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ELVI MORCHI

SERE DI LUNA



Ad Adalgisa, che parla alla luna e addolcisce

le nostre notti con profumate marmellate all'arancia.


Nelle dolci sere d'estate

quando Vespero timida

s'affianca alla falce di luna

e insieme stanno

sconosciute amiche

sull'altipiano

addormentato

silenzi

di vite lontane

tornano a me





"Che cos'è la luna?"

"La moglie del sole."

"E dove sta di casa?"

"Lassù, nell'abbaino di quel tetto."

"E quando incontra il sole?"

"Lo incontra solo un attimo ,

ma non le basta mai."


1

Nelle sere di luna dell'estate dei miei quindici anni andavo con un gruppo di amici a San Miniato a Monte.

Lasciavamo le auto accanto ai giardini dietro la chiesa e salivamo a coppie alla torre medioevale, per la stretta stradella a gradinate che, girando il monte, ci apriva alla visione della piana di Empoli illuminata sotto le colline di velluto nero, che si rincorrevano molli all'orizzonte, punteggiate qua e là di grappoli di luci tremolanti.

I grilli impazzivano nei prati e l'aria sapeva di ginestra, di glicine e di rosa.

Sedevamo sul parapetto di mattoni rossi che tratteneva il prato circolare mentre i rumori della cittadina ci giungevano appannati e lontani.

La torre, silenziosa e cupa, troneggiava nell'ombra e teneva quello spazio lontano dal presente, ancora al tempo in cui fu prigione a Pier delle Vigne.

Nel buio Sandro, alto e bello come un dio provinciale del sogno americano degli anni trenta, coglieva dalla macchia una rosellina selvatica e s'inchinava davanti a me. "Permette questo ballo?"

Ridevo a quel gioco, gli davo la mano e lui mi serrava la vita. Iniziava a cantare Addio Lugano bella, con quella sua voce particolare, che ti strappava dentro una tenerezza antica.

Al mio controcanto cominciavamo a ballare. Mi pareva, mentre sollevavo la testa a cercare nell'ombra i suoi occhi, che avrei potuto, con lui, anche volare e mi abbandonavo alla gioia di sentire il calore della sua pelle.

Gli altri applaudivano e ci chiedevano di continuare anche quando la canzone era finita.

Tornavamo a sederci.

"Che fai tu, luna in ciel? Dimmi che fai,

Silenziosa luna?"

La luna pulsava alle nostre voci.

Ci perdevamo nei nostri pensieri, cantavamo, parlavamo delle cose del mondo.

Sandro già a quei tempi era innamorato della donna che avrebbe poi sposato e io fingevo di dimenticarmi di amarlo mentre lui, senza pudori, mi parlava di lei, di sé, del mondo.

Si sdraiava sul muretto, la testa sulle mie ginocchia e mi raccontava, mi spiegava, mi chiedeva, si sfogava perché c'erano cose di lei che non capiva ed io ero la sua amica.

Gli carezzavo i capelli corti e fini come una spazzola morbida e lui giocava a passare le dita nei miei, percorrendoli in tutta la loro lunghezza, scompigliandoli, attorcigliandoseli dolcemente ai polsi.

La tristezza mi invadeva e piano, quasi solo per me, cominciavo a cantare Les feuilles mortes, perché già capivo che quel tempo sarebbe finito sempre troppo presto e cominciavo a raccogliere dentro di me i ricordi e anche i rimpianti dei giorni in cui eravamo amici, les regrets aussi des jours hereux en ce que nous étions amis .

Ma lui mi rispondeva sempre con il Concerto di Vienna: "Dovunque andrai...", perché non voleva lasciarmi andare.

Anche ora, che pure abbiamo passato la vita lontano, so che mi risponderebbe così, con la stessa convinzione di allora, perché Sandro è uno di quei rari, felici esseri immortali che girano intoccabili tra le sofferenze del mondo e sono convinti che il tempo e lo spazio non esistono per chi si ama e che l'amore ha mille volti.

La luna illuminava nella notte la torre di Federico.
Io sola, coi miei inconfessabili segreti, in quella pace udivo i singhiozzi di Pier delle Vigne che, tra quelle rovine, ancora cercava risposte alla sua vita, deluso, vilipeso e vinto proprio da colui che più di tutto aveva amato e con onestà servito.





