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Glaser, il colore della rabbia

“Il dissenso politico costituisce una risposta etica positiva, come il logo del bottone da me disegnato recentemente, `Il dissenso protegge la democrazia'. È necessario proprio perché l'istinto del potere istituzionale tende a indirizzarsi nella direzione di una posizione totalitaria. Siamo testimoni di questo per quanto avviene oggi in America. L'autorità sia essa politica, religiosa e accademica cerca sempre di emarginare persone e movimenti considerati devianti e non pertinenti dai loro obiettivi”. È con tono pacato, ma determinato che Milton Glaser (New York, 1929), tra i padri della grafica moderna, inizia l'intervista a il manifesto quasi a riassumere le immagini scioccanti del nuovo libro: The Design of Dissent creato con Mirki Ilic. Una raccolta di riproduzioni di poster, riviste, copertine di libri, bottoni per l'arte politica del dissenso alla guerra, all'ingiustizia.


Perché per la copertina del libro ha scelto quella grafica con il colore rosso e bianco sbarrato da due bande nere di censura che coprono il titolo “Design of Dissent”?


Generalmente le persone diventano reattive dinanzi a immagini forti e parole che contengono un appello a un senso di giustizia. Probabilmente esiste nella scelta di questa copertina un riferimento grafico del periodo del costruttivismo russo. Il significato, senza dubbio, vuole differenziare la produzione grafica americana, e non solo, dell'espressione del dissenso politico e culturale imposto dal governo americano nella sua forma ufficiale. L'obiettivo è quello specifico di provocare una presa di coscienza e rendere accessibile la polemica politica all'opinione pubblica americana. Il libro vuole altresì stabilire una chiara espressione e posizione di dissenso politico alla passività culturale che stiamo vivendo negli Usa.


Quale collegamento vede tra il linguaggio del costruttivismo russo e i tempi odierni cui lei fa riferimento?


Il linguaggio espressivo dei costruttivisti russi e le prime forme di comunicazione, pur essendo parte di un tempo passato rappresentano l'espressione di un momento storico molto importante e determinante. Può essere interpretato come una risposta rivoluzionaria oppure come u nuovo modo interpretativo degli eventi storici del mondo. La scelta del color rosso corrisponde al nostro proposito di esercitare una forza provocatoria e critica di questo governo Bush e della guerra in Iraq. Volevamo avesse la forza di pugno, in opposizione alla passività culturale che pervade la società americana odierna.


A parte persone come lei con quel logo “I love New York more than ever”, perché molti sembrano aver paura di esprimere il proprio dissenso?


Intanto ritengo che ci sia sempre più bisogno di forme d'espressione artistica che rendano pubblico e chiaro il dissenso politico. In modo particolare, con questa amministrazione Bush. Manifestazioni di protesta e di dissenso politico nei confronti di questa America che Bush ci impone ce ne sono molte, ma non trovano visibilità pubblica. L'opposizione a questa guerra e all'invasione dell'Iraq è stata molto forte a livello reattivo dell'opinione pubblica. Il prezzo che il popolo americano sta pagando in termini economici, democratici e culturali è altissimo. Ma non viene ancora percepito. Non siamo ancora giunti al punto limite, quello di una reazione al governo Bush. Il clima di pericolo, paura e terrore propagandato dal governo Bush ha provocato l'inclinazione e tendenza istintiva a non voler esprimere pubblicamente il proprio dissenso. È una tecnica utilizzata e messa costantemente in atto dal governo. Persegue e ottiene il risultato voluto: la gente teme di parlare e tace. Rifiutiamo di essere identificati come guerrafondai e razzisti. Dobbiamo credere nel moto della nostra storia democratica.


Secondo lei ci sono stati cambiamenti dall'11 settembre a oggi nella reazione generale dell'opinione pubblica Usa?


