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ELVI MORCHI

LA BIGLIA NERA


1956. Il cielo è grigio e l'aria è fredda.

Il grande palazzo in fondo a Via Della Noce mostra al cielo orrendi monconi e, in alto, una stanza senza pareti ma con la tavola assurdamente apparecchiata, ancora in attesa di chissà quale cena.

Sergino non gioca con nessuno da tanto tempo ormai. Davanti all'antica porta Pisana, che i muratori stanno irrimediabilmente deturpando a forza di cemento per recuperare l'arco distrutto dalle bombe, salta il mucchio della rena grossa a destra, poi, di nuovo, a sinistra, tira un sasso mirando al muro, abbozza una pista per le biglie e la disfa a pedate, le mani in tasca, senza rabbia, come se stesse compiendo un lavoro.

La giacca gliel'hanno fatta da una a minuti quadretti color miele, lasciata dal padre: è larga per lui e contrasta penosamente con i pantaloncini grigi corti corti, rendendolo ancora più minuto e biondo.

Dall'altra parte della strada la carbonaia, davanti al suo antro oscuro e polveroso, rannicchiata su una seggiolina bassa, a mani nude rattizza il caldano e poi si immerge di nuovo nella lettura di Grand Hôtel. Assieme a Rossana reggo la corda a Franca che salta e lo guardo. E' il mio amico ma non mi parla più. Se ne sta solo e scappa se mi avvicino.


Mi annoio. Spero che Franca sbagli. Forse potrei correre da Sergino e giocare, come un tempo, solo con lui. Rossana però conta e ruota col braccio la corda. Le vado dietro controvoglia e lei, la voce tagliente, mi rimprovera mentre Franca continua a scandire: cento e uno, cento e due, cento e ....

Mi duole il polso. Mi duole il braccio e la spalla. Lascerò cadere la corda e scapperò. Non sbaglia mai.

Forse il braccio mi cadrà di schianto sul selciato. Come farò dopo?

Il primo Ottobre andrò alla scuola elementare. Avrò anch'io il grembiulino bianco, di ghinea, e la cartella di stoffa scozzese a quadretti verdi e neri. Avrò anche il lapis -che bella parola: sembra una pietra preziosa e profuma di legno- e la biro perché la maestra vuole che impariamo ad usare questa strana penna che non fa macchie, è vero, ma fa anche una brutta scrittura da analfabeti e costa e quando è finita va buttata via, mentre l'inchiostro per il pennino lo passa il comune.

Le matite non me le hanno comprate perché il disegno non è importante.

Però avrei voluto l'astuccio col pastorello che disegna su una pietra una pecora, e poi mi piace tanto disegnare le cose.



La tramontana soffia prepotente e fa rabbrividire.

I geloni ci tormentano. Franca ha il naso rosso e gli zigomi violacei e gonfi come se avesse appena pianto; Rossana regge a malapena la corda e cambia spesso posizione, fregandosi furiosamente la mano dolente sotto l'ascella. A me prudono i piedi, sopra le dita paonazze. Se nel sonno mi gratto, la pelle si spacca, le scarpe di vacchetta mi entrano a fatica e il sangue mi gela nei calzini.

Sergino i geloni li ha alle ginocchia.

Continua a stare da solo, a fuggire se ci avviciniamo. Gli altri pare abbiano accettato questo cambiamento e si dimenticano di lui, dall'altra parte della strada, solo, vicino all'arco. Continuo a guardarlo, tenace.

Salta sempre sul monte della rena grossa, poi, quando è ora, sale su, nell'appartamento al terzo piano di faccia alla porta, correndo dietro alla madre, pallida e frettolosa, che gli sorride appena, scendendo dalla bicicletta di ritorno dal lavoro.

Mario, il fruttivendolo, le fa un cenno senza sorriso e, quando sono passati e crede che nessuno lo veda, sospira e scuote la testa mentre rassetta la frutta nelle cassette stese davanti alla vetrina, in strada.


Appena l'estate prima tutto era diverso.


Allora Sergino usciva col padre -altissimo, quasi biondo, con gli occhiali di tartaruga- che pareva in trionfo a braccetto della piccola moglie sorridente e con lui per mano, che lo guardava di sotto in su, adorante, cercando di stare al passo. E tutti li salutavano ridendo.

Mi avvicinavo, assetata di carezze.

Suo padre allora si fermava. Si frugava in tasca e scuoteva la testa, serio.

