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L'Utopia di un poeta sopravvissuto

Questo discorso è stato pronunciato dal poeta argentino Juan Gelman durante la cerimonia di assegnazione della cittadinanza onoraria conferitagli dal Comune di Lerici il 27 settembre.

Ringrazio sentitamente questo riconoscimento che il Comune di Lerici mi concede quest'oggi. Dire che mi commuove non è sufficiente. Risveglia in me sedimenti di ricordi molto amati: i brividi che nella mia giovinezza argentina mi provocava la lettura di Dante, Cavalcanti, Leopardi, Pavese, Montale; o di Verga, Manzoni, Pirandello, Pratolini, Calvino, Pasolini; o il grande cinema neorealista del dopoguerra. Tutto ciò fa parte di me in un posto che mi conosce ed io non conosco. Anche questo mare e questa baia: in Shelley ho visto il suo oceano “risplendente e vasto”, le navi che vi navigano come se cercassero un liquore per curare “un dolore dolce e amaro”, “il vento fresco e leggero che viene dalla terra / e l'aroma di fiori alati / e la frescura delle ore / della rugiada ed il caldo tepore che lascia il giorno / sparsi sulla baia scintillante”. Questa baia, la Baia dei Poeti. Come a tanti altri perseguitati dalle dittature dell'America Latina negli anni “settanta” e “ottanta”, l'Italia ha saputo accogliermi durante i lunghi anni d'esilio. La solidarietà che allora ricevemmo mi fece capire che qui non ero - e non sono - uno straniero. E poi: l'emigrazione italiana in Argentina, che ebbe inizio verso la metà del secolo diciannovesimo, segnò in modo indelebile la cultura quotidiana ed il parlare degli argentini. Parole italiane appena modificate vivono nella nostra lingua e sono materia di comunicazione, di scrittura e di poesia. Per motivi di sangue, di lavoro e di cultura, il mio paese è quello dell'America Latina più profondamente vincolato a questo paese. Mi permetto di aggiungere un malinconico ricordo personale. Un'ennesima dittatura civico-militare mi imprigionò quaranta anni fa. I carcerieri non fecero passare nessuno dei libri che m'inviavano, ad eccezione di una grammatica italiana. Vedo ancora oggi il sorriso sornione con cui mi guardavano gli altri prigionieri politici della cella 4 del padiglione di punizione del carcere di Villa Devoto quando recitavo, percorrendo i tre passi che lo spazio della cella permetteva, “io sono, tu sei, noi siamo...”. Forse il destino mostrava già il suo volto allora.

Lasciamo dietro un secolo carico di genocidi ed orrori indicibili. L'essere umano ha creato le lingue e fa cose che esse non possono nominare, l'essere umano è dentro e fuori la lingua. Quali nuove incertezze ed agonie dovrà attraversare la parola in questo secolo?

Theodor Adorno ha affermato una volta che non era possibile scrivere poesie dopo Auschwitz. L'opera di Paul Celan lo smentisce. Durante molto tempo ho ritenuto che all'affermazione di Adorno mancava un “come prima”, che non era possibile scrivere poesie come prima di Auschwitz, come prima di Hiroshima e Nagasaki, come prima del genocidio latinoamericano. Adesso ritengo che non vi è un dopo Auschwitz, né un dopo Hiroshima, né un dopo il genocidio latinoamericano, che siamo in un durante, che i massacri si ripetono ininterrottamente nel pianeta, che la denominata globalizzazione ci fa retrocedere al peggiore progetto civilizzatore in Occidente, quello del colonialismo, le guerre continue, l'oppressione dei popoli, la disoccupazione, la morte per fame.

La denominata globalizzazione avanza negli strati superiori, non senza sussulti e dispute di potere. Negli strati di sotto divide e frammenta, accentua la legge della selva, crea un clima inedito nella lotta per la sopravvivenza. In un muro di Buenos Aires ho letto una scritta degna di Jonathan Swift: “Combatti la fame e la povertà, mangiati un povero”. La globalizzazione amplifica la miseria spirituale e questa è un'altra forma di genocidio. Mutila l'essere umano. La lotta per avere non gli permette di essere. Il potere economico globalizzante ritiene che questo mondo è una grande impresa ove milioni d'impiegati sono superflui e bisogna licenziarli. Quanti Pavese, quanti Montale, oggi muoiono di fame, per pallottola o bomba, ancora bambini? Vi è una letteralità oscena nelle manifestazioni imperiali che parlano di imporre un nuovo ordine mondiale del quale abbiamo già sentito parlare in lingua tedesca nel secolo scorso. Vi è un solo modo di affrontare questo nuovo-vecchio disordine mondiale: l'insistenza nel rifiutarlo, la resistenza ad accettarlo. Questo è possibile: nessun regime, anche il più totalitario, è riuscito sinora ad impedire che attraverso le sue crepe ed incrinature respirassero i polmoni del sogno e del desiderio.

Costruire una meccanica della speranza sembra oggi un compito utopistico. Ma se non c'inoltriamo nelle mille e una strada che bisogna percorrere per costruirla insistendo nella singolarità di ciascuna cultura, ciascuna tradizione, ciascuna comunità, ciascuna persona, come impedire che il Potere continui a calpestare la grandezza possibile di ciò che è umano, latente e potenziale? Per crescere ricchi di bellezza, tolleranza e comprensione dell'Altro che ci completa con la sua differenza? E' questa una utopia? Insieme ad Oscar Wilde dico: “Un mappamondo nel quale non figurasse l'utopia non meriterebbe di essere guardato, perché gli mancherebbe l'unico paese che l'Umanità visita giorno dopo giorno”. Forse la funzione dell'utopia consiste nel suo fallimento affinché ogni volta ne rinasca una migliore, consiste nell'essere causa più che effetto, motore del viaggio ad un orizzonte che retrocede sempre di un passo per ciascun passo avanti dell'umanità.

IL MANIFESTO – 09/10/2003

Intervista a Juan Gelman




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