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La guerra di Nadine

La scrittrice sudafricana Nadine Gordimer, premio Nobel 1991 per la Letteratura, ha ricevuto domenica 30 giugno a Genova, a Palazzo ducale, il Premio Internazionale Primo Levi per “l'impegno che ha contraddistinto tutta la sua vita contro forme diverse di umiliazione e sofferenza dell'uomo, quali l'apartheid e l'Aids”. Nella stessa occasione le è stato consegnato il Grifo d'Oro della città di Genova.

Il G8 di Kananakis si è appena concluso. L'Africa era in cima all'agenda, in realtà la geopolitica ha rimescolate le carte. Sicurezza, Medio Oriente sono balzate in primo piano. Come ambasciatore del Undp, United Nations Development Programme dell'ONU, lei, Mrs. Gordimer, è soddisfare dei risultati?

A dire la verità non sono al corrente delle conclusioni dal momento che mi trovo in Italia da qualche giorno. Le posso dire, però, dei forti contrasti negli incontri preliminari.

Disaccordi con chi?

Thabo Mbeki, il presidente del Sudafrica, ha promosso con molto coraggio un progetto chiamato Nepad, per favorire la cooperazione tra le nazioni africane. Quello che ha detto ai meeting preparatori è stato “Bene, signori, non vogliamo più starcene con il piattino dell'elemosina in mano. Noi vogliamo che il G8 stanzi più denaro ma che lo faccia tenendo conto delle decisioni e delle volontà dei paesi in via di sviluppo in generale.

Dove dovrebbero essere diretti gli investimenti?

Molto spesso le decisioni che riguardano i paesi in via di sviluppo sono prese dai paesi più ricchi, senza consultare i diretti interessati. Vogliamo solo che le risorse e la destinazione degli stanziamenti siano decise dai nostri governi.

Cioè?

Per sapere cosa serve bisogna conoscere davvero le condizioni di quei luoghi. Nei miei viaggi con l'Undp visitiamo zone dell'Africa per renderci conto dei reali bisogni della gente. E' evidente che le agenzie internazionali ignorano un fatto sostanziale: spesso mancano le strutture di base per fornire un qualsiasi aiuto.

Parlare di “digital divide” allora fa un po' ridere?

Invocano un computer in ogni scuola, scuola dove magari non c'è neanche l'acqua corrente. Nel Mali ho visto il computer nel municipio e uno in una scuola. Ma non c'è corrente elettrica per farlo funzionare. Poco male, dicono le agenzie per lo sviluppo, ci mettiamo un generatore. E i soldi per il carburante dove li trovano? Internet non è la risposta ad ogni problema.

Quali sono le priorità?

Le infrastrutture, le strade. Se in un'area con un fiume la pesca è la risorsa e la città più vicina è a 150 km, non serve istruirli sulle tecniche della vivaistica ittica. Bisogna dargli i soldi per fare la strada, in modo che possano portare il prodotto ai mercati e venderlo.

Conosciamo il suo impegno in favore dei bambini malati di Aids. Il Secolo XIX ha lanciato l'idea di un grande evento musicale per il 2004 quando Genova sarà capitale europea della cultura. Cosa ne pensa di un Live Aid per costruire un ospedale per i bambini in Africa?

Il rock è un modo meraviglioso per fare soldi. Il mondo dello spettacolo, soprattutto le pop star, hanno fatto un lavoro eccellente per combattere l'Aids. Invece la comunità internazionale degli scrittori arranca penosamente. Sembra che non siamo in grado di coordinare il nostro impegno umanitario, ognuno fa quello che può per conto proprio.

Individualisti esasperati o diversa visibilità per il vostro pubblico?

Siamo lontani dal pubblico, ci nascondiamo dietro parole stampate. L'anno scorso avevo in mente di chiedere ai miei colleghi scrittori dei racconti per un'antologia. Ma non storie su gente che muore di Aids, doveva essere un libro gradevole per Natale, non prediche. Avremmo chiesto a editori di tutto il mondo di tradurlo e pubblicarlo. Tutti avremmo lavorato gratis e gli incassi sarebbero stati per la lotta all'Aids. Purtroppo mio marito si ammalò gravemente e morì e il mio progetto è rimasto nel cassetto.

A proposito di editori, lei è “uno dei Nobel” di Inge, come ama chiamarvi la signora Feltrinelli. E' fresco di stampa il suo “L'aggancio”. Una fedeltà che dura da 40 anni.

Siamo grandi amici. Conoscevo Giangiacomo e quando ho visto Carlo per la prima volta stava imparando appena a camminare. Inge, poi, è una donna straordinaria.

Nel 1991 ha vinto un Nobel che è stato un segnale di riscatto per la gente del Sudafrica e di riconoscimento a una donna che ha combattuto tutta la vita contro l'apartheid. E' stato difficile combattere con parole su libri di carta?

In Sudafrica tre miei libri sono stati messi al bando tra il '60 e il '70. Ma grazie a tutti gli Dei che esistono ora è tutto finito: abbiamo libertà di parola, ed è una sensazione meravigliosa per una persona come me che ha vissuto la minaccia della censura.

Le cose cambiano, d'altra parte speranza e futuro sono sue parole chiave.

Certo, e non dobbiamo dimenticare la saggezza di Nelson Mandela. Grazie a lui siamo riusciti a cambiare senza fare una guerra civile. Da una parte il potentissimo esercito dell'apartheid, con Mandela tutta la popolazione nera e noi bianchi democratici, e non ci siamo saltati alla gola ammazzandoci nelle strade. Questo dovrebbe essere un esempio per tutti i paesi in conflitto: Pakistan e India, Israele e Palestina. Sediamoci al tavolo con i nostri nemici e discutiamo. E' l'unica chance per la pace. Non si può aspettare che i fondamentalisti e i terroristi cessino i loro attacchi. Bisogna parlare anche mentre si fanno saltare.

Intervista di Giuliana Manganelli – IL SECOLO XIX – 29/06/2002

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