BIBLIOTECA | | EDICOLA | | TEATRO | | CINEMA | | IL MUSEO | | Il BAR DI MOE | | LA CASA DELLA MUSICA | | LA STANZA DELLE MANIFESTAZIONI | | | NOSTRI LUOGHI | | ARSENALE | | L'OSTERIA | | LA GATTERIA | | IL PORTO DEI RAGAZZI |

BIBLIOTECA

Il mistero di Cuba

Leonardo Padura Fuentes, nato all’Avana, classe 1955 - un uomo serio e paziente nell’affrontare le interviste - si è fatto fin qui amare dai suoi lettori italiani per il ciclo poliziesco Le quattro stagioni, protagonista il tenente Mario Conde. Figura che torna anche in Addio Hemingway, romanzo che esplora la vera e propria religione che si coltiva a Cuba per l’autore di Addio alle armi. Dopo aver usato il genere poliziesco come strumento indiretto di critica sociale, con il nuovo libro Il romanzo della mia vita (in uscita in Italia per Marco Tropea Editore, pagg. 375. euro 17,50) Fuentes affronta la sua opera più ambiziosa: una narrazione - morbida e aspra, seducente e impietosa - che alterna piani temporali e stili di scrittura diversi, e che esplora una storia a doppi, tripli fondi.

Fernando Terry, esule da Cuba per motivi politici - lui è convinto di essere stato tradito da uno dei suoi amici - vi torna dopo diciott’anni perché sembra sia stato ritrovato un manoscritto autobiografico del poeta cui ha dedicato tutti i suoi studi, José Maria Heredia. La storia del suo ritorno - nell’Avana di oggi ritrova i goliardici compagni di un tempo, ormai invecchiati: uno di loro è il traditore? - s’intreccia con la vicenda di Heredia, padre di tutti i poeti cubani. E, insieme, con quella di José de Jesùs Heredia, figlio del poeta, e custode del manoscritto negli anni Venti.

Questo nuovo romanzo ha un’architettura molto più complessa dei suoi precedenti: si svolge in tre epoche diverse, nella Cuba dell’Ottocento, della prima metà del Novecento e in quella d’oggi, mentre la voce narrante alterna la prima e la terza persona. Perché ha scelto una struttura così impegnativa?

Volevo che questo romanzo funzionasse come una grande passeggiata dentro duecento anni di storia cubana, cioè dentro i due secoli che hanno visto nascere una Cuba culturalmente indipendente. José Maria Heredia è stato il nostro primo grande poeta, colui che ha fondato il sentimento cubano. Se avessi scritto solo il romanzo della sua vita, sarebbe stato letto come un romanzo storico, invece volevo dialogare con la contemporaneità. Perciò ho intrecciato i tre piani temporali: la storia di Heredia, quella delle sue carte perdute negli anni Venti e quella dell’esule, studioso della sua opera, che torna all’Avana per cercarle. Da un punto di vista stilistico, poi, la diversità di voci è nata dall’esigenza di rendere credibile la storia di Heredia: per questo ho deciso di scriverla in prima persona, con uno stile che ricalca quello del nostro Romanticismo, usando giri di frasi ed espressioni proprie del primo Ottocento; mentre la vicenda che si svolge nel secolo successivo, quella delle carte perdute, fa entrare il lettore nel mondo delle logge massoniche, quindi ho usato la barocca retorica documentale propria di quegli ambienti; dell’oggi ho scritto invece con stile più diretto, benché un po’ ricercato, visto che i personaggi sono un gruppo di artisti e scrittori.

C’è voluta audacia per identificarsi col più grande poeta del suo paese?

Più che un atto di coraggio è stato un atto di giustizia. Heredia è un artista grande, ma le contingenze storiche e politiche l’hanno condannato a una fama solo postuma. E c’è un elemento in più, che mi disturba: non è stato proclamato poeta nazionale, benché sia stato lui a fondare la nostra poesia. Gli si è preferito Nicolas Guillen, perché comunista e cantore della Rivoluzione. D’altronde la biografia di Heredia è romanzesca di per sé, drammatica, piena di peripezie e disgrazie: nel libro c’è quella sua frase, che poi torna nel titolo, ”Quando finirà il romanzo della mia vita e comincerà la mia realtà?”.

Coprotagonista è, appunto, la vostra massoneria. In Italia la massoneria può apparire come un reperto ormai inspiegabile e datato dell’epoca delle società segrete risorgimentali. O, da una ventina d’anni, nelle sue forme deviate, come una presenza che condiziona torbidamente la nostra vita politica. Cos’è la massoneria per Cuba?

In America, sia al Nord che al Sud, la massoneria è stata strettamente legata all’ideale dell’indipendenza. In America Latina, e a Cuba in particolare, la triade ideale libertà-uguaglianza-fraternità è rimasta nella sua purezza, durante il diciottesimo e il diciannovesimo secolo. Per renderle chiaro che peso abbia avuto nel nostro continente, sa che Salvador Allende era massone, e al livello più alto, il trentatreesimo? Nella nostra isola c’è stato un momento in cui la massoneria ha avuto un rapporto stretto con la politica, ma poi si è data finalità soprattutto sociali ed etiche. Negli anni della rivoluzione è stata emarginata, come la chiesa, perché erano organizzazioni ai margini del potere politico. I massoni, però, hanno resistito e mantenuto in vita il loro pensiero, che, in realtà, è un ideale socialista. Negli ultimi anni la situazione è migliorata: molti giovani istruiti, professionisti, architetti, ingegneri, medici, si sono iscritti.

