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Dopo l'apartheid

Minuta e diritta come un soldatino coraggioso, Nadine Gordimer si affaccia all'ingresso della casa editrice Feltrinelli a Milano. E' in Italia per la Milanesiana e per ricevere, domani (30 giugno) a Genova, il premio “Primo Levi”. Anno dopo anno, la vedo diventare sempre più sottile, il volto più affilato, lo sguardo ironico e arguto che si ravviva in bagliori repentini non appena si parla del Sudafrica e si ricordano insieme i lunghi discorsi intessuti sin dai tempi bui dell'apartheid. Tempi ormai lontani, sebbene dalla costituzione effettiva del Nuovo Sudafrica, e dall'elezione del suo primo presidente Mandela, siano trascorsi soltanto otto anni. Soltanto otto anni, mi dice, eppure tutto è così diverso nel paese, tutto così nuovo ed entusiasmante: meno, forse, proprio la letteratura, che probabilmente ha bisogno di più tempo per maturare novità importanti. Uno magari si sarebbe aspettato che i neri, con la liberazione dalla cappa plumbea del regime dell'apartheid, si sarebbero gettati a capofitto a produrre chissà quale messe di romanzi, racconti e poesie: invece non è stato così, almeno sinora. La maggior parte degli scrittori neri continuano a ritornare al passato; mentre parecchi scrittori bianchi (anche se non tutti) indugiano sul tema del pentimento e della discolpa, cercando di spiegare perché “loro” non sapevano e non vedevano quanti stava succedendo durante l'apartheid.

Nadine Gordimer, però, ha avuto ed ha una storia a parte anche come scrittrice. Se nel passato non ha mai potuto prescindere dalle realtà politiche e ne ha fatto tema del suo narrare, oggi continua a immergere i suoi più recenti personaggi nel contesto contemporaneo. Il suo ultimo romanzo, L'aggancio, edito in Italia da Feltrinelli, non fa eccezione, e porta i lettori all'interno dell'esperienza di una coppia mista come provenienza etnica, religiosa, culturale.

L'aggancio si inserisce naturalmente nel filo della sua grande narrativa in cui tante volte si son visti comparire personaggi giovani, spesso in coppia, portatori del discorso culturale e politico della propria epoca che essi drammatizzavano facendone racconto. Qui la coppia introduce una variante sul tema dell'alterità, essendo formata da Julie – una sudafricana bianca, ricca e viziata, che ha preso però le distante dalla famiglia – e Abdu-Ibrahim, emigrato a Città del Capo da un qualche paese islamico del Medio Oriente. Questi due giovani esprimono una situazione della contemporaneità, ma allo stesso tempo riprendono e continuano l'interesse per i temi generazionali sempre presenti nella sua narrativa: solo che qui ci sono dei giovani confusi e incerti nei propositi e nelle scelte.

Come hai costruito questi personaggi, e che cosa significano per te?

Julie e Abdu (il cui vero nome in realtà Ibrahim) sono diversi perché vivono in un'epoca diversa. Il nuovo millennio si è appena aperto, e ci si vanta di essere entrati nella globalizzazione, se non accentuare le differenze tra ricchi e poveri e aumentare a dismisura il numero complessivo dei poveri e dei disperati, creando ondate continue e di migrazione delle aree più disgraziate del pianeta verso quelle più ricche e affluenti? Le migrazioni sono anche sospinte dalle guerre, dalle persecuzioni politiche e religiose, dai regimi oppressivi e dittatoriali; e sono una delle conseguenze del colonialismo e delle ripartizioni che esso ha generato creando paesi dai confini artificiali, fonte di tensioni, rivendicazioni e conflitti di vario genere. Naturalmente Israele e la Palestina ne sono l'esempio oggi più drammatico; ma si pensi anche al Kashmir, a India e Pakistan, ai molti paesi africani dalle frontiere labili e incerte lungo le quali si guerreggia senza sosta. Il risultato di ciò è un esodo inarrestabile di gente che fugge cercando pace dalla bombe e dai combattimenti senza fine nelle strade, ma pure un luogo dove ci sia cibo e lavoro. Questo è lo sfondo ma anche il tema autentico del mio romanzo.

E quale ruolo hanno Julie e Abdu in questo quadro?

Julie è figlia del mondo capitalista, mentre Abdu proviene dall'universo dei derelitti, di coloro che non hanno nulla, né beni né prospettive, e sono schiacciati dai regimi corrotti e inefficienti. Fuggito da questo ambiente, quando incontra Julie vede in lei una persona che ha tutto quello che lui va cercando: ricchezza, successo, opportunità, una famiglia facoltosa e potente, amici influenti.

Anche il Sudafrica viene ora toccato dall'ondata migratoria generale, come appunto testimonia il tuo romanzo...

Oh sì, è un fenomeno nuovo per noi: prima tutti fuggivano dal Sudafrica, ora ci vengono in cerca di fortuna. E abbiamo anche il terribile problema dello Zimbawe che preme alle nostre frontiere: un paese straziato da quanto sta dicendo Mugabe, un paese ridotto alla fame e alla tirannia, nei confronti del quale non sappiamo che cosa fare, poiché quelli sono nostri fratelli, e che altro possono fare se non attraversare i confini e riparare in Sudafrica? E' una tragedia.

Ritornando al romanzo, volevo chiederti di commentare il comportamento di Julie che, dopo aver seguito il suo innamorato nel paese d'origine – un paese islamico, dalla cultura per lei del tutto aliena – decide di lasciarlo partire da solo quando lui se ne va in America, e di rimanere nel villaggio polveroso e sepolto nel deserto, dove non ha radici né legami.