" Peccato..." sospirava" mi pareva proprio di averne una.."

Cominciavo a ridere.

"No, si vede che mi sono sbagliato." E mi guardava fisso, mostrando perplessità. "Ma che ci hai dietro a quest'orecchio? Oddio! O che è? Tò! Una caramella! O che nascon dietro le orecchie ora?"

Ridevo, acchiappando la caramella d'orzo miracolosamente apparsa e lui mi passava una mano dietro la nuca, sotto i capelli, e si chinava per darmi un lieve bacio sulla tempia, che io contraccambiavo impiastricciandogli la guancia.


Sono sola in strada. Vado sul monte della rena, cercando di trovare quello che lui ci trova. Ma la rena è solo fredda.

Mi arriva alle spalle facendomi sussultare.

"Che ci fai qui?"

Non rispondo. Scruto nei suoi occhi l'antico azzurro, ma Sergino si mette a guardare per terra e con la punta della scarpa tormenta la rena.

"Giochiamo ad acchiappino?", dico. E' il suo gioco preferito e nessuno riesce mai a prenderlo.

"Ma no, va' via..."

"Ma che sei arrabbiato con me? Che t'ho fatto?"

"Che inventi ora? Non mi va."

"Allora, giochiamo a rimpiattino?"

"Uff, ma non capisci proprio niente... come fai ad essere così cretina?"

Sento che sto per piangere: perché mi dice queste cose, lui, il mio amico? Sto per scappare a nascondermi quando, d'un tratto, in un sussurro mi chiede:

"Ti ricordi ancora di mio padre?"

Dimentico le lacrime. Certo che lo ricordo! Mi faceva sempre ridere e poi mi metteva una mano tra i capelli, dietro la nuca. So anche che è andato via, lontano lontano.

"Quando torna?"

Non risponde.

"Vuoi vedere una cosa? E' un segreto. Sai che è un segreto?"

Certo che so cos'è un segreto: è non dire a mamma che Roberto ha preso gli spiccioli e ci siamo comprati le mentine dal lattaio e non dire a babbo che mamma ha comprato Grand Hôtel..

"Ma lo sai tenere? Giuri?"

"Si può tenere? Non lo sapevo. Ma giuro, e senza le dita incrociate."

"Non lo dici a nessuno, vero?"

"No, ti dico di no."

Si guarda intorno con aria di mistero. Fruga in tasca e tira fuori una biglia. Bellissima: più grande di quelle di vetro, serica, come d'avorio nero.

Allungo la mano ma lui la nasconde di nuovo in tasca.

"L'ho vista! E' una biglia, fammela tenere, non la farò cadere, prometto. Ti prego, dai."

"Smetti!Scioccarella, non posso dartela, nemmeno per un attimo. Che credi? Non è mica una biglia qualunque."

"Perché?" mi piacciono i misteri.

"E' un ricordo", dice.

Non capisco: un minuto fa era un segreto, ora è un ricordo.

Mi prende in giro.

Ma perché? Eppure quella volta che tutti, grandi e piccini, ridevano di me, me lo disse proprio lui che l'ombra di campanile non la vendono e mi dette anche il suo fazzoletto, dicendomi di non piangere, ché quello stupido scherzo lo facevano a tutti, prima o poi, e lui non c'era caduto solo perché suo padre gliel'aveva spiegato prima.

Ma ora, perché cerca di confondermi?

"Non te lo lascio cadere il tuo ricordo." e lo guardo con sfida, delusa.

Sergino allora, con la pazienza dei più grandi, sorride appena e mi spiega cos'è un ricordo.

E' ciò che ti lascia una persona che deve andarsene, o morire, anche se non vorrebbe, non vorrebbe mai.

Quanto è bella la linea del suo naso appena appena fremente e quanto è tenera la sua voce che sembra una carezza.

Vorrei proprio mi mettesse a parte di questa cosa meravigliosa.

"Fammela tenere," sussurro "starò attenta."

"Non posso. Lui l'ha toccata e qualsiasi altro cancellerebbe la sua impronta. E io non voglio. Me la portò dal Parlamento, che è un posto dove degli uomini fanno le leggi, delle regole che tutti devono seguire. Anche lui, prima di ammalarsi era stato uno di quegli uomini."

"E giocano con le biglie quegli uomini? O ci portano i loro bambini?"

"Servono per votare. Hanno biglie bianche e biglie nere. Quelle nere vogliono dire no, quelle bianche sì. Volete questa legge? Se uno la vuole dà la biglia bianca, se non la vuole dà quella nera."

