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"La lingua è come il vetro e dovrebbe essere trasparente"

Con il conferimento, avvenuto ieri in Piemonte, del Premio Internazionale Grinzane Cavour "Una vita per la letteratura" ad Anita Desai, si è voluto sottolineare, attraverso un prestigioso riconoscimento alla carriera, l’importanza di questa scrittrice indiana, forse la più nota nel mondo tra le sue conterranee. Nata in India (a Mussoraie) nel 1937 da madre tedesca e padre bengalese, ha vissuto a New Delhi, Bombay e Calcutta, mentre oggi abita negli Stati Uniti, dove insegna, anche se non ha dimenticato il suo Paese, dove torna rimanendovi per lunghi periodi. Autrice di otto romanzi, una raccolta di racconti e tre libri per bambini, tra i suoi titoli tradotti in italiano ricordiamo Notte e nebbia a Bombay (La Tartaruga 1992), Giochi al crepuscolo (e/o 1996), Chiara luce del giorno (Mondadori 1999), Digiunare divorare (Einaudi 2001), Polvere di diamante (Einaudi 2003), fino al recentissimo Viaggio a Itaca (Einaudi 2005).

Signora Desai, nei suoi libri ci ha abituati alla descrizione di un’India sospesa tra tradizione e modernità. Oggi a che punto è il suo Paese?

Direi che è proprio come dice lei: sospeso tra questi due poli. C’è un lato molto tradizionale e un altro più desideroso di un aggiornamento. Ma non si tratta di una battaglia tra partiti o frange della popolazione, bensì di una lotta interna a ogni singolo individuo. Ciascuno vuole migliorare le proprie condizioni di vita, ma capisce anche che rischia di perdere cose importanti se abbandona le radici.

Lei ha affermato che il fatto di essere donna le ha creato, come scrittrice, qualche difficoltà in più. Perché?

Da donna, gli unici ruoli socialmente accettati quando ero una ragazza erano quelli di figlia rispettosa, moglie rispettosa, madre rispettosa. Non era prevista la possibilità di parlare "in pubblico". Scrivere era visto come una sfida alla società. Per questo quando ho iniziato a farlo concepivo questa attività come una cosa privata, intima, quasi segreta. Poi le cose nella società indiana sono cambiate e anche il mio modo di concepire la scrittura si è evoluto. Le giovani oggi vengono incoraggiate a esprimere il loro pensiero e un proprio ruolo nella società, anche sul piano del lavoro. Direi che questa trasformazione è avvenuta soprattutto negli anni Ottanta e Novanta.

Il suo ultimo libro pubblicato in Italia, "Viaggio a Itaca", presenta un giovane occidentale, Matteo, il quale, negli anni Settanta, parte per l’Oriente, affascianto, come molti giovani europei, da quel mito, allora così in voga, di un’India concepita come patria della spiritualità e del misticismo. Pensa che questo tipo di immaginario sull’India oggi sia ancora vivo in Occidente?

Per molti anni, o forse secoli, tanti europei, compreso uno scrittore come Hermann Hesse, sono rimasti affascinati da questo mito dell’India. Oggi, nell’età dell’informazione (e dell’informatica), oltre che del turismo di massa, gli occidentali hanno conosciuto un’altra India, meno idealizzata e più concreta, meno mistica e spirituale. Un Paese con tanti problemi di povertà e degrado, ma anche con grandi potenzialità di sviluppo.

La sua è una scrittura asciutta, essenziale, che dà una bellissima impressione di semplicità, ma, al tempo stesso, nei suoi libri lei riesce ad scandagliare in profondità la psicologia dei suoi personaggi e ad analizzare in dettaglio i rapporti tra le persone. Come si ottiene questo risultato?

La lingua è come il vetro, dovrebbe essere trasparente per consentire di vedere cosa c’è dietro. Per questo cerco di tenerla a un livello di estrema semplicità.

Eppure, oltre all’inglese (la lingua nella quale scrive), nella sua storia linguistica c’è il bengali paterno e il tedesco materno...

Sebbene scriva in inglese, mi piace che queste altre lingue si facciano sentire nei miei libri. Cerco di dare alla lingua l’intonazione dei personaggi che la usano. In Notte e nebbia a Bombay, ad esempio, c’era un personaggio tedesco, che parlava inglese come lo parlerebbe un tedesco. Anche per ottenere questo risultato è necessario tenere l’inglese a un livello di trasparenza, in modo che si facciano intravedere anche le altre lingue.

Ci vuole anticipare qualcosa del suo prossimo libro?

Le parlerei volentieri dell’ultimo libro che ho pubblicato in inglese e che presto Einaudi tradurrà in italiano. Si intitola The Zig-zag Way ed è ambientato nel Messico della rivoluzione.

Come mai il Messico?

Conosco bene il Messico perché vi ho trascorso lunghi periodi e tuttora ci vado spesso. È un Paese che assomiglia molto all’India, tanto che lì mi sento a casa. A volte addirittura mi scambiano per una messicana. Il Messico ha una storia simile a quella indiana: trecento anni di colonialismo subito, poi una rivoluzione e infine la coesistenza di lingue e culture diverse. Lo stile di vita messicano è molto simile a quello indiano: una vita sociale che ha al centro la famiglia, la vita in piccoli centri e villaggi, il forte senso della comunità. Anche il modo di vivere la religione è analogo. I messicani sono cattolici, ma la loro rivisitiazione del cattolicesimo ha molti aspetti in comune con l’induismo. I messicani, come gli indiani, amano molto le feste e le cerimonie religiose. Un messicano entra in una chiesa come un indù entrerebbe in un tempio: portando fiori, candele, soffermandosi davanti alle statue dei santi, che rimandano ai molti dei dell’induismo. L’India e il Messico, poi, sono due Paese che vogliono entrare nel "Primo Mondo", ma entrambi si tengono a distanza dalla superpotenza americana, perché preferiscono cercare una loro via. È difficile, ma vale la pena provarci.

Intervista di Roberto Carnero – L’UNITA’ – 19/06/2005




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