BIBLIOTECA | | EDICOLA | | TEATRO | | CINEMA | | IL MUSEO | | Il BAR DI MOE | | LA CASA DELLA MUSICA | | LA STANZA DELLE MANIFESTAZIONI | | | NOSTRI LUOGHI | | ARSENALE | | L'OSTERIA | | LA GATTERIA | | IL PORTO DEI RAGAZZI |

BIBLIOTECA

Don Delillo, la Solitudine del Potere

Se navigate in Rete, cercando notizie su Don DeLillo, lo troverete, qua e là, descritto come un cultore parossistico della propria privacy: il genere di scrittore americano - capostipiti B. Traven e J. Salinger - al quale una società che ha riflettori e webcam piazzati dappertutto provoca una necessità paranoica di isolamento. Noi non sappiamo con quali sotterfugi DeLillo si muova nella sua città, New York. Sappiamo che, alla seconda volta che lo incontriamo, qui a Roma, ci appare come ci era sembrato la prima, quattro anni fa: gentile, delicatamente ironico, cauto e preciso nelle risposte, uno scrittore insomma che - con disponibilità - non innesca il pilota automatico quando affronta un’intervista.
Forse perché, appunto, ne concede poche. Don DeLillo è un sessantaseienne magro come uno stecco, con occhi che, viene da pensare, più che osservare, auscultano. Nel ’99 venne in Italia per accompagnare l’uscita di Underworld, un monumento di quasi mille pagine all’America della Guerra Fredda, al baseball e all’immondizia (alle scorie nucleari come alle discariche urbane). Ora è qui per esibirsi, stasera, al Festival delle Letterature. E per accompagnare l’uscita di Cosmopolis (da oggi in libreria per Einaudi, traduzione di Silvia Pareschi, euro 16), romanzo di sole centottanta pagine. In omaggio alla sua teoria del “capitale cibernetico”, la nuova metafisica forma di economia che ci costringe a vivere «permanentemente nel futuro», proiettati nel suo “splendore utopico” (così scrisse all’indomani dell’11 settembre, descrivendo la New York saltata in aria quel giorno), ecco la storia della caduta agli inferi di un giovane multimiliardario. Eric Packer è un uomo che vive la vita in nanosecondi e odia le residue apparenze materiali di ogni tecnologia, sia pure i modernissimi schermi al plasma che gli portano le fibrillazioni monetarie del pianeta nella sua limousine: potendo, si disincarnerebbe e fluirebbe nel Futuro. In una giornata dell’aprile 2000, da quell’automobile che assomiglia un po’ a un carrarmato, un po’ a un corteggio reale, affronta un distruttivo duello con lo yen. E, procedendo a passo d’uomo in una New York bloccata dal Presidente, dal funerale di un rapper, da un party techno-rave come da una manifestazione no-global, man mano che brucia la sua enorme fortuna s’infligge lesioni fisiche, umiliazioni sessuali, uccide un uomo, va incontro a un Fato che ha il volto di un suo potenziale assassino... È lecito pensare che Eric Packer viva in anticipo la caduta che la sua città vivrà diciassette mesi dopo? E che Cosmopolis sia, dunque, uno dei primi libri che fanno romanzo - romanzo glaciale e metafisico - di quell’evento? Sì, è lecito.

DeLillo, lei cosa pensa del suo protagonista, Eric Packer?

È un uomo interessante, un uomo che legge la "Teoria Speciale" di Einstein in inglese e in tedesco, è un collezionista d’arte serio, parla sette lingue, legge buona poesia, ed è anche egocentrico in maniera quasi clinica. Io non mi pongo con sentimenti di simpatia o antipatia verso i miei personaggi, reagisco a loro man mano che comincio a capirli. Messa così, ai miei occhi Packer ha più virtù che difetti.

Le spiego perché le ho posto questa domanda: in genere siamo noi lettori che comunichiamo all’autore quali sentimenti ci ha suscitato un suo personaggio. Ma il fatto è che “Cosmopolis” è un romanzo breve che gioca su due registri: nella prima parte è tragicomico, nella seconda parte l’ironia scompare. Eric Packer nella prima parte sembra un allievo comicamente diligente delle teorie di certi guru del digitale, alla Negroponte, mentre nella seconda parte diventa sentimentale. Per questo ci siamo chiesti: DeLillo cosa vuole dirci su questo suo personaggio?

Il fatto è che Eric Packer vive una vita intera in un giorno solo. E questo gli permette di sperimentare cambiamenti enormi nel corso di un romanzo breve. In ogni caso, questo romanzo ha come tema l’accelerazione del tempo. Quello che succede a Eric, in questa giornata ricca di avvenimenti, è che cambia, si umanizza, impara a mettersi in empatia con gli altri. Anche se, in realtà, alla fine del romanzo ancora pensa al proprio funerale come a uno spettacolare rito egizio trasposto nell’età contemporanea.

Eric è nato in una famiglia povera ed è diventato fantasticamente ricco. Ma nella giornata in cui si svolge “Cosmopolis” fa di tutto per tornare povero, nudo e disarmato. Vuol dire che, come la sua storia, è la Storia americana che è arrivata al collasso?

Io non ho inteso parlare di tutta l’America. È il romanzo di un personaggio, ed è una vicenda ambientata a New York e nel mondo. Eric Packer all’inizio della sua giornata si vede come un cittadino del globo. E, insieme, comincia il giorno avvertendo incombere il senso della propria mortalità, poi, via via che procedono le ore e la narrazione, si avvicina alla comprensione del proprio vero destino.

Perché ha ribattezzato New York, la sua città, Cosmopolis?

