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Paesaggi di nuvole all'indomani dell'apartheid

Quasi del tutto sconosciuto fino a un paio di anni fa al di fuori del Sudafrica, Damon Galgut ha all'improvviso raggiunto una notorietà internazionale con il suo quinto romanzo, Il buon dottore, che nel 2003 è stato incluso nella short list del Booker Prize e che è stato ora pubblicato da Guanda nella traduzione di Valeria Raimondi (pp. 249, euro 14,50). L'io narrante del libro, che ha suscitato l'entusiasmo di uno scrittore attento come André Brink (“un romanzo straordinario, immerso nella storia contemporanea e al tempo stesso capace di trascenderla”) e che è stato da molti critici paragonato, per i toni e il rigore, ai testi di J.M. Coetzee, è un medico, Frank Eloff, da tempo arenato nel fatiscente ospedale della ex capitale di una homeland, una di quelle aree impoverite che il governo dell'apartheid aveva riservato alla “autodeterminazione” delle varie “nazioni” nere e che adesso sono rientrate a far parte del “nuovo” Sudafrica. In questa città fantasma, “concepita e progettata sulla carta dai perversi burocrati di una metropoli lontana”, arriva però un giovane medico, Laurence Waters, convinto che “le persone possono cambiare le cose” e desideroso di mettersi alla prova. Intorno al confronto fra l'idealismo ottuso di Laurence, e le disillusioni di Frank ruota l'asse narrativo di un romanzo che, forse non a caso, ha raccolto maggiori consensi all'estero che in Sudafrica (“ma il nostro paese - sottolinea lo scrittore - è poco sensibile ai temi culturali, basti pensare che per il Nobel alla Gordimer e a Coetzee i giornali sudafricani hanno pubblicato articoli di poche righe”). Abbiamo incontrato Galgut a Roma, dove si trova in questi giorni in occasione degli incontri organizzati dal British Council per i sessant'anni della sua attività in Italia.

Quasi tutti i critici hanno riferito il titolo del suo libro, Il buon dottore, al giovane Laurence Waters, un medico pieno di nobili intenzioni. Lei è d'accordo con questa interpretazione?

Per la verità, ho scelto questo titolo proprio per la sua ambivalenza: la parola “buono” ha una serie di significati e in particolare, riferita a un medico, può esprimere la sua competenza oppure può assumere un significato morale. Dei due personaggi centrali del mio libro, Laurence è ispirato da alti principi. Questi stessi principi, però, agli occhi di Frank appaiono privi di una vera sostanza, e quindi si potrebbe anche sostenere che il “buon dottore” sia lui, perché ha una visione molto più chiara, e di conseguenza più efficace, della realtà.

Del resto, lei ha scelto il cupo e tormentato Frank come voce narrante.

In effetti, avevo cominciato a scrivere il libro dal punto di vista di Laurence, ma mi sono stancato presto: la storia, raccontata da lui, era molto più piatta, perché un idealista sembra escludere l'idea stessa del conflitto, che rappresenta invece l'essenza della letteratura, la sua materia prima. In certo senso, gli scrittori sono costretti a essere amorali, a scrutare gli eventi solo dal punto di vista della storia. Così, in quanto sudafricano, potrei dire che vivo con il piede in due staffe: nel mondo reale vorrei vedere superata la conflittualità presente nel mio paese, ma nella finzione la considero come un dono. D'altra parte, questo è un problema che mi pongo tutte le volte che scrivo, e che nel Buon dottore ho cercato di affrontare, facendo sì che le questioni morali sollevate nel libro vengano osservate da diverse angolazioni, per sottolineare quanto sia difficile giungere a una soluzione.

E questo senso di responsabilità collettiva, così forte negli scrittori africani rispetto a quelli occidentali, si rispecchia nel suo libro?

Molti libri di autori africani si radicano effettivamente in una dimensione comunitaria, ma per quanto mi riguarda, mi vedo collocato in una posizione diversa, in un equilibrio difficile fra la tradizione europea e quella dell'Africa. Per molti versi Frank può sembrare l'erede di una corrente filosofica come l'esistenzialismo, la sua è la voce di una coscienza europea in un contesto africano. Io stesso, in quanto sudafricano bianco, appartengo all'Africa perché non ho un'altra “casa”, ma questa sensazione non è mai piena, forse perché la tradizione europea ha dato un contributo tanto notevole al colonialismo. E tutto questo fa parte del conflitto interiore che spero sia percepibile nel personaggio di Frank.

Il senso di disillusione che pervade il suo libro è molto lontano dall'euforia che ha circondato la fine dell'apartheid in Sudafrica.

Certo, all'inizio, subito dopo il cambiamento, tutti abbiamo gioito al pensiero che ci fossimo lasciati alle spalle questo passato buio, e abbiamo sperato che i conflitti fossero risolti. Ovviamente la realtà è molto più complessa: la tessitura che si è venuta a creare, questa nostra sovrapposizione di diverse culture, è una caratteristica di tutto il mondo moderno. Se il tema del secolo scorso è stato il colonialismo, adesso assistiamo a un ribaltamento e le ex colonie vogliono porsi al centro dell'attenzione sfruttando il simbolismo potente scatenato dall'11 settembre.

Il buon dottore è ambientato in una vecchia homeland, un territorio ambiguo, che porta il peso del passato in modo più evidente di quanto non accade in una grande città come Johannesburg o Città del Capo. Si può leggere questa collocazione come una sorta di parabola dell'attuale situazione sudafricana?

Da una parte i luoghi dove ho ambientato il libro sono molto reali, ma dall'altra penso che possano essere visti anche come una metafora dello stato di transizione in cui ci troviamo in Sudafrica: le tensioni che si creano nell'ospedale rappresentano le tensioni esistenti nella nostra società sudafricana, e la città-fantasma che fa da sfondo alla vicenda rappresenta questo luogo sospeso, strano, una sorta di non-luogo fra passato e futuro. Oggi in Sudafrica ci troviamo su una sorta di crinale: abbiamo raggiunto risultati considerevoli, ma davanti a noi si pongono molti gravi problemi che dovranno essere risolti, se vogliamo resistere nel futuro. Si tratta di problemi tutti riconducibili allo stato di povertà, in cui vive la maggior parte della gente, che non ha una terra su cui vivere o un tetto sulla testa. La disoccupazione è molto diffusa, e la maggior parte dei sudafricani non ha accesso ai servizi di base, il che spiega l'altissimo tasso di criminalità e di violenza. Se le cose non cambiano nel giro di pochi anni, allora sì che dovremo aspettarci una vera rivoluzione africana.

Nel Buon dottore anche il problema del rapporto fra bianchi e neri emerge come tutt'altro che risolto.

Sono convinto che le divisioni alla base del regime dell'apartheid esistano ancora. Per esempio, anch'io ho molti conoscenti neri ma tra loro nessun amico intimo, e il motivo è che viviamo in mondi diversi. Le differenze economiche fanno sì che i bianchi vivano in certe zone e i neri in altre. Così, anche se il potere politico è passato di mano, esistono forti divari sociali. Per fortuna, ci sono anche segnali incoraggianti, e il più importante è che oggi i bambini vanno a scuola tutti insieme, per cui possiamo pensare che fra una o due generazioni si creerà un'integrazione più naturale. Ma il problema è: abbiamo tempo a sufficienza?


Intervista di Maria Teresa Carbone – IL MANIFESTO – 09/04/2005




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