Ma a volte, nella sera,

la luna illumina la strada ai viandanti.


2



Con Andrea non parlai mai.

Lo conobbi una sera, di ritorno da San Miniato.

Iolena chiese di potersi fermare per salutare un amico al circolo di Ponte a Elsa, che è sulla strada per Empoli.

Gli altri proseguirono e con lei rimanemmo solo Sandro ed io.

L'amico era un uomo sulla cinquantina con cui lei, che era già adulta, aveva un tempo lavorato. Quando se la vide davanti si mostrò commosso e ci salutò tutti come fratelli.

"L'hanno rimandato a casa," diceva come a se stesso "ma io non sopravviverò a questa vergogna. Mi conosci: un povero diavolo sono, ma onesto! Ho sempre lavorato come un mulo, ma di me nessuno può dire niente: mai uno spillo a nessuno ho preso, nemmeno quando sarebbe stato mio diritto. Ora non ho più nemmeno il coraggio di guardare i compagni in viso. Meno male che Gina è morta, guarda che cosa mi tocca a dire, povera donna. Come avrebbe sopportato il disonore di un figlio che ruba? E poi nella casa del suo professore! C'è stato un tempo che per Andrea quell'uomo pareva essere più importante di me. Ne sono stato anche geloso, perché quello che diceva lui era sempre oro colato e io sbagliavo sempre. Ma allora, perché l'ha ripagato con questa moneta?

Me l'hanno rovinato, non è possibile!

Dove li potevo trovare io i soldi per uno strumento così? Ma lui pareva che si fosse convinto. Mi aveva chiesto se si poteva comprare ma non era proprio possibile e allora avevo fatto come mi diceva Gina: l'avevo preso da parte e gli avevo spiegato bene le cose. Soldi da parte non ne abbiamo più perché, tra la malattia e il funerale, m'hanno proprio dissanguato. Ora poi, che è tutto sulle mie spalle, m'accorgo che con uno stipendio solo si fa poco bene. 'Salti se ne fa pochi.' gli avevo detto. Gliel'avevo portati tutti i paragoni e mi pareva convinto.

Mi aveva risposto che stessi tranquillo, che tanto glien'avrebbe fatto usare uno il professore, che ne aveva diversi.

Quando sono venuti i carabinieri non ci volevo credere, sai? E lui sempre zitto, mai una parola, nemmeno di fronte all'evidenza.

Un'occhiata al professore, un'occhiata alla moglie di lui e poi zitto.

Il violino gliel'hanno trovato in camera, sulla scrivania, neanche nascosto.

La signora, una bella donna sulla quarantina, tutta profumata, piena di anelli e di collane, che accanto al marito sembra una ragazzina, sbraitava che da lui non se lo sarebbe aspettato, vai a far del bene alla gente, che l'avevano accolto come un figlio e lui l'aveva mal ripagati. Della mia carne diceva così, capisci? Che vergogna! E non smetteva di urlare: tutti dovevano sentire, ripeteva, perché l'avevano accolto come un figlio e lui aveva rubato.

Si era intrufolato in casa quando suo marito era ad un congresso non so dove e con le sue moine da bravo figliolo le aveva detto che aveva il permesso del marito. E lei ci aveva creduto. Quante volte le era arrivato a casa a provare? E lei gli aveva sempre aperto lo studio, perché era proprio convinta che lo mandasse il marito.

Poi aveva saputo che invece non ne sapeva nulla e che non gli aveva mai dato né il permesso di andare a casa quando lui non c'era, né tanto meno quello di portar via strumenti: ma questo lei l'aveva saputo dopo, quando il marito si era accorto che gli mancava uno dei violini della collezione, si era disperato e, come fanno i mariti, aveva anche cercato di dare la colpa a lei. E tutto per non ammettere le colpe del bell'Andrea, che invece si era approfittato del suo professore e di lei, che gli aveva voluto bene come ad un figlio. Ma ora doveva pagare. Tutto! In galera doveva andare.

Ad un tratto il professore, a testa china, sconfitto anche lui, proprio come me, scoppiò a piangere: basta per carità, basta, era solo un violino, che la facesse finita! Lui le credeva, le credeva, non voleva sapere altro."