"E se uno non sa che scegliere? O per lui é la stessa?"

"Deve scegliere per forza." riducchia " Non esistono biglie grigie."

"La voglio anch'io la biglia. Pensi che tuo padre, quando torna, me ne potrebbe dare una anche a me?"

Ridiventa serio.

"No. Non può farlo. Non torna più. E' morto."

Ho capito. Mi prende proprio in giro.

"Non è mica vecchio, lui, muoiono i vecchi."

"E' morto perché era tanto malato."

"E che vuol dire? Anch'io sono sempre malata e mi tocca andare in ospedale in inverno, ma mica muoio. Perché sono giovane. Muoiono solo i vecchi. Li ho visti, che ti credi? A bocca spalancata che pare ridano, ma fermi come le statue di piazza dei leoni. Poi viene il cappuccino sotto l'ombrello rosso, col calice in mano. Qualcuno gli tiene una candela e ha un campanellino che suona a tratti. Va dalla morta e borbotta, le ricoverate rispondono con altri borbottii, i parenti della vecchia piangono e i bambini devono mettere il capo sotto le lenzuola e stare zitti zitti ché sennò la morte si accorge di loro e li prende ."

Mi accorgo che mi guarda attento e i suoi occhi sembrano più grandi, come laghi di tristezza e di pena per me. Sento di aver voglia di piangere e ho di nuovo paura che la morte si accorga di me. Che ne sanno i grandi del terrore dei bambini, vicino ai quali hanno lasciato morire i vecchi soli, nelle notti di tramontana?

"Solo i vecchi, muoiono." affermo, la voce tremante.

"E loro?" e mi indica la casa all'angolo coi suoi monconi di stanze e di pareti, "Dove sono loro? Te lo dico io, dove sono: sono tutti morti, vecchi e piccini."

E se avesse ragione?

Uno squarcio strappa una tela nella mia mente.


E' una giornata di sole, ma noi bambini siamo su, in una stanza all'ultimo piano con le persiane chiuse. La banda in strada suona. Corriamo alla finestra. Un fiume di gente intona canti del primo maggio. Sulla folla, come un albero nell'Arno in piena, una bara di legno chiaro, coperta di garofani rossi, galleggia tra bandiere e pugni chiusi.

Sugli scalini della casa di Sergino un uomo parla e tutto attorno a lui si ferma e tace. Strane parole giungono a noi: resistenza, internazionale, pro-le-ta-ria-to-vi-tto-riosooo, vivo, oltre la mo-r-teee.

Applausi. La banda ricomincia a suonare e si trascina dietro la folla, la bara e i canti.

Applaudiamo anche noi, senza sapere a che.

Solo Sergino è rimasto a giocare con la vecchia locomotiva di latta, fissando il muro.


La strada è di nuovo vuota e silenziosa. Passa una bicicletta, cigolando. Fa freddo.

"Davvero non tornerà più?"

"T'ho detto di no."

"Nemmeno tra tanti anni?"

Guarda per terra e io cerco i suoi occhi chinandomi.

"Quando saremo grandi lo rivedremo, però, vero?"

Scuote la testa.

Ho un'idea.

"Potremo andare a cercarlo: da qualche parte sarà pure andato!"

Non gli va bene neppure questa idea e io mi arrabbio.

Gliel'ho tanto invidiato quel suo babbo dolce e allegro e non solo mi dice che è morto, ma non vuole andare nemmeno a cercarlo. Lo scaravento a terra, pronta a picchiarlo, gli occhi pieni di lacrime. Ma subito mi fermo perché scoppia a piangere, senza più freni, come non l'ho visto piangere mai, nemmeno quella volta che era scivolato sul ghiaino e si era sbucciato tutti e due i ginocchi da far ribrezzo a guardarlo. Singhiozza contro la Porta Pisana.

Mi accorgo che ha un dolore dentro così grande che nessun male fisico può fargli da paragone.

Ho paura. Non può essere vero. Non si può vivere e poi scomparire nel nulla, come non si fosse mai esistiti. Dove sono gli abitanti della casa all'angolo? Quando torneranno a finire quella terribile cena?"

Mi viene a mente la suora della dottrina.

"Lo ritroverai in cielo." dico, per non vederlo piangere così.

"Lo voglio ora, non in cielo. E poi lui non ci credeva nemmeno al cielo..."

"Che importa? Era buono, lassù lo ritroverai."

