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La mia Somalia, orfana del suo presente

Condannato a morte dal regime di Siad Barre per la sua tenace opposizione, da molto tempo esule dalla Somalia, Nuruddin Farah, una delle voci più straordinarie della letteratura africana d'oggi, ha sfiorato nel 2002 il Premio Nobel. Cosmopolita per formazione, scrittore raffinato, cantore dei miti e dei sentimenti del suo popolo, accompagna al gusto del racconto fantastico l'impegno civile e politico per il riscatto della Somalia, un Paese sbranato dai signori della guerra e dimenticato dall'Occidente. Pubblicato in Italia da Frassinelli che ha chiuso con “Mappe”, la trilogia formata da “Doni” e “Segreti”, in attesa di pubblicare il nuovo romanzo “Links”, un affresco sulla guerra civile, Farah ha anche firmato “Rifugiati”, dossier sui somali della diaspora, il cui titolo originale non a caso è “Yesterday, Tomorrow

Davvero quello somalo è un popolo senza speranza, costretto a cercare la salvezza in Italia e in Europa, e soprattutto un popolo senza presente?

Sì, la parola oggi per gran parte dei somali è impronunciabile perché quel che resta del Paese è nelle mani degli stessi capi-clan di ieri. Le persone di domani sono ragazzi, bambini, adolescenti che oggi portano le armi e comandano per le strade delle città somale al servizio dei signori della guerra. L'oggi manca anche perché la maggior parte dei somali che hanno potuto farlo sono ormai andati via, molti a morire nelle acque del Mediterraneo.

E chi è sopravvissuto sogna sempre di poter tornare.

Sì, io ho intervistato 350 somali che vivono in Kenya, Etiopia, Gran Bretagna, Italia, Svizzera, Svezia, Canada e Stati Uniti. Essi non desiderano parlare dell'oggi perché hanno perso certezze e identità e preferiscono aspettare che si accenda la luce del ritorno.

Farah, lei racconta di un popolo in fuga e ne descrive il dolore attraverso la memoria e la dignità dei sentimenti; si può dire che fa rivivere nei libri la sua patria?

Io non vivo più in Somalia da oltre vent'anni; ho insegnato in Gran Bretagna e negli Usa, in Italia e in altri Paesi africani ed oggi abito a Città del Capo, ma è solo la Somalia a darmi ispirazione, ad alimentare la mia ansia di raccontare. Penso e scrivo sulla Somalia da Somalo.

Quando ha cominciato?

Già a setto-otto anni leggevo ma in arabo o in inglese. Ne “Le mille e una notte” c'era un principe di nome Nuruddin. Allora ritagliavo il nome, lo incollavo sui miei quaderni e dicevo ecco questo è il mio nome di somalo. Perché la nostra lingua veniva parlata, ma non scritta. Così ho pensato che in futuro avrei voluto scrivere in somalo.

Anche il suo ultimo romanzo “Mappe” è una metafora dello sfruttamento coloniale, dell'imbarazzante lascito italiano, e della violenza degli ultimi anni: mappe scritte con il sangue sui corpi e nell'anima.

Ed è anche la storia delle nostre frontiere dell'anima. Nella narrativa africana come in quella ispano-americana i vivi e i morti coabitano convivendo con la memoria.

Per l'Europa la Somalia d'oggi sembra quasi risolversi in una sola parola – infibulazione – e in un interrogativo: come affrontare il problema in una società che a parole rifiuta la violenza sulla donna.

E infatti io sono contrario all'infibulazione. E' una barbarie. Ho una figlia di dieci anni, non sarà infibulata. Chi impone questa crudeltà dovrebbe andare in carcere.

Intervista di Sergio Buonadonna – IL SECOLO XIX – 25/03/2004

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