"Andrea come sta ora?"

"Come vuoi che stia? E' in casa, non esce più. Non parla con nessuno, ha rimandato a casa anche quei pochi amici che erano venuti a trovarlo. E' un'anima in pena, ti guarda fisso, come se non ti vedesse. Ho provato a chiedergli il perché: Dio bonino, come si fa a credere che la tua carne sia così diversa da te? Ma lui zitto, ti guarda e rimane zitto. Solo una quindicina di giorni fa m'ha detto: 'Babbo, non ci pensiamo più. E' finita. Si vede che era destino. Verrò in fabbrica anch'io. Avevi ragione tu, la musica è per chi se la può permettere!'

'Destino un corno!' gli ho detto io 'Con tutti i sacrifici che abbiamo fatto, io e la tua povera mamma, ora mi dici che vieni in fabbrica? Prima sembrava che fosse quistione della tua vita e ora rinunci? O tutto o niente? Spiegami, almeno questo me lo merito.'

'Che vuoi che ti spieghi, babbo, che c'è da spiegare?'


Da quella sera ha cominciato a suonare di nuovo il piano e ora mi tocca diventar matto per farlo venire a mangiare. Non so più che pensare. Lo vuoi vedere? A te ha sempre voluto bene, l'hai preso in braccio da piccino, sarà contento di vederti."


Entrammo in casa e l'uomo cominciò a fingere allegria, mentre accendeva le luci e ci guidava per il corridoio.

Ci voleva offrire da bere.

Ci voleva affettare il prosciutto.


Cascate di note gorgogliavano nell'aria.

"E' bravo, lo dicono anche i professori, tutti, anche quel pover'uomo del violino. Almeno in questo non ho sbagliato: non l'ho frenato, l'ho lasciato seguire la sua indole. Ma perché ritrovarmelo così? Avessi sentito come lo implorava il professore quella sera che venne con la moglie e i carabinieri: 'Te l'avrei regalato se avessi capito che ne avevi bisogno. Tu lo sai, non è possibile che tutti questi anni non abbiano significato niente per te. Non ho figli. Sono vecchio. Vuoi che alla mia età, non desiderassi aiutare il mio allievo prediletto? Perché mi hai fatto questo? Se c'è qualcos'altro, dimmelo, perché non ci posso credere che non ci sia un'altra spiegazione a questa storia.'

E Andrea, che non aveva pianto nemmeno quando a Pasqua seppellimmo sua madre, prese a scuotere la testa, gli occhi pieni di lacrime. Ma rimase zitto anche allora. E io mi sentivo come se mi stessero strappando la carne da dosso."


Ci aprì la porta della camera del figlio.

La stanza era al buio. Dalla finestra spalancata la luna illuminava il giovane al piano con una luce che gli rendeva diafana la pelle del volto. Le mani, ombre sui tasti d'avorio, scivolavano magiche sulla tastiera, quasi autonomamente vive. Continuò a suonare, come se nessuno fosse entrato. Iolena gli pose le sue mani sottili sulle spalle e l'abbracciò, baciandogli lievemente la tempia, con quella sua particolare dolcezza triste, che pareva comprendere e perdonare tutto. Andrea piegò il volto su una mano di lei e si lasciò carezzare, continuando a suonare in silenzio.

"Vuoi suonare Al chiaro di luna per questi due ragazzi? Son così ignoranti che mi fanno pena!"

"Sono anche innamorati?"

"Chissà."

"Chissà..." ripeté lui e fece una smorfia triste, forse un sorriso amaro come di chi è stato ferito a morte dall'amore.

Senza curarsi di noi, prese a suonare ciò che lei aveva chiesto. La melodia sgorgava come acqua da fonte e riempiva la stanza, usciva per il mondo a carezzare le anime inquiete.

Certo, anche la luna sorrideva in cielo.

Mentre suonava mi guardò a lungo, pur non vedendomi, con uno sguardo vuoto, privo di curiosità, senza calore né colore alcuno.


La stessa luna indicò, qualche sera più tardi ai contadini del Leccio, il suo corpo penzoloni ad un olivo.


Certamente Giuda più di tutti amò il suo Messia.


La moglie del professore tentò di morire, tagliandosi le vene.