"Anche se fosse vero, non sarà mai lo stesso."
Singhiozza.

Ha ragione, lo capisco.

Suo padre non era spirito e basta: era un essere umano e proprio non ce lo vedo tra i santini della suora, i loro sorrisi serafici e i gigli bianchi.

Mi lascio scivolare accanto al mio amico, contro il muro rosso della Porta, che non ci protegge nemmeno dal vento e me ne sto in silenzio con lui che continua a piangere, ma con più dolcezza.


La camera del terzo piano è chiusa e nessuno è più sul letto bianco.


Ormai Aldo non scendeva più, vinto dalla malattia. Ascoltava i bambini giocare in strada e il suo Sergino urlare il grido di vittoria "Bomba libero tutti!"

Era mingherlino, ma veloce e sano. Scivolava nei pensieri.
Chissà che uomo sarebbe diventato, cosa avrebbe pensato del mondo, degli altri uomini e di lui, che presto se ne sarebbe andato, e questa volta per sempre.
Chi l'avrebbe aiutato a divenire un uomo onesto? Se almeno fosse stato ancora vivo Masino, suo padre, gli pareva che avrebbe potuto morire più serenamente: ma così, lasciare Germana sola, col bambino ancora piccolo. Se si fosse disinteressato agli altri, se avesse fatto le scelte di tanti che col fascismo e la guerra si erano arricchiti.. Sapeva che non avrebbe potuto fare altrimenti da quello che aveva fatto, ma continuava a ripeterselo, per punirsi di non aver saputo fare felice la sua donna che con lui non aveva conosciuto che solitudine, fatica e paura.

Che ne era ora degli ideali per cui aveva combattuto e per cui tanti erano già morti? La città, dopo il tremendo scossone, si era ricostruita sulle ingiustizie: erano cambiati, e non sempre, i suonatori ma la musica...

La sua gente l'amava, aveva creduto in lui, e l'aveva mandato persino al Parlamento a far leggi un po' più giuste, per la povera gente. Ma che ci faceva uno come lui, là? Poteva solo dir di no, o fingere e perdersi. Questo l'aveva capito in fretta, e con dolore. Così era venuto via e nessuno aveva avuto cuore di rimproverarlo o anche solo di chiedergliene conto, perché la malattia si era manifestata ed era stato chiaro a tutti che non ce l'avrebbe fatta.


Allora erano cominciati gli incubi, che non l'avrebbero più abbandonato.


Gli pareva di essere in campagna con Sergino ma, d'un tratto, si accorgeva di essere in una palude e sentiva dietro di sé il corpicino del bambino affondare nel fango. Un brivido, lento e profondo, lo incatenava. Niente attorno a loro pareva vivere. Non si sentiva nessun rumore: né lo stridere del beccapesci, né il fruscio lieve di un barchino e nemmeno l'erba corsa dal lepre. Tutto era fermo, come fissato in un quadro.
Sentiva Sergino scivolare nel fango ma non riusciva a muoversi né a parlare, morto come tutto e pur vivo. In questa immobilità vedeva il bambino sprofondare nel fango. Solo quando grosse, pesanti bolle salivano in superficie un urlo, come un tuono, attraversava il padule, che lui riconosceva essere quello di Fucecchio.

Gli pareva di sentir correre tra le canneggiole, dietro al cane uggiolante, Masino, suo padre. Avrebbe voluto voltarsi e chiamarlo perché lui nel padule c'era nato e avrebbe saputo aiutarlo a salvare il bambino. Invece non riusciva a muoversi e suo padre, giovane come non l'aveva mai conosciuto, passava oltre, incitando il cane, tutto preso dalla caccia.

Si ritrovava madido di sudore sul letto, completamente sveglio.


Si alzava. Sergino dormiva tranquillo, la testa sotto il guanciale e una gamba nuda fuori dal letto, completamente disfatto. Gli sistemava il lenzuolo e il bambino nel sonno, biascicando qualcosa, trovava una posizione più comoda.

Aldo entrava in cucina, stretta dalle ombre della luna che allungavano i mobili fino al soffitto. Al buio beveva alla mezzina di rame che Germana, per vecchia abitudine di quando non avevano l'acqua in casa, teneva sull'acquaio di granito. Appoggiava il draghetto giallo contro le labbra riarse e sentiva lo zampillo che gli si allargava in bocca, amaro e tiepido come un'antica carezza.

