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ELVI MORCHI

LA LIBELLULA


Un cielo di perla occhieggia fra i cipressi del giardinetto della scuola.

Dopo tanto sole, l'aria si è fatta improvvisamente fredda e stamani si sente l'odore pungente dell'inverno che verrà.

In classe, tra i ragazzi rannicchiati sulle sedie dietro ai banchi, gli sbadigli sono a stento trattenuti.

Io però continuo a chiedere, a correggere, a spiegare.

E' importante l'analisi logica.

Fa crescere.

“Soggetto, predicato, complemento oggetto.”

Sviluppa la riflessione.


Grigio. Tutto è grigio e fermo in questa mattina di fine Ottobre.


"Cosa? Complemento d'agente?!"

Silenzio.

"Ma... no, forse... è... specifica-zione...?"

"Spe-cifi-cazio-ne? E cosa mai specifica?"

Silenzio.


Ma questa noia servirà davvero?


Il ronzio di un improbabile elicottero ci fa volgere la testa.

Accanto alla finestra è apparsa una libellula, nemmeno tanto grande, nemmeno tanto bella, ma colorata di verde e di azzurro cangiante.


Sbatte contro la parete, contro il soffitto e poi vola rumorosamente nella stanza.

Si posa, ricomincia a volare, si posa ancora e poi vola di nuovo.

Un lembo d'estate scivola sul nostro torpore e ci rapisce, ci porta su lontani prati odoranti di sole.


L'animaletto, che ha tentato nuove strade, d'un tratto s'impiglia alle fessure del lampadario.

Ora rimane fermo, immobile, come uno stecco di legno leggero troppo vicino al calore delle lampade.

“Si brucerà le ali. Morirà.”


Non si può fare niente per lui.


"Su, basta, attenti. Allora? Predicato? Sì, va bene, predicato. Nominale o verbale? Nominale. E questo?”

“Complemento oggetto?”

“Come complemento oggetto, col predicato nominale?”

“Allora è specificazione!”

“Specificazione?! Luca! E cosa mai specifica?"

"S'è mossa!"

"Silenzio! Dobbiamo lavorare."


Ma la libellula è ancora viva e si muove e a tratti fa quel suo rumore, nella nostra testa sempre più forte.


D'un tratto Luca corre via dalla cattedra a spengere la luce.

Ora non c'è più abbastanza luce per leggere, per scrivere, per correggere.
Mentre torna verso di me, mi guarda preoccupato.

Che dirò?

Non si corre in classe.

Non si spegne la luce senza chiedere.
Non ci si occupa delle libellule quando siamo interrogati.

Aspetto a parlare.
Luca continua a guardarmi, gli altri se ne stanno zitti, attenti.

E io mi arrendo al tepore di questo generoso eroe bambino.


Perché sarà entrata?


Sarà rimasta sola?

Dove saranno le altre libellule?
E, se muoiono tutte dopo l'estate, come faranno a rinascere dopo, a primavera?
E lei come potrà sopravvivere all'inverno?

Come, tra tanto gelo?
Che mangiano le libellule?
Che nido avranno?

Come vivranno?

Come sarà la loro vita?

Avranno famiglia?
Saranno felici?


Forse potrebbe rimanere con noi per superare l'inverno.


La mattina riprende colore sul volto dei ragazzi.
Si aprono libri di scienze.

Il testo non dice dove vanno alla fine dell'estate, ma è importante saperlo.
Son tante le cose che bisogna sapere.
Chi avrà le risposte?
Si prendono accordi: bisogna riuscire a scoprirlo per aiutarla.


All'improvviso, così come era venuta, la libellula se ne va: in un attimo si libera dal lampadario e vola fuori sicura dalla ribalta socchiusa.


La vediamo volare oltre ai cipressetti del giardino della scuola, che ci fanno da recinto.


Li oltrepassa leggera.


E vola, libera, viva come una promessa.



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