"Perché la luna non si vede sempre,?"

"Perché ha un disco di nuvole che l'oscura, a volte più a volte meno.

Ma forse non è di nuvole, forse è un cerchio di ferro appeso al cielo."

"E non cade?"

"Potrebbe cadere. Bisogna stare attenti."


3


Lo conobbi al Gattopardo di Castelfiorentino. Non mi piaceva andare a ballare: mi annoiava dover lottare per non esser stretta più del necessario, mi sembravano stupidi i complimenti precostruiti e le frasi prestampate che i giovanotti usavano per far colpo e mi irritavano le schermaglie che pareva necessario ingaggiare con loro.

"Come si chiama signorina?"

"Non dico il mio nome agli sconosciuti."

"Che lavoro fa?"

"Indovini..."

"Che begli occhi!"

Che noia! Così, invece di ballare, tiravo fuori un quadernetto che mi portavo appresso e scrivevo ciò che vedevo. Le amiche andavano e venivano dalla pista da ballo, io ascoltavo la musica, cercavo situazioni da studiare e tracciavo profili, mentre rispondevo di no, senza nemmeno alzare lo sguardo, a quei giovanotti che si intestardivano a volermi convincere.

Lui, invece di cercare di convincermi, si mise a sedere accanto a me e rimase in silenzio.

Così alzai lo sguardo.

Mi parlò, ma senza prodursi in complimenti stereotipati, cercando di seguire il mio gioco: mi piacque e ci ballai tutta la sera.

Cominciò a piacermi andare a ballare.

Ora ci vedevamo tutte le domeniche: di più non sarebbe stato possibile perché era di San Giovanni alla Vena, che è quasi sulla costa e da Empoli dista un bel po'.

Mi raccontava del suo paese, del suo lavoro in una fabbrichetta di ceramica, del gioco del calcio sullo spiazzo pieno di polvere e sassi dietro la chiesa e di sua madre, che lo brontolava perché tornava tardi dal lavoro, tutto polveroso per via della partita e gli chiedeva perché mai non metteva la testa a partito, ora che era lui l'uomo di casa.

Gli era morto il padre da poco.

Aveva una sorella più giovane, già fidanzata da due anni con un forestiero, che presto si sarebbe sposata, sebbene non avesse ancora diciassette anni, per non far parlare male la gente, ora che il padre non c'era più. Così presto anche lui avrebbe dovuto fare il gran passo, per dare una compagnia alla madre, che sarebbe rimasta troppo sola.

"Ma come ragioni?" gli dicevo "Non hai che vent'anni e ti vuoi sposare?"

"Ho già un lavoro, una casa e il militare non l'ho da fare. Che mi manca per sposare? Non ti piacerebbe?"

Io cercavo di immaginarmi al suo fianco, nella sua casa, con sua madre vestita a lutto e mi sentivo sgomenta. Come avrei fatto? E poi, non avevo che sedici anni, non volevo sposarmi!

Una volta ci eravamo accalorati per una storia di politica ed era venuto fuori che era fascista, figlio di fascisti e convinto lui stesso. Io ero rimasta sconcertata. Chissà come, mi ero immaginata che non potessero esistere fascisti giovani e gentili e all'inizio credetti che stesse prendendomi in giro. Ma poi mi convinsi. Ora, durante la settimana, mi ripetevo che non era assolutamente possibile, che dovevo troncare ogni rapporto con lui: come potevo sopportare di amare un fascista? Un fascista! Io?

Ma la domenica continuavo a ballare con lui. Pensavo che era diverso da me e dai miei amici, ma mi sembrava sensibile e gentile, dolce e caro. E mi piacevano i suoi baci e le sue mani attorno alla mia vita.


"Invece di andare a ballare, domenica andiamo al cinema, ti va?"

Sì che mi andava, c'era un bel film che proprio non volevo perdermi.

Andammo al cinema.

Fu un errore. Andare al cinema per me voleva dire andare a vedere un film, per lui, no.

Mi piacque che mi mettesse il braccio sulle spalle e mi prendesse la mano, mi rilassai contro di lui. Mi piacque pure che cominciasse a darmi i bacini sulla tempia e tra i capelli e mi sentii proprio sciogliere quando mi baciò, ma eravamo alla pubblicità, non era ancora arrivato il film.

