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Fidel e le mutande di Ava Gardner

Leonardo Padura Fuentes a 47 è uno degli scrittori cubani più conosciuti nel mondo. Nei suoi romanzi usa la chiave del genere poliziesco per raccontare la Cuba di oggi. Un'isola in cui il socialismo fa a pugni con una corruzione dilagante e uno scenario di prostituzione. E' in Italia per presentare la sua ultima opera: Addio Hemingway (Marco Tropea, pp.192, € 13) in cui Mario Conde, l'ormai ex tenente della polizia cubana protagonista di altre quattro avventura (Maschere, Paesaggio d'autunno, Passato remoto, Venti di quaresima, tutti editi da Tropea) si trova alle prese con l'omicidio di un agente del Fbi perpetrato nel 1958 alla Finca Vigia, la mitica residenza habanera di Hemingway. Ed è proprio su Hemingway che si incentrano i postumi sospetti degli investigatori.

Scrivere un romanzo che ruota attorno ad Hemingway non è impresa da poco. Com'è nata?

Dalla necessità di fare i conti con uno degli scrittori più importanti del mio passato. Non volevo farlo attraverso la forma del saggio e così ho approfittato di Mario Conde per chiarirmi le radici dell'amore e dell'odio che da sempre nutro verso lo scrittore e il personaggio Hemingway.

Comunque una sfida, ingigantita dalla scelta di fare dell'autore di “Il vecchio e il mare”, uno dei personaggi del romanzo.

Certamente. Da una parte mi interessava affrontare un problema di stile: là dove appare Hemingway mi sono sforzato di adottare il suo linguaggio, il suo ritmo , le sue immagini. Dall'altra volevo darne un ritratto lontano dall'iconografia eroica che lui stesso aveva contribuito a costruire. Il mio Hemingway è un uomo infermo, quasi vinto, che non riesce più a scrivere.

Il romanzo conduce il lettore nelle stanze della “Finca Vigia”, ora museo. E fra i “ricordi hemingwayani” più curiosi ci sono anche delle mutande di pizzo nero appartenute ad Ava Gardner. Esistono davvero?

No. E' una delle poche licenze storiche che mi sono concesso in quella casa. Il fatto è che l'immagine di Ava Gardner che nuota nuda nella piscina della Finca è uno dei miti che, a Cuba, si sono perpetrati per generazioni. Quelle mutande di pizzo nero sono l'immagine stessa del desiderio.

Contrariamente ai suoi romanzi precedenti, in questo l'Avana è poco presente. Ma questa presenza è affidata a un'immagine potente ed enigmatica. Quella di una città “smisurata e profonda che si ostinava a vivere di spalle al mare”.

L'Avana ha una proiezione fisica verso il mare ma ne è spiritualmente lontana. La vita del cubano si svolge sulla terra, la stessa gastronomia quasi si disinteressa dei prodotti del mare. La stessa letteratura cubana storicamente si è interessata poco al tema del mare. Di fatto, lo stretto della Florida per i cubani è un confine, rappresenta la distanza di un sogno.

Tutto questo ha molto a che fare con un elemento ricorrente nei suoi romanzi: quello dell'esilio...

L'esilio è una presenza costante nella storia di Cuba. Negli ultimi dieci anni, è una realtà nella vita di molte persone. Andare via, lasciare la Isla è, allo stesso tempo, fonte di dolore e di speranza. Chi scappa lo fa sull'onda del “disincantato, delle delusione: quella che è cresciuta nel mito della rivoluzione e che ora deve fare i conti con una realtà fatta di corruzione e prostituzione.

Quale sarà il futuro di Cuba nel dopo Castro?

Questa è una domanda da cinquantamila pesos. Certo è che non c'è alcuna figura in grado di sostituire Fedel, nessuno con il suo carisma travolgente. C'è chi dice che il socialismo sopravviverà comunque. Per me resta un punto interrogativo.

Eppure lei vive all'Avana...

Certo e non c'è altro posto dove vorrei vivere. Vivere all'Avana per uno scrittore è un privilegio. Pochi altri posti al mondo hanno da offrire un simile concentrato di storie, personaggi, luci, colori, musica e tradizioni. Eppoi, io l'Avana la amo. Profondamente.

Intervista di Andrea Casazza – IL SECOLO XIX – 24/10/2002

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