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Gamboa, tre impostori a Pechino


Un giornalista colombiano che vive da anni a Parigi e che, per tirare a campare, si è ridotto a condurre uno scalcinato programma su una radio privata. Un professore peruviano che insegna letteratura latino-americana negli Stati Uniti e che insegue il sogno di scrivere un grande romanzo. Un sinologo tedesco, metodico e abitudinario, impaurito della vita. Un narratore misterioso che scrive da un luogo sconosciuto nel quale è stato rinchiuso. Infine e soprattutto una città: Pechino, affascinante e caotica nel suo mix di modernità e tradizione. Sono gli ingredienti di "Gli impostori" (Guanda, pagg 283, 15 ) l'ultimo romanzo di Santiago Gamboa, trentanovenne narratore colombiano e appassionato viaggiatore. Un plot che, con lo stile incisivo e il ritmo serrato al quale Gamboa ha abituato il lettore italiano con il precedente "Perdere è una questione di metodo" (sempre Guanda), mescola i generi della spy story e del poliziesco, il resoconto storico e l'indagine letteraria, amore e ironia. Insomma, gettando un occhio alla stagione, un romanzo fatto apposta per essere letto e goduto sotto l'ombrellone.


Gamboa, iniziamo dal titolo. Perché"Gli impostori"? In fondo i tre protagonisti non si comportano come tali.


E' vero, non sono impostori per quello che fanno. La loro impostura è più profonda. Si manifesta sul piano personale. Sono degli impostori con se stessi. Ciascuno di loro crede o vuole essere quello che non è. Hanno di se stessi un'idea che non corrisponde alla realtà. Il peruviano è il più riconoscibile: è uno scrittore senza scrittura, uno che ritiene a torto di essere un grande autore. Il tedesco ha con la menzogna una rapporto più sottile: è un impostore nel campo della creatività. Il colombiano è quello che mente a se stesso con più tristezza: lui davvero vive la vita che non vorrebbe anche se e cerca di nasconderselo.


Personaggi senza speranza?


Non del tutto. In fondo, mettendo le loro vite a contratto e confronto, il caso indica loro una via di uscita. La soluzione delle loro menzogne sta nel manoscritto che tutti e tre, per motivi diversi, cerca in una Pechino che, per una volta, li prende sul serio anche se in un ruolo altrettanto falso: quello di spie.


In quale dei tre si nasconde Santiago Gamboa?


In ognuno di loro. Nel colombiano, ovviamente, che oltre a essere mio connazionale lavora come giornalista a Parigi esattamente come è capitato a me. Nel tedesco che, come me è laureato in filologia. Nel peruviano che è l'immagine delle decine di finti scrittori peruviani che ho incontrato nella mia vita.


Veniamo all'altro grande protagonista del romanzo: Pechino. A cosa si deve questa ambientazione?


A tre cose, credo. All'interesse che da sempre ho per la cultura cinese, all'amore che nutro per la letteratura di viaggio e a un ingaggio. Tre anni fa una casa editirice spagnola ha commissionato a me e ad altri scrittori latinoamericani dei reportage da alcune capitali. Io ho scelto Pechino e me ne sono innamorato. Anche perchè ho avuto la fortuna di avere come guida un grande regista ed amico: Sergio Cabrera che a Pechino ha vissuto per 18 anni e che mi ha permesso di conoscerla dal di dentro superando quella barriera linguistica e culturale che, giocoforza, si frappone fra un occidentale e la realtà cinese.


Cabrera dopo aver diretto "Ilona arriva con la pioggia" tratto dal romanzo di Alvaro Mutis, presenterà al prossimo Festival di Venezia "Perdere è una questione di metodo" tratto dal suo libro. Anche "Gli impostori" avranno un futuro cinematografico?


No, almeno per ora. In compenso sto lavorando a una sceneggiatura originale ambientata a Pechino. Racconta della Cina dei nuovi miliardari. Persone che, legate a un'educazione culturale fondata sul concetto di austerità e sui valori contadini del maoismo, hanno un rapporto del tutto particolare con la ricchezza. Tanto che il "mio" miliardario si mette in contatto con un americano perchè gli faccia scuola di consumismo. Ne è uscita una commedia piena di dialoghi nella quale ciascuno dei protagonisti si arricchisce un po' dell'esperienza e della cultura dell'altro.


Intervista di Andrea Casazza – IL SECOLO XIX – 21/08/2004

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