Al film già ero offesa e infuriata per tutte le manovre che aveva tentato in quella mezz'oretta sul mio corpo e col mio corpo e alla fine del primo tempo liticammo di brutto: ma come si permetteva? Era un film importante quello, che attendevo da mesi, come potevamo vederlo in quelle condizioni? Lui pareva proprio non capire, ma si mise in un angolino e tacque. Così lo perdonai. E rivedemmo il film daccapo.

Arrivò il Primo Maggio.

Gli Empolesi il Primo Maggio, dopo il corteo del mattino, vanno alla villa del Terraio e là stanno insieme fino a sera, ballano, cantano, mangiano e fanno passeggiate nel bosco, così tutti gli anni.

"Andiamo anche noi a far merenda nel bosco?" chiesi.

Parve felice. Preparai la merenda, una coperta e andammo a prendere l'autobus con gli altri.

Questa volta chi si arrabbiò di più fu lui, che non riusciva a capire che ci fosse ora che non andava: film non ce n'era e non c'era nemmeno gente, dato che tutte le coppie che fino ad allora avevano mangiato vicino a noi erano scomparse tra le frasche.

Io mi sentivo arrossire e non riuscivo a credere che avesse ragione lui: mi pareva d'essere nuda perché tutti avevano visto che eravamo entrati nel folto anche se ero l'unica che non sapeva come sarebbe andata a finire.

No, io avevo detto di andare a far merenda, mica a fare l'amore e poi con tutta questa gente attorno, via, come si fa?

Fu così che tornammo a piedi sotto il sole, immusoniti: lui infuriato davanti e io dietro.

"Basta" diceva "tu sei malata nella testa, hai qualche problema, ma io non voglio diventar matto. Lo fanno tutte, l'unica è lei! Bella comunista! E poi ti avessi chiesto chissà che, t'avessi costretta, ma tu nemmeno toccarmi vuoi. E parli di emancipazione? Ma quale emancipazione! Basta, questa é l'ultima volta che mi vedi, perché tu hai qualche problema, cara mia, te lo dico io."

"Ma io ti avevo detto di andare a far merenda."

Ma era vero: non lo volevo proprio toccare, e specialmente in certi posti, anche se mi piaceva tanto stare abbracciata a lui. Piansi una settimana: mi domandai se davvero aveva ragione ed ero anormale, ma non mi sembrava di aver torto perché gli avevo proprio detto di andare a far merenda, nient'altro.

All'improvviso, un giorno che aveva la fabbrica chiusa, venne a suonare il campanello di casa.

"Hai ragione tu," disse " scusami, non ho capito. Ho sbagliato tutto. Perdonami."

Così lo perdonai di nuovo.

La domenica arrivò con una seicento bianca, certamente per impressionarmi. Volle andare al cinema. Mi mise la mano sulla spalla e mi lasciò vedere il film. Si mangiò le unghie della mano libera per tutto il tempo. Andammo al parco della Rimembranza a passeggiare con le mie amiche. Quando le riaccompagnammo a casa era buio ormai. C'era la luna e io mi sentivo sciogliere dalla felicità di stare con lui.

"Che bella luna!" disse, quando fummo soli.

"E' stupenda."

"Andiamo a vederla?" e girò per una strada che porta in campagna. Fermò la macchina vicino ad un leccio. Davanti a noi la luna splendeva quieta nel buio. In lontananza delle rane gracidavano monotone e si sentiva un odore di erba che ti scioglieva dentro un bisogno di tenerezza e di armonia.

Non voleva vedere la luna.

Questa volta mi arrabbiai veramente.

Piangevo offesa mentre lui insisteva a dire che ero la prima che trovava a quel modo. Proprio a lui dovevo capitare? Di che avevo paura? Mi avrebbe sposato, ma se non era questa la paura, che avevo? Dov'era che aveva sbagliato questa volta? Non era chiaro?"

"Che cosa era chiaro?" singhiozzavo "Tu hai detto che volevi vedere la luna, ma non la volevi mica vedere..."

"Ma è un modo di dire, dai..." e cercava di abbracciarmi.

"No," mi arrabbiavo ancora di più, respingendolo " Non è un modo di dire. Se volevi una pizza che dicevi? Andiamo a fare un giro d'Empoli?"