Non dimenticare che Julie odia gli Stati Uniti e tutto ciò che essi rappresentano. Lei sa che il suo compagno non può far fortuna in America, dove sarà ancora una volta povero e derelitto, relegato negli strati più infimi della scala sociale, condannato a ripetere lo stesso schema in un ciclo di emarginazione e sconfitta: e non vuole vedergli riprendere il cammino già percorso altrove, sulle orme di un sogno impossibile.

E che dire dell'adeguamento di Julie ai parametri del mondo islamico? Quando lui sta organizzando la partenza per gli Stati Uniti, ed è ancora sicuro che lei lo seguirà, tu osservi che “c'è un certo che di seducente nella sottomissione, per una che credeva di non essersi mai sottomessa. E c'è anche il fascino del pericolo...una terza alternativa”. Cosa pensi della sottomissione di Julie?

Julie non va presa troppo sul serio. Io non credo che rimarrà a lungo in quel villaggio, in quel paese pieno di polvere e di povertà: la sua scelta di rimanerci quando il compagno parte è soltanto un rifiuto momentaneo di tornare ad emigrare, questa verso gli Stati Uniti. Julie è una vera figlia della sua classe sociale e della sua famiglia che l'ha resa ricca e viziata. Ogni cosa è per lei un'avventura, eccome tale sempre suscettibile di finire, sfociando in qualcosa di totalmente diverso. Anche la storia con Abdu, che sembra radicata in un forte amore fisico, può morire. Il romanzo si chiude con un grande punto interrogativo: chissà, forse Julie ritornerà al suo L.A. Cafè, agli amici sudafricani...

Questa ragazza incarna l'ideale di indipendenza che può avere una persona irrimediabilmente ricca, non credi? Ma cosa c'è in lei che la differenzia tanto dalle tue giovani eroine di un tempo, da Rosa Burger (“La figlia di Burger”) oppure da Helen Shaw (“I giorni della menzogna”)?

Se Julie fosse nata prima, se fosse appartenuta alla generazione degli anni Sessanta, sarebbe stata una hippie, e avrebbe preso la via dell'India, per rifugiarsi in un asrham. E lei, rispetto a Rosa ed Helen, non ha idee né convinzioni. Rose ed Helen avevano una causa in cui credere a per cui lottare: ma quale causa vuoi che abbiano dei giovani come Julie e Abdu? Sono dei ribelli, ma dei ribelli senza una causa. Con ciò non intendo dire che tutti i giovani di oggi si impegnano e si prodigano in giro per il mondo, per alleviare le sofferenze di altri esseri umani, per migliorare le condizioni dei più sfortunati. Ritornando a Julie, tuttavia, va detto che lei è un'autentica disadattata rispetto all'esistenza che le possono offrire il padre e la madre. Che cosa può fare nel suo ambiente d'origine – che altro, se non un lavoro di PR, o un altro qualsiasi? Quando vive in Sudafrica, e vede la povertà e la disperazione di tanta povera gente, perché non si dedica a loro, perché non va a lavorare con i bambini di strada, oppure, che so, in una scuola d'un quartiere povero? No, Julie non farebbe mai una cosa simile, perché non sa compiere una vera opzione di diversità, e il suo amore per Abdu è un capriccio di esotismo.

Mi sembra che Abdu sia un personaggio assai diverso, perché è scisso in due: da una parte, il povero immigrato che fa il meccanico e abita in un angolo dell'autorimessa dove lavora, dall'altra, l'immagine che di lui Julie, intriso di esotismo intrecciato a capriccio e avventura.

Abdu in fondo è più autentico, più genuino di Julie. Ma non ha altra scelta che essere così, data la sua provenienza sociale ed etnica: e si innamora di Julie perché vede in lei tutto ciò che lui vorrebbe avere. Quando si è poveri e si viene dal paese della sete si apprezzano quelle comodità che i figli viziati dei ricchi disprezzano, andando ad abitare in una finzione di povertà, secondo uno stile di vita che da noi si chiama slumming, cioè tuffandosi negli slums cui non si appartiene e da cui si può fuggire in ogni momento.

Desidero dire che di questo romanzo ho molto apprezzato anche la novità di stile, la scrittura rapida, frammentata, tutta intessuta di dialoghi e di gerghi. Ne avevamo già avuto un assaggio in “Un'arma in casa”, dove del resto comparivano anche personaggi di giovani “diversi”. E non trovo casuale che nell'”Aggancio” riaffiori una figura dell'altro romanzo, l'avvocato nero Motsumai, che allora veniva chiamato a difendere l'omicida e qui ormai appartiene alla cerchia dei potenti.

Certo, Motsumai costituisce un buon esempio dei mutamenti intervenuti in questi anni del Nuovo Sudafrica, dove molti neri sono entrati a far parte delle élites del potere. Non per nulla Motsumai è entrato nel giro degli affari d'alto bordo, e rifiuta di aiutare Abdu, nonostante glielo chieda Julie, figlia di un suo importante amico bianco: eppure sa, si ricorda di come anche lui e la sua gente si siano trovati in una situazione simile sino a poco tempo addietro.

La novità sudafricana è tutta di questo tenore, secondo te?

Oh no, assolutamente no. Il Sudafrica di oggi è un paese straordinario, ricco di idee e di direzioni innovative importanti da un punto di vista sociale e politico. E vorrei ricordarti che in Sudafrica si sta svolgendo una grande rivoluzione silenziosa, quella delle donne. Noi siamo in assoluto il paese con la maggior presenza femminile in parlamento e nelle istituzioni di governo; la proporzione di donne presente a questi livelli è superiore anche a quella registrata nei paesi scandinavi. E io credo che il lavorio delle donne sarà fondamentale nella costruzione di un paese nuovo.

Intervista di Itala Vivan – L'UNITA' – 29/06/2002

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