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Follett: “Twin Towers? Oltre l'immaginazione i nostri non arrivarono...”

Quando è nato il thriller? Ken Follett, maestro del genere, individua la data precisa nel 1903, l'anno in cui uscì The riddle of the sands dell'oggi dimenticato Erskine Children, il primo scrittore a proporre un mix di paura e intreccio spionistico (troppo poco pauroso il “grande gioco” dello spionaggio nel di poco antecedente Kim di Rudyard Kipling). [...]


Nel 1903 il novecento, con le sue guerre mondiali, era ancora tutto di là da venire. Oggi, che abbiamo imparato a trasportare i massacri da fronti e trincee in mezzo alle popolazioni civili, abbiamo inventato il terrorismo e, scomparso L'Impero del Male, abbiamo ideato la guerra preventiva, un thriller plausibile con quali ingredienti si confeziona? Crichton si è servito nel suo ultimo romanzo della potenzialità insidiosa delle nanotecnologie. Le Carré ha messo in scena il demone delle multinazionali farmaceutiche. Nel Bianco, il nuovo libro di Follett usa l'arma del virus: una variante dell'Ebola che fuoriesce dal blindatissimo laboratorio, in Scozia, dove se ne sta studiando il possibile antidoto. E se il contesto iniziale è tranquillizzante – vigilia di natale, la neve, una casa vittoriana – questo, ci spiega Follett, “è tipico del mio stile: i miei personaggi hanno sempre una famigli, dei genitori, un coniuge, dei figli. Il lettore così crede alla loro verità e la suspense, quando arriva il pericolo, arriva al diapason”. Capelli candidi, pelle rosea, abbigliato con il suo consueto look di altri tempi (completo blu, scarpe lucidissime, due anelli d'oro, luccicanti gemelli turchi che, spiega, sono un regalo dell'amica Erica Jong) Ken Follett è un professionista dell'intervista: non ne potrà più di essere recluso con l'interprete in questo stanzino d'albergo, ma è soavemente gentile.


Per uno scrittore che usa, come lei, la paura come uno degli ingredienti delle sue trame, il fatto che il Terrore sia diventato la parola d'ordine sulle prime pagine dei giornali costituisce un problema?

Il clima che viviamo mi influenza, certo. Lo dimostra anche in modo lampante questo nuovo libro. Tra gli anni Cinquanta e i primi Ottanta non c'era scrittore di spy-story che non utilizzasse lo scenario della Guerra Fredda. Ma, personalmente, oltre la cronaca è anche la storia in senso più ampio a far suonare dentro di me la corda narrativa.


Lei ha cominciato come giornalista. Oggi chi lavora nel campo si chiede se il ruolo dei media sia davvero informare o se sia diventato quello di amplificare le paure della gente comune. E “Nel bianco” ci offre un ritratto di giornalista, il reporter della tv locale, come manipolatore che nel brivido inzuppa il pane...


Ci sono giornalisti bravi e giornalisti pessimi. Ho cercato di mostrare l'intera fauna, nel romanzo. Ma certo quella figura in particolare mi è servita a far crescere il senso di assedio che provano i responsabili del laboratorio, l'Oxenford Medical: oltre a fare i conti con il pericolo vero, devono preoccuparsi anche della manipolazione dell'opinione pubblica.


Un letto di leoni”, il suo romanzo uscito in Italia nel 1985, era ambientato nell'Afghanistan dell'invasione sovietica. Questo l'ha aiutata, in questi tre anni, a capire qualcosa di più degli altri su Al Qaeda e sull'11 settembre?


No, il crollo delle Twin Towers è stato un avvenimento troppo grottesco per l'immaginazione di un romanziere. Un romanziere non avrebbe scritto una trama del genere. Perché chi maneggia il thriller sa che dove c'è il pericolo deve apparire in scena anche il mezzo per affrontarlo. Ora il peggio è avvenuto, è realtà. L'immaginazione non ha più spazio, quella è terra bruciata. Negli ultimi dieci anni prima del 2001 erano stati scritti romanzi a decine con terroristi che prendevano in ostaggio i passeggeri di un aereo. Ma, in tutti, entrava in scena l'agente dell'Fbi o della Cia che mediava per la trattativa. Credo che per molti anni a venire di romanzi così non ne verranno più scritti.


Qual è l'immagine personale che connette con quelle ore di tre anni fa?


Ero in ascensore del ministero dell'istruzione, a Londra, diretto a fare attività di lobbyng sul ministro, per l'associazione per la dislessia della quale sono presidente. Un'assistente del ministro mi comunicò: “sono caduti due aerei sulle Torri di New York”. Io pensai immediatamente: “Uno è una sciagura, due sono un attentato”.


Sua moglie Barbara è alla Camera dei Comuni come deputata laburista. Lei era d'accordo con l'intervento in Iraq? E, se sì, lo è ancora?


All'epoca ne abbiamo parlato per giorni: Barbara doveva decidere come votare. Ha votato sì e io, a grandi linee, ero d'accordo: Saddam Hussein era un dittatore di un regime fascista che aveva ucciso centomila oppositori, in maggioranza della stessa maggioranza etnica. La penso tuttora così. Anche se i risultati della guerra non sono quelli sperati. E la media delle persone, nel Regno Unito, è in collera perché ha ricevuto informazioni sbagliate sull'esistenza, in Iraq, delle armi di distruzione di massa.


Intervista di Maria Serena Palieri – L'UNITA' – 11/09/2004




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