Sapevo di avere ragione.

Questa volta non lo perdonai e non lo vidi più.





"Nonna, ma chi c'è sulla luna?"

"C'è una donna che cammina col suo fardello di tristezze alla ricerca del perduto amore."

"La vedo anch'io, cammina curva. "

"E' pesante il suo fardello e lei non lo lascia mai."

"Mi sembra che pianga."

"E' sola, perché ama invano. Ma a volte si ricorda di noi che ancora speriamo e sorride.

Allora mostra solo la faccia e sorride per nasconderci la fatica di esistere."


4


In quel caldo pomeriggio dell'estate moscovita mi sentivo al limite della sopportazione e mentalmente maledicevo la mia stupidità. La guida non accennava a smettere di narrarci l'eroismo di quei poveri servi della gleba che avevano costruito legno su legno, piastrella su piastrella la meravigliosa villa che stavamo visitando. Avevo avuto la malaugurata idea di porle una domanda e lei, che aveva arguito in me chissà quale sensibilità artistica, ora mi si rivolgeva, costringendomi ad un'attenzione superiore alle mie forze e tormentandomi con riferimenti culturali all'architettura della mia terra che io non avevo mai preso in considerazione e tanto meno dal punto di vista della storia della lotta di classe.

Mentre cercavo come uscire da quella situazione senza offendere nessuno, incontrai un paio d'occhi che mi guardavano ironici e divertiti.

Non avevo mai visto occhi così: in un campo verde nuotavano mille pagliuzze d'oro.

Anna era una ragazza del mio gruppo di studio che però faceva sempre un po' parte a sé: veniva a lezione all'Università, negli intervalli andava a stiparsi nelle baracchette per il fumo e poi spariva, senza dare confidenza a nessuno. Era un caso che quel giorno fosse venuta con noi. Se la cavava bene con il russo, ma Larisa Costantinovna, la nostra insegnante, spesso si inquietava con lei perché non era sollecita con i compiti e a volte si distraeva in classe. Allora lei faceva una smorfia buffa, di bambina presa in fallo e la professoressa si metteva le mani nei capelli e ci chiedeva ridendo cosa avrebbe dovuto farne di una così.

Le rispondevamo di regalarla a Natascia Dimitrovna, con cui lottavano sempre per gli allievi migliori. Allora la donna si mostrava sdegnata e rispondeva con un tragico 'mai'.

E tutti ridevamo compiacenti.


"Sei un po' incastrata?" mi chiese maliziosa. "Sto soffocando, non resisto più!"

"Firenze," mi chiamava la guida "hai visto lo splendore di questo pavimento? Ci sono voluti..."

"...diecimila stracci per pulirlo..." mi sussurrava la ragazza

"diecimila servi per fabbricarlo e viene rammentato solo ...."

"... il pagliaccetto..."

" l'architetto!"

Io, seria, compita, annuivo e intanto seguivo le mosse della ragazza.

"Conosci la storia?"

"Déja vu, l'anno passato."

"E allora, perché sei tornata?"

"Per questo."

Dietro al gruppo cominciò a pattinare, scivolando sulle pianelle che ci avevano costretto ad infilare per non rovinare il parquet. Volteggiava leggera come sul ghiaccio, sollevando le braccia, piroettando, retrocedendo, zigzagando, facendo salti e giravolte con una serietà e con una leggerezza da professionista. La guida continuava a chiamarmi e lei a danzare, come di fronte ad un pubblico.

Il risultato era esilarante e io non riuscivo a trattenere il riso.

La guida parlava degli sfarzi dei proprietari di un tempo, della fatica e della bravura dei loro servi, dei meravigliosi balli che si erano tenuti in quei saloni ma non si accorgeva di questa incredibile danza che avveniva ora, proprio sotto i suoi occhi. Non riusciva a vedere. Paradossalmente, nemmeno gli altri parevano accorgersi di quello che stava facendo Anna appena dietro di loro.

Dalla prima vetrata che trovammo aperta, tagliando per il giardino e correndo a perdifiato come se qualcuno ci inseguisse davvero, fuggimmo, felici di esserci incontrate.