Molte città sono cosmopolite. Ma New York, tra queste, è quella che conosco meglio. E, per la presenza di Wall Street, dell’enorme influenza che questa finanza ha sul pianeta, mi sembra la più cosmopolita di tutte.

Cosmopolis” è un romanzo aristotelico: si svolge in un solo giorno e in un solo luogo, una limousine. Rispettare vincoli di questo genere quali stimoli dà alla creatività di uno scrittore?

A volte restringere le possibilità e imporsi una disciplina offre addirittura maggiore libertà. Più limiti hai, più vai a fondo. In questo caso, sapevo che stavo per scrivere un libro breve. Usando l’unità di tempo e di luogo mi sono trovato a esplorare più in profondità una giornata, una strada, un personaggio.

La limousine che è protagonista di questa giornata è insonorizzata con una fodera di sughero. Viene in mente altro sughero, quello con cui Marcel Proust aveva fatto tappezzare le pareti della sua camera da letto. Proust a inizio Novecento pose, narrativamente, il problema del tempo: nella sua camera insonorizzata bandiva il presente per recuperare la memoria. Nella sua limousine, invece, Eric Packer bandisce il presente per immergersi nel futuro. Il suo sughero è un semplice materiale buono a soffocare i rumori, oppure è un omaggio, una citazione?

Non nel senso che lei dice. Ma devo aggiungere che in inglese ho coniato un verbo, “proustare”: nella versione originale Eric spiega alla moglie di aver “proustato” la sua macchina.

E, visto che siamo in corso di citazioni, il suo Benno Levin, l’uomo che sogna di uccidere Eric, agli occhi di un lettore europeo sembra un figlio dello “Straniero” di Albert Camus: come quello vuole uccidere per dare un senso al proprio esistere. Nella sua formazione di scrittore americano Camus è stato importante?

Ricordo di aver letto "Lo straniero" e di esserne rimasto enormemente colpito. Ma molto tempo fa, prima di mettermi seriamente al lavoro come narratore. Quindi, non l’ho mai percepito come influente sul mio modo di scrivere. Ricordo anche un film poco fortunato di Luchino Visconti, con Marcello Mastroianni. Io a Benno penso piuttosto come a uno di quei giovanotti americani talmente disfunzionali che entrano in una tavola calda e cominciano a sparare. Così lo vede Eric Packer. Ma forse lui, Benno, ha una percezione di sé più complicata, camusiana.

L’autorità politica, nei panni del Presidente degli Stati Uniti, in questa città appare solo per creare caos: con la sua parata di automobili blocca il traffico per l’intera giornata. È questo che pensa del suo Presidente: serve a paralizzare la vita pubblica e a creare disordine?

No. Semmai la parata del presidente acquista questa importanza perché è Eric Packer che si commisura con lui e col suo potere, che non è in grado di ottenere. E perciò lo odia.

Fuori d’allegoria, cosa pensa della dottrina Bush sulla guerra preventiva?

Penso che questa guerra abbia avuto una motivazione psicologica e che questa abbia a che fare con la tecnologia. Ci sono gli elementi geopolitici, c’è l’argomento dell’autodifesa preventiva, si può perfino leggervi un lato altruistico: l’abbiamo fatta per regalare a un popolo la democrazia. Ma c’è altro, c’è la tecnologia militare, che impone di utilizzare certe armi, visto che le abbiamo. Dopo l’11 settembre ci siamo trovati di fronte a un nemico fatto di individui: unità che si possono celare in un appartamento in un centro cittadino o nei covi sulle montagne afghane. Fare la guerra ai terroristi andando a cercare uno per uno questi individui, richiede di tornare a modalità belliche obsolete. Per noi occidentali oggi il nemico è una rete teocratica che conduce una guerra obsoleta sotto il profilo tecnologico: copiano la nostra tecnologia, ma nei suoi oggetti più elementari, la bomba nascosta in una radio come il taglierino portato clandestinamente a bordo di un aereo. È una guerra alla quale per noi, con i nostri armamentari avanzati, è difficile rispondere. In Iraq, invece, il nemico è stato di nuovo identificabile: un paese con dei confini geografici e con un esercito. Non credo sia stata una coincidenza che il primo attacco di questa guerra sia stato effettuato con un missile teleguidato ad altissima tecnologia.

Ha usato la parola “psicologia”: vuol dire che la tecnologia militare non è solo questione di immensi affari, ma condiziona in modo più profondo, intimo, le scelte di chi decide le guerre?

Credo che la tecnologia abbia, se non proprio una sua volontà, un impulso a realizzare in tre dimensioni tutto ciò che è teoricamente fattibile. E, su questo piano, a non volersi fermare mai. Questo influenza artefici e utilizzatori di tutte le componenti tecnologiche dell’arsenale bellico. Durante la Guerra Fredda, però, avevamo aree enormi dove testare le armi nucleari: sterminate lande continentali e oceani, gli Usa avevano tutto il West e il Pacifico meridionale, l’Urss aveva la Siberia e il Kazakhistan. Cosa sarebbe successo se non ci fossero stati questi luoghi disponibili? Forse gli esperimenti nucleari servivano a sfogarci e, per quarant’anni, ci hanno evitato la guerra nucleare vera.

Intervista di Maria Serena Palieri – L'UNITA' – 03/06/2003

| MOTORI DI RICERCA | UFFICIO INFORMAZIONI | LA POSTA | CHAT | SMS gratis | LINK TO LINK!
| LA CAPITANERIA DEL PORTO | Mailing List | Forum | Newsletter | Il libro degli ospiti | ARCHIVIO |
LA POESIA DEL FARO|