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La Spagna della nostalgia

L'amore è una cosa meravigliosa, ma certe volte è troppo e può fare molto male. "Troppo amore"è il titolo italiano dell'ultimo romanzo di Almudena Grandes. L'autrice de Le età di Lulù voleva dargli questo titolo anche in Spagna - Demasiado Amor - che vuol dire proprio esagerato, eccessivo, ma la ragazza di suo figlio l'ha dissuasa. “Se vedo un libro con un titolo così lo evito” e l'ha convinta. “Nel mio paese - spiega Almudena, in Italia per presentare la sua ultima creatura - questi sono i titoli dei romanzi rosa”. Così ha ripiegato su Castillos de cartón che comunque rende lo stesso l'idea, anzi forse di più perché sgombra il campo dall'etichetta di scrittrice erotica che la Grandes si vede appiccicata anche quando non ne ha l'intenzione.

Il sesso c'è lo stesso, e le audacie, ma nel quadro non solo di un dramma complessivo ma anche di un impeccabile uso del linguaggio e della tessitura letteraria. Almudena Grandes conferma così la sua abilità nel maneggiare senza volgarità anche le scene esplicite senza disgiungerle dal gioco dei sentimenti o talora della fine notazione ironica.

La storia: José, Jaime e Marcos sono tre studenti madrileni di Belle Arti. Hanno vent'anni e grandi speranze quando s'incontrano. E' il 1984 e ha vent'anni anche Madrid. La nuova Spagna del post-franchismo vive una sorta di età dell'innocenza entro la quale i tre protagonisti si sperimentano come artisti, amanti e innamorati. Formano un trio che sembra indissolubile fuori e dentro la camera da letto. Marcos ama José, ma non può o non sa possederla, lei ama Jaime che ha talento di seduttore, e tutti e tre vivono fino in fondo la loro esperienza da novelli Jules e Jim. Saranno la vita, le gelosie e le invidie di mestiere, le solitudini improvvise e l'arrivismo, la genialità disincanta di Marcos che si afferma grande artista e l'attitudine alla corrompibilità di Jaime a dividerli e a frantumare fino alla tragedia il loro troppo amore.

Almudena Grandes, dentro il romanzo c'è anche la "movida" di Madrid, la fotografia di una città che si affacciava a tappe forzate alla modernità.

Quando Franco morì avevo quindici anni, e le memorie di vita della mia famiglia risalivano agli anni Trenta. Il bel passato riviveva solo nei racconti dei nonni, dai nostri genitori invece buio. Come se il tempo si fosse spento. In questo clima io uscivo dall'adolescenza e come i protagonisti del romanzo vivevo un'età dell'innocenza.

Quand'è che José, Jaime e Marcos perdono la loro innocenza?

Quando si rendono conto che il mondo non è il paradiso che si sono costruiti tra quattro mura.

Che peso ha avuto la nostalgia nel romanzo?

Io direi che è un esercizio di nostalgia, perché quando lo scrivevo nel 2003 in pieno strapotere di Aznar, questo mi intristiva molto. Perciò mi è piaciuto rifugiarmi in quella Spagna che rinasceva alla democrazia, ma nel frattempo il mio Paese ha riacquistato dignità, e non solo attraverso la grande tragedia della strage di Atocha, che ha messo a nudo le responsabilità del potere.

Dopo "Gli anni difficili", che la critica ha giudicato il suo romanzo della piena maturità, che cosa l'ha riportata alla misura breve e a protagonisti giovani?

Non ho resistito all'idea di scrivere di un Paese che prima era così giovane e adesso sembrava tanto vecchio. E nel raccontare mi è piaciuto cercare di cogliere il passo del tempo.

Per "Gli anni difficili" si annuncia un singolare destino cinematografico.

Sì, le storie separate dei due protagonisti diventeranno due film diversi, naturalmente con autori diversi. Da non crederci. Anche "Troppo amore" passerà al cinema.

E ora che cosa scriverà?

Sorpresa per i miei lettori: riscrivo "Le età di Lulù", che rimane l'opera che amo di più. Ovvero, poiché scade il contratto di 15 anni con l'editore e quel romanzo ha troppi avverbi che non mi piacciono, li trasformerò in aggettivi, la forma che prediligo. Intanto due mesi fa ho cominciato un romanzo sul tema della mancanza di memoria. Un'assenza che grava troppo sulla Spagna. Un lavoro cui credo molto e per fortuna ho due anni di tempo per costruirlo.

Intervista di Sergio Buonadona – IL SECOLO XIX – 13/10/2004

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