Alla fine di quella lunga corsa, ci gettammo sfinite sotto un albero lungo la strada e demmo sfogo a tutte le risa che avevamo dentro, scandalizzando i passanti, che si fermavano a rimproverarci: "Non sta bene sedersi per terra! Forse non siete delle ragazze per bene? Volete che gli altri pensino male di voi? Su, da brave, in piedi."

E noi ridevamo senza saperci difendere né alzare.

"Che si fa?"

"Andiamo a zonzo, ormai è fatta."

Mi trascinò nella vecchia Mosca, in posti che non avrei mai immaginato. Assaggiammo cose strane vendute per le strade da venditori delle repubbliche asiatiche e parlammo con personaggi pazzeschi.

Pareva non aver paura di niente e conosceva tutti. La sera decidemmo di festeggiare il nostro incontro. Andammo a cena al Moskva. Dopo tanti giorni di mensa, fu meraviglioso mangiare sotto splendidi lampadari swarovskij, crema di funghi e filetto al sangue e dalla finestra vedere la gente che passeggiava tranquilla, ora attraversando la strada per andare all'adiacente piazza Rossa, ora soffermandosi davanti al museo di Lienin. Tornammo a mezzanotte, parlando fitto fitto. La luna illuminava via Butlierova e i nostri passi rintronavano sul selciato.

"Guarda," dissi allegra "sotto gli alberi c'è Pedro." Lo spagnolo ci stava venendo incontro col suo bastone bianco da cieco.

"Non dirgli che sono con te, ti prego," fece lei " digli che sei sola."

"Come faccio a fargli una cosa simile, poveretto!"

"Ti prego, non voglio parlargli."

Ormai l'avevamo raggiunto ma lei, camminando sull'aiuola per non fargli sentire il rumore dei suoi passi, era rimasta un po' indietro, sotto l'ombra degli alberi e nemmeno io la distinguevo quasi più.

Al mio saluto Pedro mi chiese solo se Anna era con me.

"Anna chi?" feci io, vigliacca, sperando di cavarmela a buon mercato.

Ma lui non si fece prendere in giro: "Anna, smetti di nasconderti, so che ci sei. Devo parlarti."

"Non ci parlo con te, amigo."

"Vieni qui, vieni qui." e la cercava con le mani che annaspavano nell'aria, procedendo verso di lei. Lei scappava e lo superò facilmente.

Quando la raggiunsi, pareva allegra.

"Ma perché hai fatto così?" le chiesi "non potevamo salutarlo e proseguire?"

"Non parlo con le carogne."


I pugliesi avevano organizzato una spaghettata nella cucina del nostro piano. Rimasi con loro e Anna andò a dormire, perché era stanca, disse.

Era poco dopo l'una quando sentimmo battere alla porta. Nessuno rispose al nostro invito ad entrare. Pensammo ad uno scherzo sotto il tavolo di qualcuno di noi che ce l'aveva col paranormale, ci accusammo per un po' a vicenda, poi riprendemmo a parlare. Bussarono di nuovo. Forse stavamo facendo troppa confusione e qualcuno stava protestando? Aprimmo la porta, ma non riuscimmo a vedere nessuno. Ancora una volta credemmo di avere tra noi qualcuno proprio spiritoso. La terza volta che si sentì bussare, Antonio, che era rimasto in piedi, invece di rispondere, si gettò sulla porta e l'aprì di botto. Allora la vide: addossata alla parete, una figura avvolta in un lenzuolo cercava scampo nel buio. Era uno scherzo, ma gelava il sangue.

"State lontani, sono uno spettro, sono uno spettro!"

"Dagli allo fantasma!" urlavano i ragazzi divertiti "Vediamo chi si nasconde sotto il lenzuolo."

"No, no, state lontani dallo spettro, state tutti lontani." Ora la figura avvolta nel lenzuolo saltava da una parete all'altra per tutto il corridoio, sbattendo contro le porte chiuse, urlando con voce roca: "Non si tocca lo spettro impunemente, se avete coraggio lottate, ma non mi avrete mai, mai, mai più."

Ridendo i ragazzi tentavano di ingaggiare una lotta per accaparrarsi il lenzuolo, ma lo spettro reagiva furioso e lottava realmente, con calci e pugni, costringendoli ad allontanarsi, perplessi e doloranti. Ci guardavamo tra di noi mentre lo spettro continuava ad urlare e a saltare sbattendo ora su una, ora sull'altra parete.

