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Musica, Eros e Civiltà

Poco più di trent'anni fa, per alcune settimane tra agosto e ottobre del 1970, negli Stati Uniti sulle finestre di molti appartamenti in cui vivevano cittadini di sinistra comparve una scritta: “Angela, sister, you are welcome in this house”, Angela, sorella, in questa casa sei la benvenuta. Poi, durante sedici mesi, le piazze degli Stati Uniti e delle metropoli europee si riempirono di frequente di gente – per lo più ragazze e ragazzi – scandivano lo slogan “Angela Davis libera”. Angela Yvonne Davis, nata il 26 gennaio 1944 a Birmingham , Alabama, da una coppia di insegnanti, laureata con lode in filosofia alla Brandeis University, specializzata a Francoforte e a Parigi e all'università californiana di San Diego, allieva di Adorno e Marcuse, era infatti finita nella lista dei dieci principali ricercati dall'Fbi e, dopo una figura durata due settimane, catturata in un piccolo albergo del Greenwich Village, avrebbe trascorso un anno e quattro mesi in carcere con l'accusa di assassinio, sequestro di persona e cospirazione: rischiava la camera a gas. L'imputazione era di aver partecipato al sanguinario tentativo di far evadere dal penitenziario l'attivista nero George Jackson. Due anni prima di finire nella lista dei ricercati, nel 1968, Angela Davis era stata costretta a lasciare l'insegnamento universitario di filosofia a San Diego perché esso era stato considerato incompatibile con la sua militanza nel Pc americano e nella Pantere nere. Dal processo la filosofa afro-americana ventiseienne, che le fotografie sui giornali ci consegnavano bellissima, il fisico longilineo sovrastato da un'inedita e tutta sua chioma corvina “a nuvola”, uscì assolta con formula piena. La storia dice che, se fu rimessa in libertà, c'entrò la vigilanza dell'opinione pubblica internazionale su un processo che fu durissimo e astioso.

Angela Davis, ieri a Mantova, per parlare di qualcosa che può sembrare sideralmente distante dal suo radicalismo di trent'anni fa: di un mito della vocalità novecentesca, Billie Holiday, morta quarantacinquenne nel 1959 e diventata oggi l'emblema femminile della musica nera. Tanto che la sua voce è un jingle cui ricorrono spesso gli spot pubblicitario di vestiti e automobili.

In questi tre decenni in Italia di Angela Davis avevamo perso le tracce, fatta salva l'uscita nel 1975 dell'Autobiografia di una rivoluzionaria per Garzanti e, nel 1985, di un titolo dal successo ormai molto meno clamoroso, Bianche e nere per gli Editori Riuniti. Tra chi, allora, visse la Davis comunista, pantera nera e protofemminista come un'icona, era licito che corresse un brivido di curiosità diffidente: qual'è stato poi il suo percorso umano e intellettuale? Tranquilli. Billie Holiday, la “Lady Day” del jazz è co-protagonista, con Gertrude “Ma” Rainey e Bessie Smith, del libro che Angela Davis ha pubblicato nel '98 con Pantheon House: titolo eloquente, Blue Legacy and Black Femminism. Un saggio nel quale conia per le tre signore della musica nera un neologismo: “foremothers”, le “capostipiti”. (E due capitoli del libro compaiono ora in un piccolo, singolare saggio a più voci, Lady Day Lady Night. Interpretare Billie Holiday che, curato da Giorgio Rimondi, uscirà a breve per le edizioni milanesi Greco & Greco). Angela Davis ricostruisce e analizza arte e repertorio di Billie Holiday in modo fascinoso, e non disdegnando strumenti che altri nel frattempo hanno chiuso nel ripostiglio, per esempio quel vecchio binomio eros & civiltà. Oggi, a 59 anni, insegna Storia delle Minoranze all'università di San Francisco e si batte per la chiusura delle carceri. Se dal movimento dei comunisti afro-americani di fine anni Sessanta uscirono molti destini (specie quelli dei leader e dei militanti maschi) conclusi nella tragedia o nella tragica banalità, sparatorie ma anche overdose, Angela Davis è viva e lotta molto più sapientemente di noi. E' una bella e simpatica donna, dai capelli - sorpresa – sempre “a nuvola” ma biondi.

Come è nato il suo interesse scientifico per il blues, per il jazz e in particolare l'arte di Billie Holiday?

