TEATRO

Garcia il terribile

Quarantenne argentino, da quasi vent'anni trapiantato a Madrid, con la sua aria da ragazzo Rodrigo Garcia ha messo sottosopra i festival internazionali, dove è scoppiata la sua notorietà. Un teatro violento, fisico, politico, in cui dominano il corpo e il cibo, il suo, realizzato con il gruppo da lui fondato nel 1989, La carniceria (la macelleria), nome che rivela il suo legame autobiografico con il lavoro di suo padre. Non tanto una scelta estetica ma un grido di rifiuto verso un mondo ingiusto diviso tra chi ha troppo ed è vittima del consumismo e fra chi non ha nulla ed è vittima della fame: uno schifo in entrambi i casi. “Nel teatro e in generale nell'arte – sostiene – il bello non esiste. Cambiare, scardinare: questo è il compito dell'arte e del teatro”. Presente con scandalo alla Biennaleteatro di Venezia con Agamennone libera e violenta reinvenzione dell'omonima tragedia di Eschilo, prodotto per le Orestiadi di Gibellina, Garcia ci racconta la sua scena che non può mai essere separata né dall'uno né dall'altra.


Garcia, lei ha cominciato a lavorare come pubblicitario. Come è arrivato alla scelta del teatro?


Ho sempre, sempre voluto fare teatro. Ma ero giovane e dipendevo dalla mia famiglia. Mio padre era autoritario e anche un po' sgarbato e mi diceva “il teatro? Ma morirai di fame. Studia invece e io ti pagherò gli studi”. Allora gli dissi: “voglio fare filosofia”, ma anche questo gli faceva orrore e così decisi di fare pubblicità. La pubblicità è stata un vero e proprio inganno per me: credevo di fare un lavoro creativo, d'arte. E certo a suo modo lo era: ma solo per convincere la gente a comperare e poi ancora comperare prodotti di consumo. Per anni ho vissuto due vite parallele: da una parte facevo pubblicità, guadagnando molti soldi; dall'altra con quei soldi facevo teatro perché il mio gruppo non ha mai ricevuto un finanziamento pubblico. E dopo diciannove anni di teatro solo da sei posso vivere di questo. Ma non ho sempre fatto spettacoli come Agamennone, Ronaldo, il pagliaccio di Mc Donald's, After sun che si sono visti in Italia: oggi è solo in quelli e in altri due o tre lavori che mi riconosco.


E prima cosa faceva?


Un teatro sperimentale e formalista che metteva da parte i temi sociali. Poi mi sono detto: no, accidenti, il teatro può avere un senso, essere utile davvero solo se parla della realtà soprattutto se prende in considerazione le cose che non mi piacciono. E al posto di un teatro intimista, in senso lato “romantico”, come quello dei miei inizi, ho preferito raccontare una quotidianità anche effimera, ma perennemente nel cambiamento, in movimento.


Teatro uguale politica allora?


Il teatro non è politica in senso stretto per questo, ahimè, ci sono i politici anche se in Spagna rispetto al resto d'Europa va un po' meglio perché c'è Zapatero. Il teatro è poesia sempre: partendo dalla politica ho sempre cercato la poesia sia pure facendo e volendo fare sempre una poesia che fosse anche pamphlet: denuncia, condanna, manifesto contro la realtà che non accetto. Questa è la mia poesia.


Lei è regista e autore allo stesso tempo: da un certo punto di vista una situazione privilegiata...


Penso di avere una vera vocazione letteraria. Quando lavoro a un testo lavoro come uno scrittore anche se non ho mai pensato che la scrittura sia tutto. Mi sento come un creatore ma di teatro dove il testo è un momento, una parte dello spettacolo nella sua completezza che è fatto di immagini, suoni, presenza degli attori. Fin dall'inizio è questa complessità che mi è sempre stata a cuore. In nessuna mia opera lei troverà il dialogo che normalmente sta alla base del teatro. Non ci sono neppure personaggi ma persone, compagni di vita che condividono le mie idee. Non si finge: si è stanchi davvero, si piange davvero. E quello che mi interessa è comunicare tutto questo in modo teatrale.


Come lavora con i suoi attori?


Lavoro moltissimo a casa, da solo. Penso situazioni, faccio disegni, studio gli incontri e gli scontri che possono nascere. Vado in teatro e chiedo agli attori, che talvolta mi dicono che chiedo loro troppe cose sgradevoli, di darmi, per esempio, una relazione fra tortura e consumismo e loro ci lavorano sopra con risultati che possono essere bellissimi o pessimi. Chi non conosce il nostro lavoro pensa che sia tutto frutto di una formidabile improvvisazione e invece c'è molta fatica dietro i risultati che otteniamo. A questo punto fermo le prove per quindici giorni, scrivo un testo che poi gli attori devono imparare a memoria e costruisco una story board, una deformazione che mi è rimasta dal lavoro pubblicitario.


E gli spettatori cosa sono per lei?


Ho un rapporto ambivalente con loro. Da una parte sento un gran voglia di comunicare con loro, dall'altro c'è la necessità di aggredire questa gente. Il tema delle mie ultime opere è la distribuzione del cibo nel mondo: noi viviamo troppo bene e altri troppo male, pensateci, dico loro con i miei spettacoli. Il cibo è qualcosa che appartiene alla nostra quotidianità: produce incontri strani in scena e nella vita può fare scoppiare le guerre. Ma so bene che è ingenuo pensare che attraverso il teatro il pubblico cambi; però, almeno per un'ora e mezzo, delle persone sedute comodamente su delle sedie sentono un gran disagio: è già qualcosa.


Alla base di questa sua visione che a molti appare trasgressiva del teatro ha avuto dei maestri?


Quando mi piaceva il teatro-teatro mi piacevano, per esempio, Beckett e Ionesco. Chi, poi, ha lasciato un'impressione forte in me facendomi capire che teatro non è solo testo è stato Tadesz Kantor. Un'influenza fondamentale l'hanno avuta le arti plastiche con performer come Bruce Naumann, Paul McCharthy che nei suoi lavori usa provocatoriamente ketchup, mostarda. E Jan Fabre che sa mescolare in teatro un lavoro sperimentale con un lavoro politico.


Ecco che torna la parola magica “politica” che sembra racchiudere tutto il suo teatro...


La politica per me è stata la delusione più grande. Anche il sistema democratico che sta alla base della nostra vita lo è: eppure siamo noi che abbiamo scelto i politici che abbiamo. Il guaio è che le persone sono poco informate, che pochissimi leggono, che si vedono solo la televisione e i film americani. Viviamo in un grosso vuoto. Ognuno reagisce come può: io faccio teatro. Ripenso alla mia esperienza. In Argentina ho fatto in tempo a vivere gli ultimi sussulti della dittatura di Videla. Tutti eravamo pieni di speranze e abbiamo scelto un democratico, Raul Alfonsin, ma anche il suo governo è stato un fallimento perché dire avere a che fare con chi la governa da sempre: il clero, i militari e l'oligarchia. Ho reagito andandomene, perseguendo un modo di fare teatro che nei miei desideri vorrei utile, che contenesse un mistero che tocca agli altri decifrare.


Intervista di Maria Grazia Gregori – L'UNITA' – 10/10/2004