Le porte delle camere si erano intanto aperte tutte e anche Diego uscì dalla sua stanza chiedendo che c'era. Allora lo spettro urlò più forte: "Amigo, amigo, vieni ora a prendermi, provaci ora, Pedro! Non fare il vigliacco, prendimi, prendimi alla pari. Nel buio tu, nel buio io. Almeno una volta nella tua vita, fa' qualcosa alla pari. Pedro, amigo, vieni qui."

Pedro, bianco in volto, richiuse la porta.

"Ho capito chi è." fece Antonio "E' Anna."

"Non è possibile che abbia tutta quella forza."

"E' fatta. Deve aver preso qualcosa di davvero pesante, ma è lei, so quel che dico."

"Se non la facciamo smettere e la sente il sorvegliante, quello è capace di chiamare la polizia e allora saranno guai per tutti."

"Parlale tu," mi dissero "forse ti ascolta."

"Ti prego calmati, ora devi calmarti." le sussurrai.

E lei si fermò. "Vattene," profferì "vattene."

"No, non voglio andarmene. Voglio che ti calmi. Non farmi del male se mi avvicino." tremavo di paura.

"Non voglio farti del male, ma un fantasma non sa cos'è il male e cos'è il bene perché non ha più carne. Loro vogliono togliermi il lenzuolo. Ma non c'è niente sotto e io svanirò. Sono solo il lenzuolo, capisci?"

"Nessuno te lo toglierà allora, ma calmati, dobbiamo andare tutti a dormire, è tardi."

Si mise a piangere come una bambina.

"Via, via, manda via tutti. Loro vogliono strapparmi il lenzuolo anche se dicono di no."

Gli altri capirono e se ne andarono. Rimanemmo sole nel corridoio ormai buio.

Era seduta per terra, mentre io stavo in piedi, vicino alla porta della cucina ancora illuminata.

"Andiamo a letto. Vieni che ti accompagno."

"Non posso dormire, mai più."

Ma alla fine si alzò barcollando e si lasciò guidare, anche se con circospezione. Non osavo toccarla e avevo il terrore che ricominciasse a urlare.

Entrammo nella sua camera. Dalle tende aperte la luna inondava col suo chiarore la stanza tutta sottosopra.

"Vai a letto, ora. Starò qui fino a che non dormirai e nessuno ti farà del male. Veglierò io per te."

Lei si sedette sul letto e rimase in silenzio. Poi cominciò a dondolarsi e a lamentarsi, infine prese a singhiozzare e tra le lacrime mi si rivolgeva, convinta che fossi sua madre.

"Mamma, i fantasmi non dormono, lo sai. I fantasmi vagano nella notte senza pace. Come posso dormire io, mamma? Mamma, non fingere di non sapere. Almeno una volta nella vita, fermati ad ascoltare, smetti di fingere che tutto va bene. Niente va bene. C'era la luna e la stanza era come questa. Perché mi costrinse con la forza? Mamma, rispondi! Lo amavo e proprio mentre mi mettevo tutta nelle sue mani mi schiacciò sul pavimento e col bastone da cieco mi tenne le braccia, senza curarsi delle mie lacrime. Che mostro hai generato, mamma? Non smisi di amarlo per questo. E per tutta un'estate tornai da lui, piangendo la mia disgrazia e godendo tra le sue braccia. Sapevo scusarlo, sapevo trovare mille scuse alla sua violenza, ma nemmeno una per me.

Capisci, mamma, non sono riuscita a scusare me. Ora però sono diventata un fantasma e i fantasmi non amano né sono amati, mai più. Pedro, non mi avrà più. Mamma, mamma, perché non rispondi? "

Io ero scivolata per terra e piano, senza farmi sentire, piangevo.

Allora si sdraiò sul letto, ancora avvolta nel suo lenzuolo e tra i singhiozzi chiamava ancora Pedro, con la disperazione di un'innamorata senza speranza.

Era l'alba quando si addormentò.

Uscii dalla stanza.

Non le tolsi il lenzuolo, temendo che scomparisse davvero.


ELVI MORCHI

10 gennaio 1998





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