Il blues è una musica di libertà nata in tempi di oppressione. A fine Ottocento, dopo l'abolizione della schiavitù, gli afro-americani avevano conquistato la libertà economica, ma non quella politica. La loro prima vera libertà consisteva nel poter viaggiare e nel poter esercitare la sessualità senza le costrizioni subite in precedenza: in regime di schiavitù la sessualità era spesso vincolata alla procreazione e quindi alla volontà del padrone e alle leggi di mercato. Perciò il blues agli inizi canta di viaggi e di sesso. Di sessualità femminile, anche, come libertà di scegliersi più di un partner. Le cantanti blues si esibivano in modo sfrontato di fronte al pubblico nero, perché era questo che alludevano. Billie Holiday è figlia di cantanti come Gertrude “Ma” Rainey e Bessie Smith che avevano già femminilizzato il repertorio. Ma si differenzia da loro perché realizzò la maggior parte delle sue performance al nord, di fronte a un pubblico bianco o multirazziale. E questo la costrinse a tenere conto delle ideologie dominanti di razza e di genere. Billie Holiday cantava in club in cui poi le era vietato consumare un drink, in alberghi dove era ammessa solo negli ascensori destinati ai fornitori. E si esibiva per un pubblico che concepiva la sessualità femminile in modo tutto diverso da come la concepivano i neri.

Nell'immaginario è scolpita piuttosto l'immagine fragile di una donna vissuta tra tossicodipendenze e naufragi sentimentali. Dov'è, in senso femminile, la sua autorevolezza?

Comunemente si collega la sua grandezza alla sua disperazione. Io propongo di rileggere la sua arte. Di fronte al pubblico bianco minimizzò movimenti e sfoggio di erotismo. Perché perseguiva quello che era il suo vero progetto artistico: portare la voce femminile a pari dignità degli strumenti musicali che l'accompagnavano, sassofoni e trombe. E così cavalcò la cresta che portava dal blues al jazz. Molto del suo repertorio è stato di canzoni popolari, che parlavano di ruoli classici, di subordinazione al maschio, all'amante, all'uomo. Ma come la cantava: come cantava, mettiamo, My man. Con perfezione formale, con distacco, ne sovvertiva il senso. E la sua predilezione per un testo come Strange Fruit, clou del suo repertorio per anni, dice molto sulla sua consapevolezza politica. Billie Holiday ha creato il collegamento tra musica e movimenti libertari.

Parliamo dell'altro interesse che lei ha coltivato in questi anni, ha raccontato dopo la sua stessa detenzione: lei propugna l' “abolizionismo” in campo carcerario. Cosa intende?

Uso la parola con intenzione. L'abolizione, amo dire, ha liberato tutti i neri, tranne quelli in prigione. Il sistema carcerario, in America, è un complesso industriale: chi lucra chi, privato, gestisce carceri, chi guadagna sull'indotto, e le multinazionali che si servono della manodopera a prezzo stracciato dei reclusi. Intanto, invece, si tagliano i fondi del Welfare e cresce, nelle prigioni, la percentuale di donne-madri private di sussidi. Su due milioni di carcerati, negli Stati Uniti, quasi la metà sono afroamericani e, se li uniamo ai latinos, gli amerindi e gli asio-americani, arriviamo a una maggioranza schiacciante della popolazione. Ma la situazione va diventando analoga su scala mondiale: in Italia su 56.000 carcerati non sono forse stranieri 16.000? Dunque, la figura del criminale assume una colorazione etnica. E questo prepara il terreno a farci percepire la figura del terrorista con una colorazione razziale. Sempre più si afferma una gestione penitenziale dell'immigrazione. Col mio movimento, mi oppongo al principio della punizione che produce guadagno.

L'ultima iniziativa di massa afroamericana di cui abbiamo letto è la marcia del milione di maschi neri organizzata nel '95 da Louis Farrakhan. Mentre nella nostra mente spiccano piuttosto i visi di due potenti membri dell'amministrazione Bush, Colin Powell e Condoleeza Rice. Che fine ha fatto il grande movimento dei neri?

Col tempo i movimenti cambiano, le sfide sono diverse. Io ero contro la marcia di Farrakhan perché ritenevo inaccettabile il suo separatismo maschile. Dai tempi di Luther King però è cambiato il ruolo degli afroamericani nella società. Si tratta di coniugare, oggi ormai, la questione razziale con quella di classe.

Pensa che la candidatura di una donna, Hillary Clinton, alle presidenziali possa costituire una novità radicale?

Sì, ma se è frutto di un progetto politico. Da un pezzo ho smesso di avere fiducia nei singoli nomi: preferisco l'uomo, bianco, progressista, alla donna, nera, conservatrice.

Lei nei primi anni Settanta è stata un'icona. Per una generazione di ragazzi i capelli neri e ricciuti “alla Angela Davis” sono stati un segnale di rivolta. Come mai oggi è bionda?

Capisco il senso della domanda. All'epoca io non immaginavo minimamente che sarei diventata un simbolo: hanno scritto persino un piccolo saggio semiologico su quella mia chioma. Le rivelo che quel taglio l'avevo copiato ad altre e quel nero era frutto di una tintura. Allora mi tingevo di nero, oggi mi tingo di biondo.

Intervista di Maria Serena Palieri – L'UNITA' – 08/09/2003




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