privando le persone della forza necessaria per lavorare e per sostenere la propria famiglia, genera povertà.

Il tribalismo di alcune zone del Paese può essere un problema?

Nel lungo periodo dell’apartheid i governi segregazionisti hanno cercato in tutti i modi di dividere le tribù e di metterle in contrasto tra loro, per disunire il movimento di liberazione, ma non ci sono riusciti. Allo stesso modo, credo che oggi non succederà. La povertà unisce le diverse tribù in una lotta comune.

Di fronte alle rivendicazioni dell’estrema destra bianca, che cerca di destabilizzare la democrazia anche attraverso attentati terroristici, c’è da essere preoccupati oppure la democrazia è ormai stabile al punto da non temere pericoli?

In undici anni c’è stato un progresso politico enorme. È improbabile che il terrorismo interno riesca a destabilizzare la democrazia. Forse in nessun altro Paese africano c’è la stessa stabilità politica che in Sudafrica. A questo punto, per completare il processo, c’è bisogno però di una cosa: che alla rinascita politica segua una rinascita economica.

Intervista di Roberto Carnero – L'UNITA' – 05/12/2005




| UFFICIO INFORMAZIONI | LA POSTA | CHAT | SMS gratis | LINK TO LINK!
| LA CAPITANERIA DEL PORTO | Mailing List | Forum | Newsletter | Il libro degli ospiti | ARCHIVIO | MOTORI DI RICERCA |