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Se l'Africa è in cattiva salute, il suo cinema sta benino

L'Africa di oggi, quella vera, complessa, vista attraverso il cinema del continente stesso. Milano ha da poco ospitato il quattordicesimo Festival del cinema africano, d'Asia e America Latina, che ha confermato pregi e incertezze delle cinematografie di questi territori. Nel concorso dei lungometraggi ha vinto Mille mois (Mille mesi), sorta di versione maghrebina di Papà è in viaggio d'affari di Emir Kusturica, del cineasta marocchino Faozi Bensaidi, già collaboratore di André Techiné per Loin, già premiato in passato a Cannes e Venezia. Potrebbe quasi semrare una vittoria annunciata, come a volte accade quando si parla di festival internazionali di cinema. Ma la verità, della vita e del cinema, è sempre più complessa. Come insegnano anche i romanzi di uno dei giurati del concorso lungometraggi: Nurrudin Farah. Nato in Somalia, esule in Italia dal 1976 al 1979, ora insegna letteratura in varie università, anche europee e americane, e vive a Città del Capo. Nel nostro Paese sono stati pubblicati i romanzi della prima trilogia (Chiuditi Sesamo, Latte agrodolce, Sardine per le Edizioni Lavoro), della seconda trilogia edita da Frassinelli, Doni (premio Mondello 2001), Segreti, Mappe, e il saggio Rifugiati, edito da Molteni. Del festival Farah dice: “Su 11 film in concorso almeno otto-nove mi hanno colpito e questo vuol dire che nel complesso la qualità era ottima.. In più, la manifestazione ha allargato gli orizzonti all'Asia e all'America Latina. Una scelta che ha implicato uno sguardo diverso, più ampio.

L'elemento narrativo che più l'ha colpita nei film in concorso?

La freschezza. Ma ogni film raccontava una storia che faceva parte della realtà, personale e collettiva, del paese d'origine.

Che ruolo hanno il cinema e la cultura in Africa?

Non è possibile dare una risposta. Le realtà sono troppo diverse. A Mogadiscio il problema principale è la sopravvivenza, non la cultura. A Città del Capo c'è molta più offerta e una condizione di vita più privilegiata. Per capire l'Africa bisogna immaginare due persone: una può scegliere un men§ che va dall'antipasto al caffè, l'altra soltanto un piatto di patate.

Una realtà precaria. Ma non si può sempre vivere in condizioni di emergenza.

E' la storia del mondo che disegna sempre delle curve. Dopo la Seconda guerra mondiale era l'Europa che viveva una condizione di depressione. Ora è l'Africa ad aver toccato il fondo. Nel futuro non può che risalire. Peccato che la memoria del mondo sia sempre troppo corta. Ad esempio su migrazioni ed immigrazioni. Quando nel secolo scorso 36 milioni d'italiani andavano in altri paesi per cercare una speranza, il governo li aiutava. Invece, quando adesso un africano emigra in Italia per cercare una speranza, lo si guarda con preoccupazione.

La situazione attuale è anche effetto del colonialismo?

Non parlerei tanto di colonialismo. L'Africa ha avuto 40-50 anni per guardarsi in faccia. Ma gli africani non hanno avuto fiducia in se stessi. E l'arrivo della democrazia è stato giocato male. Di questo do colpa agli africani, a partire da me stesso.

Perché la democrazia è fallita in Africa?

Perché in una famiglia un figlio diventa bravo e l'altro no? La sociologia potrebbe dare molte risposte. Io prendo atto della situazione e dico che c'è molto lavoro da fare.

Lei ha scritto che la democrazia inizia nella parità dei rapporti tra uomo e donna.

La democrazia comincia dalla casa, dove non può regnare l'autoritarismo. In alcuni campi profughi, ho visto nutrire il figlio maschio e non la femmina. Questo è un ritardo mentale. Nella mia esperienza ho imparato che le donne sono più intelligenti, più pronte a fronteggiare l'emergenza. Personalmente ho scelto la democrazia familiare: di tanto in tanto c'è caos, discussioni. Ma per convinzione, sono nutrito dal dubbio: mi chiedo sempre se c'è qualcuno che sa risolvere le cose meglio di me. Solo George Bush può credere che la democrazia possa essere imposta con la forza. Con la forza si impone solo la tirannia. Ma il vero problema è un altro.

Cioè?

Non è la democrazia l'elemento principale per riequilibrare il mondo, per evitare che continui ad esserci un Nord ricco e un Sud povero. Per combattere il disequilibrio sono essenziali tre elementi: un mercato equo e solidale, nel quale i paesi poveri possano guadagnare il giusto, la lotta al razzismo e la possibilità di muoversi liberamente. Invece i paesi poveri sono stati costretti a vivere in una situazione coatta. E i grandi continenti sono diventati delle prigioni.

Intervista di Bruno Vecchi – L'UNITA' – 07/04/2004

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