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Uomini e delfini. La Natura di Gosh

Amitav Ghosh è il tipo di indiano cosmopolita che farebbe sentire un provinciale chiunque. Questo, in virtù solo della sua esperienza, perché in realtà è un uomo che, gentilissimo, incarna il contrario dell’assertività aggressiva. Pratica la poetica del romanzo "in movimento", del romanzo, cioè, che sappia raccontare il mondo vero che, a suo parere, sfugge agli occhi di chi è saldamente piantato in Occidente: la Terra, dice, è un pianeta dove tutti migrano e dove la contaminazione tra culture è una realtà quotidiana e millenaria. Ghosh è stato allevato a pane e vagabondaggi da un padre militare e poi diplomatico, e, diventato adulto e scrittore, ha continuato a viaggiare - dall’Estremo Oriente al Maghreb - per nutrire di questa esperienza i suoi romanzi. Ogni tanto atterra anche in Italia: la prima volta fu nell’82, in Puglia, dove, in un’economica casetta presa in affitto a Cassano nelle Murge, scrisse la sua tesi di dottorato in antropologia sociale per Oxford, che niente aveva a che fare con quel contesto: "Era sulla vita rurale dell’Egitto" ci spiega con un sorriso, sapendo di spiazzarci. Poi ci è capitato d’incontrarlo, tra un festival letterario e l’altro, a Forlì e a Mantova. Quarantanovenne portatore di capelli bianchi, ora è a Roma per il reading di stasera a Massenzio, accompagnato di nuovo da Nayan, il figlio, diventato un dodicenne e sempre tranquillo e bello come un ninnolo prezioso. In contemporanea con il Festival Neri Pozza manda in libreria il suo nuovo romanzo: Il paese delle maree (l’ottima traduzione è di Anna Nadotti, pagg. 460, euro 17,50). Un romanzo fluviale: per l’intrico di storie e personaggi, ma anche in senso letterale, perché è un romanzo acquatico, ambientato nel Sundarban, l’immenso arcipelago che si stende tra il mare e le pianure del Bengala, tra isole dai nomi d’invenzione come Lusibari e Garjontola e altri luoghi, come la città di Canning, esistenti veramente. La protagonista, Piya, bengalese ma cresciuta negli Stati Uniti, è una giovane biologa marina: studia i cetacei ed è arrivata qui in cerca di rare specie di delfini di fiume. Seguendo le sue amate orcelle s’imbatte in alcuni insediamenti sociali che mai ci si aspetterebbe di trovare in questa terra di foresta pluviale con le sue mangrovie, scossa dai cicloni, dove gli abitanti convivono con tigri e coccodrilli. A Lusibari la settantaseienne Nilima Bose troneggia sulla comunità che è riuscita a organizzare: un ospedale efficiente e un’associazione di mutuo soccorso tra donne rimaste vedove (non c’è giorno che una tigre, nell’arcipelago, non divori un pescatore. Nilima ha un nipote, Kanai, che vive a Calcutta ed è diventato un boss dell’interpretariato e della traduzione per la new economy indiana. Kanai è lì a Lusibari per leggere un quaderno del defunto zio Nirmal. E quegli appunti ci restituiscono la vicenda di un’altra comunità, quella di Morichjhapi, un falansterio fondato da alcune migliaia di profughi dal Bangladesh e finito tragicamente sotto l’assedio delle autorità locali. E tra Piya, Kanai, il defunto Nirmal e il pescatore Fokir che intrattiene un rapporto sensitivo con la natura, s’intreccia un coro di culture: comprensioni, agnizioni ai limiti della trance e, fraintendimenti.


Due fulminei accenni, nel corso del romanzo, uno ai call center in cui lavorano molti indiani, l’altro all’11 settembre, ci fanno capire che il contesto è contemporaneo. Per il resto lei, Gosh, ci porta in viaggio in un mondo collocato fuori dal tempo. È un effetto studiato?

Il problema è cosa intendiamo con termini come "attualità". A Roma come a Delhi, nelle metropoli, c’è un tempo che scorre in modo diverso da quello dei villaggi del pianeta dove, certo, esso scorre più lento. Vent’anni fa ero in Puglia e intorno vedevo un paesaggio rurale, con le bufale al pascolo. Poteva sembrare di trovarsi nell’Ottocento, invece eravamo a pieno titolo nel tempo presente. Il problema è che cosa, per noi, contrassegni ciò che chiamiamo "presente". La vita non passa tutta per New York e le Torri.

Il tema dell’ambiente è centrale in questa storia. Perché Piya è figlia dei nostri tempi, è innamorata di quei cetacei da cui ai tempi di Melville si poteva essere solo diabolicamente posseduti. E perché i Sundarban sono un parco protetto, con le sue tigri sotto tutela. Ma il romanzo, la questione ecologica, la rovescia. Lei si chiede: si possono tutelare natura e animali a scapito degli esseri umani?