I mutamenti sono enormi. L'opinione pubblica comincia a esprimere la propria opposizione alla guerra e il dissenso nei confronti del governo Bush, in maniera più visibile e senza paure. Nessuno crede più né ostenta il fervore della retorica patriottica utilizzata da Bush per deflettere questa società dai veri problemi. È uno strumento disonesto che poteva essere coperto dalla stupidità di chi è ignorante di storia. Il dissenso non può essere represso a lungo da Bush. Siamo arrivati al punto di imprigionare i giornalisti. Sta emergendo chiaramente, che questo governo ha esercitato una oculata e voluta operazione di disinformazione. La conduzione politica dell'America di Bush è stata ancorata a menzogne, seguite da altre menzogne che ci hanno confinati ai margini di un sistema democratico.


È sensato affermare che le istituzioni siano in un certo senso corresponsabili della bancarotta culturale e politica del sistema democratico negli Usa?


Il congresso americano è così reticente e timoroso di poter esprimere apertamente qualsiasi forma di iniziativa che si opponga alla guerra e al governo Bush da non rendersi conto di aver avallato l'invasione dell'Iraq e di tutti i valori etici imposti da Bush e il deterioramento culturale in cui siamo precipitati in America. Ma grande responsabilità di questa situazione va attribuita alla stampa che, e qui ci vuole, vigliaccamente, non ha esitato a essere complice e strumento di propaganda dell'amministrazione Bush. Non ha osato sino ad ora, neppure mettere in dubbio, né criticare con una opposizione forte e determinante le linee guida di Bush per informare adeguatamente l'opinione pubblica. L'atteggiamento prevalente è stato quello di compiacenza, di perseguire i propri interessi di sopravvivere a un possibile licenziamento e alla perdita del proprio posto di lavoro. Soltanto ora, il New York Times, quotidiano autorevole ha dovuto con un “mea culpa” emettere le responsabilità della guerra in Iraq. Il resto dell'informazione, dei media ha continuato a seguire la linea propagandistica di questa amministrazione.


Nonostante il cambiamento di rotta di cui lei parla, l'opinione pubblica continua a mostrare segni di passività.


L'informazione televisiva è servita a mettere tutti a dormire e a non far pensare. Fondamentalmente ha creato una realtà illusoria e elusiva, di conseguenza la popolazione ha perso il senso della realtà in cui vive. Non distingue più causa ed effetto. La guerra in Iraq e la partita di baseball fanno parte dello stesso gioco. Si guarda alle immagini della guerra, senza attribuire loro altro significato se non quello di un gioco di “entertainment”. Alla luce di questo le persone che guardano le immagini televisive della guerra, hanno l'I-pod e viaggiano in Internet non pensano che questo possa pesare e influire sulla propria vita personale, sulla quotidianità. La realtà virtuale, è diventata la loro realtà senza gli imperativi della vita esistenziale. Ecco perché tutti sono così passivi, indifferenti a tutto quello che li circonda nel mondo e a quanto avviene nella loro vita quotidiana. Il senso del reale, con l'intervento tecnologico e sofisticato di informazione istantanea, non si sa già cosa sia. In alcune tribù africane non si riesce a separare il mondo onirico dalla propria realtà. Nella nostra tribù non si riesce più a distinguere quello che vediamo sullo schermo televisivo dalla nostra vita reale. Tutto appartiene a questo mondo illusorio fantastico: la guerra, il deficit economico. E questa amministrazione ha tutte le serie intenzioni di continuare a mantenere vive queste fantasie. Un numero sempre maggiore di soldati americani continuerà a morire. La resistenza irachena si intensificherà ancora. L'economia americana va a rotoli. La Cina ha già una programmazione di espansione economica per i prossimi vent'anni. Noi non sappiamo cosa avverrà nei prossimi due anni. Noi stiamo pagando il prezzo di aver combattuto il terrorismo con il terrore, creando uno stato di insicurezza nazionale, utilizzando la risposta alla paura con la repressione. La scelta ora spetta a noi per invertire questa traiettoria seguita da Bush.

Intervista di Patricia Lombroso – IL MANIFESTO – 15/09/2005




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