Infine usciva sul terrazzino incassato tra i tetti e rimaneva a piedi nudi sui consunti e polverosi mattoni rosa, ancora caldi di sole, che chissà quanti prima di lui avevano calpestato.

Oltre i tetti il campanile della collegiata, rare lucine tremolanti sui colli di Spicchio e grappoli di stelle su quelli di Castra e Pietramarina.

A ondate la brezza notturna gli portava gli odori dell'estate -la mentuccia, il pepolino, il basilico,- che si sfumavano nel dolciastro odore dei gerani di velluto rosa.

Tutto pareva quieto nel sonno e solo a tratti il silenzio era rotto dal volo nervoso del pipistrello o dal lugubre richiamo della civetta che si perdeva nella notte, certo cercando lui.

Una bicicletta cigolava lontano. Poi silenzio. D'un tratto il grillo, comprato alle cascine di Firenze, chiuso nell'inconsistente gabbietta decorata, iniziava il suo monotono verso sempre uguale.

Anche gli uomini, come le bestie, ripetono un unico canto, fino alla morte, si trovava a pensare Aldo. L'animaletto costretto in gabbia non avrebbe retto ai primi freddi e pure si ostinava a vivere e a cantare la sua ossessione.

Come lui, d'altronde.

Era dunque questo il senso della vita? Vivere pur conoscendo la sconfitta?

E ripensava alla sua vita, stravolta come quella di tanti altri dal fascismo e dalla guerra.

Non aveva veri e propri rimpianti: sentiva solo l'ingiustizia di aver dovuto vivere la sua vita nella bruttura della lotta, senza mai lo spazio per coltivare il bello, per godere delle piccole cose quotidiane.

E in realtà era stato più fortunato di altri perché aveva avuto Masino, che aveva creduto in lui e che aveva lottato tutta la vita, sorretto da idee libertarie.

"L'ignoranza " diceva Masino "è la vera miseria."

E passava ore a leggere e rileggere miseri librucci consunti e a discutere coi compagni a veglia o sui tetti, dato che faceva il muratore, arrabbiandosi -con se stesso e con loro- se non riusciva a spiegarsi o a capire.

"Questo" e gli mostrava il manifesto dei comunisti " è più importante di noi: dice cose che se la gente le capisse non ci sarebbero più né ricchi né disgraziati. Ma noi siamo così ignoranti, che vuoi che si capisca, noi. Tu devi andare a scuola e poi insegnarci tutto quello che impari. Allora sì, che cambierà il mondo."

"Che gli metti in testa, Masino?" faceva la mamma "Come si fa a mandarlo a scuola se non si sa mettere insieme il desinare con la cena?"

"Si salta la cena! Come fai a non capirlo, proprio te, che ti tocca a fare la croce? Sai quante cose ci sono nei libri? A te non ne è toccata una. Leggere, vedi, é come poter vivere due o tre vite insieme... e poi ci son di quelli, come Engelsse e Marze, che ti spiegano le cose come tu non riusciresti mai a credere."

"Oh Masino, che non lo so? Da quella volta del Viessé non hai fatto altro che leggermi pezzi di libri. Non tu parli d'altro..."

E Masino rideva perché Camilla aveva creduto che lui tornasse tardi da Firenze, dove a quei tempi lui lavorava, perso dietro a chissà quale gonnella e le rammentava il fatto, mentre lei gli faceva le boccacce, ridendo di nascosto.

Aldo non poteva far altro che sorridere quando pensava ai suoi genitori che per tutta la vita avevan discusso, fingendo un disaccordo che nei fatti non c'era.

Camilla brontolava, ma non avrebbe voluto altri che il matto, come chiamava il marito quando era arrabbiata e non gli si rivolgeva direttamente.

Germana, che aveva vissuto con i suoceri per tutto il periodo della guerra, aveva detto che Masino, quando Camilla era morta, sotto il bombardamentro delle cascine, aveva smesso di voler vivere e in un paio d'anni era morto davvero.

Aldo non aveva potuto salutare nemmeno lui.


A volte Germana lo raggiungeva sul terrazzino. Gli arrivava alle spalle assonnata, un po' scarmigliata, battendo appena i denti.

"Non vieni a letto? Che hai?" gli diceva.

A vedersela accanto, così calda di sonno, sentiva un tuffo dentro come se tutto, dal sangue alle ossa gli si sciogliesse nel desiderio di lei. Allungava una mano per tirarsela addosso e placarsi nel suo odore buono.

