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Le voci al mondo arabo che assediano Djebar

La sua bellezza berbera è intatta, nonostante il trascorrere del tempo e i luoghi sempre più lontani dove la conduce la vita. Assia Djebar infatti lascia spesso la sua casa di Parigi per trascorrere lunghi mesi negli Stati Uniti, dove insegna letteratura francese in un'Università di New York e in Louisiana, e non torna in Algeria da molti anni. Eppure porterà tutta la luce e il calore della sua terra a Pordenone, dove la manifestazione è quest'anno in suo onore.

Politica e cultura s'intrecciano nei suoi romanzi e nei suoi film, e anche nella raccolta di saggi appena uscita, “Queste voci che mi assediano” (ed. Il Saggiatore, pp.246, euro 18,00), anche se il libro sembra imperniato essenzialmente sul rapporto tra linguaggio sul rapporto tra linguaggio e scrittura.

Quali sono queste voci che l'assediano, e hanno dato il titolo al suo libro?

Sono le voci di donne che giungono dalla mia infanzia, dalla mia famiglia, e che hanno plasmato la mia visionarietà. Parlano in dialetto arabo e berbero, sono voci dell'oralità, che per fare mie nella scrittura ho dovuto tradurre in francese. E'.stata un'operazione che ha reso il mio stile narrativo come un coacervo di esperienze: i critici francesi trovano nella mia scrittura un tirmo, una circolarità, una modulazione poetica che deroga dall'uso letterario francese, e riflette invece la fantasia femminile araba della tradizione orale.

La scolarizzazione in lingua francese in Algeria era portata del dominio coloniale; si può dire che, se con la colonizzazione molti paesi africani sono stati sottoposti a un'occidentalizzazione forzata, oggi è in atto un'islamizzazione forzata?

Bisogna tener conto che l'islamismo nei paesi del Maghreb ha una tradizione antichissima, quindi anche nel periodo coloniale era l'Islam a indirizzare lo stile di vita quotidiano, soprattutto nelle classi più basse. La differenza è che, finito il dominio politico straniero, l'Islam non è più stato soltanto un modello religioso che influiva sui costumi, ma è diventato uno strumento di potere. Non parlerei quindi di islamizzazione, ma piuttosto di politicizzazione dell'Islam.

Nel nostro mondo interrazziale e multimediale, qual'è l'impatto dello stile di vita occidentale sulle popolazioni musulmane?

Rispondo ricordando le mie stesse reazioni quando da ragazzina, in Algeria, vedevo le donne francesi aggirarsi da sole in città con vestiti succinti: non c'era ammirazione o invidia, dentro di me, ma disapprovazione per la loro mancanza di pudore, che andava contro tutti i valori insegnati in famiglia, dove le donne uscivano solo una volta alla settimana, per andare a lavarsi e purificarsi all'hammam, preferibilmente di sera per esporsi il meno possibile agli occhi altrui. Pensate che scandalo possono provocare i programmi televisivi occidentali che ormai entrano in tutte le case. Il rispetto del corpo femminile fa parte integrante della cultura araba, mentre in occidente lo sfruttamento del corpo non è un dato culturale, ma economico, perché si espone l'anatomia della donna per vendere più prodotti.

In questi giorni si è acceso un dibattito sullo spot elettorale di Bush, che sfrutta le immagini dell'esplosione delle torri di New York. Lei che ha vissuto da vicino quel momento, che cosa pensa dell'espediente del presidente americano?

Lo disapprovo. Io l'11 settembre del 2001 ero a casa mia a New York, vicinissima alle torri, quindi ho vissuto questa tragedia in prima persona, e non penso che le emozioni legate a quell'evento debbano essere monopolizzate a scopo elettorale. Però devo aggiungere che quell'episodio ha significato per gli americani il primo vero contatto con la realtà della guerra, del terrorismo, della violenza, che prima avevano visto soltanto alla TV, e che sembrava non riguardarli da vicino. Prima erano un po' fuori dal mondo. Soltanto la prossima è davvero realtà: ci sono da trarre importanti insegnamenti da questo.

Intervista di Daniela Pizzagalli – IL SECOLO XIX – 06/03/2004

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