La tematica ambientale mi tocca profondamente. Ma è scrivendo questo libro che ho cominciato a chiedermi se l’idea dei Romantici tedeschi di fine Settecento, il culto per una Natura svuotata delle presenze umane, applicata oggi ai continenti caldi, non sia distruttiva. E anche un po’ fascista. Le spiego con un esempio. In Tanzania il cratere di Ngoro Ngoro è stato abitato dai Masai per secoli. Lì è nato un parco protetto col sostegno finanziario dell’Europa e, quindi, i Masai sono stati sfrattati. È infausto e innaturale creare degli spazi naturali dove gli esseri umani non possano vivere. Quel parco, poi, si è ripopolato subito dopo, ma di alberghi per i safari park e di turisti bianchi. Così abbiamo fatto una pulizia etnica: abbiamo creato un luogo che risponde al piacere voyeuristico di persone di una classe e un continente diverso da quelli che ci vivevano da secoli, i Masai, e che non erano mai stati nemici della natura. Sul periodo più lungo, poi, siccome viviamo nell’epoca della democrazia, le popolazioni cacciate cercheranno di esercitare pressioni, ci riusciranno e, naturalmente, a quel punto manderanno all’aria le politiche ambientali che li hanno resi profughi.

Gli abitanti dell’arcipelago nutrono per le tigri un reverente terrore: non le nominano neppure. E anche il laico e smagato Kanai quando ne incontra una sviene: è come se lì lui, cittadino occidentalizzato, compisse il suo "passaggio in India" ed entrasse in contatto con la misteriosità del proprio continente. In un altro suo romanzo, "Il palazzo degli specchi", erano, invece, gli elefanti a irrompere seminando suoni agghiaccianti e sconquasso. Cos’è, il suo, un invito a recuperare paura, una rispettosa paura, verso la natura?

Dall’Illuminismo, fenomeno del tutto europeo, è diventata illegittima l’idea di provare timore per la natura. Io penso, invece, sì, che paura e reverenza siano cose buone. Le popolazioni di quelle parti, lo descrivo nel romanzo, quando entrano nella foresta non sputano neppure per terra. Nella foresta non lasciano nemmeno un detrito di se stessi. Per tornare all’Illuminismo, poco dopo lo tsunami del dicembre scorso ero a Calcutta, dove era anche in viaggio Gunther Grass. Lui mi ha raccontato del terremoto che nel 1755 rase al suolo Lisbona e che, mi ha spiegato, con la sua immane devastazione lasciò dietro di sé una scia di terrore pari a quella che in Oriente ha lasciato in dicembre lo tsunami. Oggi noi ci ricordiamo di temere la natura solo quando lei stessa ce lo impone.

Lei si è recato nell’area indiana sconvolta dallo tsunami e ha scritto un reportage. Qual è stata la sua impressione dominante?

Il 25 dicembre ero a Calcutta. Due giorni dopo ero nelle isole Andamane e Nicobare. Mi è capitato di imbattermi in situazioni terribili, ma mai nulla di così devastante. Sembrava fosse avvenuta un’esplosione atomica.

Ha scritto che rispetto a un tifone lo tsunami produce una devastazione in più: perché non è annunciato, arriva del tutto all’improvviso e depreda uomini e donne di tutto, documenti, fotografie. Della stessa identità insomma.

Non è possibile instaurare gerarchie tra catastrofi. In Bangladesh nel ‘71 un ciclone uccise trecentomila persone. La differenza in concreto è che il tifone è localizzato, lo tsunami è esteso. E poi, sì, che la sua repentinità depreda di tutto.

Uno dei suoi avvertimenti ricorrenti è che tra Oriente e Occidente ci siano meno differenze di quelle che riteniamo. In questo romanzo, però, c’è un personaggio, lo zio di Kanai, professore marxista e devoto delle "Elegie duinesi" di Rilke, l’unico libro che abbia avuto soldi per comprarsi e nel quale trova, come fosse la Bibbia, un passo per ogni evento. Lei pensa che un visionario così, e un non consumista così, capace di trovar tutto in un unico libro, si possa trovare nell’Occidente di oggi?

L’Occidente è pieno di gente che, dal Galles all’Umbria, fonda comunità vegetariane. Forse sono i giornali che di questo non parlano. Ed è pieno, l’Occidente, di gente che studia tutta la vita Virginia Woolf e arriva a farsene possedere. Forse la vita letteraria è questo. E Rilke, sono io per primo che trovo sbalorditivo come da un libro scritto cento e più anni fa si allunghi, ogni volta che lo apriamo, una mano che ci tocca. È il miracolo della scrittura.

Intervista di Maria Serena Palieri – L’UNITA’ – 16/05/2005




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