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La poesia dell'esilio come atto di resistenza

“Scrivere poesia è interrogarsi sulla realtà, senza pregiudizi, senza timori. Fare poesia è resistenza. Resistenza alla barbarie della storia e della quotidianità”. La voce di Juan Gelman è calda, fluisce con il ritmo denso del tango. A settantatrè anni, il poeta argentino può dirsi la voce più giovane del suo Paese, il caposcuola di una generazione che si è lasciata alle spalle, inglobandola nel proprio essere, la lezione di Borges e Neruda. La sua è un'opera poetica che attraversa gli ultimi cinquant'anni. Una “realtà fatta di mille voci che si interrogano sul mondo”, come la definisce non senza una certa riluttanza, per la quale viene insignito del premio Lericipea. Un riconoscimento letterario fra più importanti d'Italia che quest'anno festeggia il mezzo secolo di vita e che, nelle passate edizioni, è stato attribuito a poeti come Giorgio Caproni, David Maria Turoldo, Giovanni Giudici, Mario Luzi, Attilio Bertolucci, Adonis e Hans Magnus Enzensberger. Per l'occasione l'editore “interlinea” pubblica “Nel rovescio del mondo” piccola e preziosa raccolta poetica di Gelman aperta da un inedito intitolato “Nobiltà”: “La poesia è pallida e nobile/Non cambia niente, non incurva colline...” Eppure è un atto di resistenza.

Resistere alla barbarie scrivendo versi è per Juan Gelman qualcosa di più di una dichiarazione poetica. Militante della sinistra peronista, costretto all'esilio dall'Argentina nel 1975 dal colpo di di stato del generale Rafael Videla, Gelman la barbarie della dittatura ha vissuto sulla propria pelle. Ad essa ha visto sacrificare la vita di suo figlio Marcelo Ariel ucciso a vent'anni e di sua nuora, Maria Claudia, arrestata a diciannove anni, incinta. Marcelo Ariel fu assassinato con un colpo alla nuca, sua moglie venne fatta partorire e poi portata con la bambina in Uruguay dove scomparve nel nulla. La bimba, Maria Macarena, venne affidata alla famiglia di un poliziotto e solo due anni fa Gelman è riuscito a tirare le fila di quella scomparsa sino a riabbracciare la nipote.

Come ha segnato tutto ciò la sua vita di un uomo e di poeta?

Mi è costato molto uscire dall'odio, venire a patti con la memoria di tanti amici e compagni torturati e uccisi in quegli anni terribili. Come uomo, come cittadino, mi sono battuto dall'esilio perché quella follia terminasse, perché i colpevoli pagassero. Come poeta ho ritrovato nella soggettività del pensiero gli spazi in cui continuare a coltivare l'amore per la vita.

Forse per questo nella sua poesia esistono solo velati echi di quella che è stata la sua tragedia personale?

Credo di sì. Soprattutto credo che l'unico tema della poesia sia la poesia stessa. Chiedere all'atto poetico una funzione politica non ha ragion d'essere. Se la poesia deve assolvere a una funzione “sociale”, questa risiede nella difesa della memoria. Quando si tenta di cancellarla, così come hanno tentato di fare i regimi militari sudamericani nel corso di questo tormentato mezzo secolo, si crea un vuoto che cancella il senso di appartenenza alla realtà sociale. La poesia ha il potere di riempire questo vuoto. Per questo è, io credo, una delle più grandi ricchezze che l'umanità possiede. Spesso senza avvedersene.

La ferita aperta dall'esilio però non sembra sanata. Lei non è più tornato a vivere in Argentina.

E' vero, ormai mi sono stabilito in Messico anche se a Buenos Aires torno quasi tutti gli anni almeno una volta. Lo faccio per ritrovare mia nipote, per rivedere gli amici, ma la distanza che mi separa dal mio paese è ormai troppo grande. L'esilio è stato un duro colpo ma è anche stato un tramite di arricchimento, culturale e umano. Ha segnato un confine, fra il prima e il dopo, che non so più varcare.

Intervista di Andrea Casazza – IL SECOLO XIX – 27/09/2003

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