Lei è massone?

No. Mio padre sì. Nel romanzo ho voluto riflettere lo spirito essenziale delle nostre logge, come luogo chiuso che ha mantenuto un ideale etico e territorio dove è maturato l’indipendentismo. Benché non appartenga a una loggia, io sono cresciuto tra loro, mio padre e i suoi compagni. E so che hanno saputo insegnarmi cosa significa essere uomo e come un uomo deve comportarsi da un punto di vista sociale.

La massoneria, nel fondo, è castrista o anticastrista?

Se si fosse dichiarata anticastrista sarebbe scomparsa. Quindi, si è tenuta fuori.

Benché lei alluda al fatto che esistono logge femminili, la massoneria è nata come società separatista al maschile. E il mondo di Cuba che lei descrive, dall’Ottocento a oggi, è, non solo sotto quest’aspetto, incredibilmente maschilista: col suo mito del bordello, ieri, negli anni più recenti visto attraverso questo gruppo di personaggi, un cenacolo di scrittori moschettieri, rodomonti. Vero è che lo stesso lider maximo è la più maschile delle icone rimaste sul pianeta. Come se la passano le donne nella vostra isola?

Sì, la nostra società è maschilista, ma non perché noi siamo uomini di Cromagnon. Sul piano dei diritti, anzi, da noi c’è un parità completa. Leggo che in Spagna, a uguaglianza di ruolo, le donne guadagnano il 25% meno degli uomini...

Anche in Italia.

Da noi questo non è possibile. Ma poi c’è la tradizione. Cuba è un paese di origine spagnola, da lì arriva il maschilismo. È un paese dove gli schiavi neri valevano solo per la loro forza-lavoro e un uomo contava per cinque donne. Dove una donna schiava aveva il solo compito di mettere al mondo bambini che sarebbero diventati nuovi schiavi. È un paese che unisce due tradizioni religiose, quella giudaico-cristiana e quella afro-cubana, che entrambe interdicono il sacerdozio alle donne. È un paese in cui l’educazione familiare prevede che la bambina sia protetta e il bambino abbia privilegi e libertà. Tutto, però, cambia a velocità supersonica: all’università le studentesse sono il 7-8% in più dei ragazzi e più del 60% dei ricercatori scientifici, soprattutto nel campo delle biotecnologie, sono di sesso femminile. E, siccome a cambiare sono per prime le ragazze, il maschilismo è destinato a tramontare, visto che sono anzitutto le madri che lo trasmettono.

Il tema dell’esilio torna nei suoi romanzi. Qui, poi, è una condizione e una malattia di tutti i personaggi principali nel corso dei 200 anni del racconto. Essere cubano e sentirsi esule coincidono?

La storia cubana comincia all’epoca di Heredia. Prima eravamo una colonia spagnola. Tutti i nostri grandi artisti hanno studiato da esuli. Heredia è il creatore del sentimento della “nostalgia” di Cuba. Nel ventesimo secolo la tradizione continua, con meno intensità. Ma dal 1959 (la nascita della Repubblica popolare, ndr) salgono di nuovo i numeri: si fugge dall’isola per motivi politici, ma i più lo fanno per motivi economici. L’esilio è una ferita nel costato della nazione cubana. Più di due milioni di cubani, cioè il venti per cento della popolazione, vive altrove. Ci sono storie familiari terribili, di nostalgia, separazione, di consapevolezza che tornare è impossibile.

Il romanzo della mia vita è un’opera durissima nel criticare la repressione delle libertà individuali e anche un clima di corruzione morale che ne deriva. Che vita ha avuto nell’isola?

Cuba è un paese molto strano. Sì, ci sono la repressione e la censura. Ma poi succede che un libro come questo esca e venga letto e premiato dalle stesse istituzioni: nel 2003 è uscito in 4.000 copie, la tiratura media di un romanzo da noi, è andato esaurito in due mesi ma, come succede, non è stato ristampato, perché non c’è carta per farlo. Nel 2004 però è stato il testo più letto nelle biblioteche pubbliche. Così la Biblioteca Nazionale mi ha conferito il premio “Porta a specchi” per quell’anno. Ho avuto poi anche il Premio della Critica. Il nostro, insomma, non è un sistema tutto repressivo. Dopo il 1990 la vita è diventata più facile.

Fidel Castro è un suo lettore?

Non ne ho idea. Ma il ministro della Cultura, Abel Prieto - un ministro un po’ particolare, visto che è anche lui uno scrittore noto - a proposito di questo romanzo mi ha detto “Te la comiste”, che in cubano significa più o meno “bella cosa, che hai fatto”.

Prieto, lei, Abilio Estevez: una percentuale minima degli autori cubani arrivati negli ultimi anni sul nostro mercato. La vostra narrativa è in fase di effervescenza?

Lo è da sempre. La differenza è che oggi possiamo farci leggere. Negli anni del socialismo puro e duro, i Settanta e gli Ottanta, sarei finito dentro se avessi preso contatti diretti con un editore europeo, senza passare dall’Unione degli Scrittori. Oggi posso farlo, e quindi mi conoscete.

Maria Serena Palieri – L'UNITA' – 15/02/2005

| MOTORI DI RICERCA | UFFICIO INFORMAZIONI | LA POSTA | CHAT | SMS gratis | LINK TO LINK!
| LA CAPITANERIA DEL PORTO | Mailing List | Forum | Newsletter | Il libro degli ospiti | ARCHIVIO |
LA POESIA DEL FARO|