Un'ondata percorreva Germana, dai polpacci alle guance, come un brivido di febbre, intenso e lunghissimo. Si ritraeva però, fingendo di non capire: questo era il suo modo di amarlo, poiché sapeva che era alla fine e temeva di perderlo troppo in fretta.

Aldo capiva tutto questo e, senza parlare, le faceva cenno di tornare a letto, ché andava tutto bene e presto l'avrebbe raggiunta.

Lei gli cercava gli occhi, che lui teneva ostinatamente fissi nella notte e poi ritornava in camera e piano, per non farsi sentire, piangeva con la testa sotto il guanciale, fino a che il sonno non la prendeva di nuovo.

Aldo respirava profondamente per calmare i battiti del suo cuore.

Cosa avrebbe potuto dirle, povera cara, senza farle male? Eppure avrebbe voluto parlarle, piangere abbracciato a lei come non aveva mai fatto. Ma poi? Di quale tremendo bagaglio avrebbe caricato le sue spalle.

Meglio fingere di non sapere. Meglio tacere e continuare a scherzare sulla sua pigrizia.

A giorno tornava a letto e finalmente si addormentava mentre Germana e Sergino si alzavano, parlottando piano per non disturbarlo.


A poco a poco smise di avere la forza di scendere le scale. Ora rimaneva a letto quasi sempre.


Quel giorno la porta si era aperta e una testina nera si era affacciata nella camera.

"Mimma, sei venuta a trovarmi?" aveva detto, d'un tratto contento.

"Sergino aveva da andare al gabinetto e così son venuta a vedere che fai. Non scendi più, perché?"

"Sto a letto,"

"Come stai?"

"A te come sembro?"

" Sei tutto bianco. Per me, tu sei malato."

"Sì, credo che tu abbia ragione. Vorrà dire che starò ancora un po' a letto, che ne dici?" E gli era venuto voglia di scherzare.

"Hai paura a star da solo?"

"A volte. Ma gioco col mio cane e mi passa."

"Un cane? Dove l'hai? Fammi vedere! Dov'è?"

Scoppiò a ridere e le spiegò. Il sole filtrava dalle persiane ed era il suo cane fedele.

La bambina lo guardò sospettosa, poi mise il braccino sulle lenzuola, dove c'era il raggio di sole, sentì la lieve carezza e rise di piacere. Aveva capito.

"E' proprio una lingua che ti lecca, calda calda."

"C'è una poesia di Himenez, un poeta spagnolo, sul cane-sole; un giorno, quando starò un po' meglio, te la leggerò, se vuoi."

"Voglio sì.. che è una poesia?"

Sergino era entrato nella stanza, trafelato.

"Che ci fai qui? Babbo, scusa: questa scioccarella mi segue dappertutto, t'ha dato noia?"

"Io, noia? Al tuo babbo gli fo compagnia,io, vero Aldo?"

"Ma certo! Gli vuoi bene a Sergino?"

"Quando son grande lo sposo."

"Mi sposi? Ma se son più vecchio di te. Diglielo, babbo, che non si può!"

Se li tirò vicino e li abbracciò. La bambina faceva smorfie di piacere e spintonava l'amico, cui pareva un miracolo ritrovare il padre così allegro.



Batto i denti. Sergino ha smesso di piangere e si passa ancora la rena tra le mani. Ogni tanto tira su col naso. Gli passo il mio fazzoletto ma rimaniamo in silenzio.

Credo di sapere quello che prova.

Suo padre è morto, definitivamente.

Non uscirà più dalla porta di casa salutando gioioso noi bambini che lo attorniamo vocianti per giocare a rubabandiera.
Non ci racconterà più delle antiche guerre e degli antichi ladroni che non riuscivano mai a sfondare la nostra porta e venivano sempre buttati giù dalle mura con scale e tutto.

E nemmeno farà rivivere per noi le storie di Masino, suo padre.

E' morto.

Anche gli antichi ladroni sono morti. Anche Masino.

E la Porta ...


Forse siamo solo formichine in questo universo così grande.


Tutti i gesti di Aldo sono compiuti e non potrà realizzarne altri, ma a Sergino ha dato una biglia nera e a me una carezza sotto i capelli, sulla nuca.

E non è poco.


Mi sento abbandonata da lui, da Masino e dagli abitanti della casa all'angolo che non torneranno a finire la loro cena.

Ho bisogno di silenzio.


La voce di Aldo era veramente dolce come quella che sento in me?



Elvi Morchi, 1991.