TEATRO

Nella nebbia con Grotowki

1976. Ero molto più giovane e più reattivo, forse. Anche Venezia lo era: c’era più gente per calli e campi, i turisti ancora non facevano paura anche se in un verso, celebre in laguna, di una bellissima canzone di Alberto D’Amico si cantava con gioia settaria “turisti da cu(l)o che schifo che fé”, e non traduco. Comunismo era una bella parola che per quanto ci riguardava voleva solo dire libertà, giustizia ed equità sociale, una specie di discount della dignità umana e Venezia, sicura come una nursery, era piena di bravi comunisti, nelle fabbriche, nei cantieri, nei panifici, tra i gondolieri, tra le donne che ogni mattina facevano la spesa allungando le mani sui banchi di Rialto.

Io ero uno di quei comunisti e lavoravo, come sempre, all’Unità, sotto la guida di Tina Merlin, quella coraggiosa compagna che se fosse stata ascoltata avrebbe salvato la vita ai duemila sventurati ammazzati dal disastro del Vajont e dalle bugie criminali del potere. Si lavorava in cronaca fino a tardi in un bel palazzo che, a Cannaregio, si affacciava sul Canal Grande; la redazione del giornale stava proprio sulla testa del Pci regionale: niente di strano, eravamo l’ “organo”. Poi, me ne andavo a casa di una ragazza piccola e bionda che pareva Bo Derek. Ci restavo, febbricitante, fino a notte fonda. Abitava accanto a Campo Santa Margherita, un vecchio portone che aveva imparato l’arte di chiudersi senza far rumore, per affetto, credo, verso i suoi abitanti; le case di Venezia non sono stupide e hanno la memoria lunga. Minacciava un inverno duro.

Chiusi il portone alle mie spalle e presi all’improvviso a galleggiare nel silenzio più muto e più bianco di tutte le quiete notti veneziane: “nebbia” è poco, era ovatta, spessa, ottusa, fradicia, opalina. Sarei tornato a casa, dietro Piazza San Marco, seguendo una diagonale metafisica e astratta, dimenticando il visibile, dimenticando il ricordo delle case, delle pareti, dei ponti, del già visto.

Nel nulla, solo il ritmo fasciato di bianco dei lampioni a muro, blande aureole biancastre alle pochissime finestre ancora vive, fiato e rumor di passi, i miei. In campo San Barnaba, pochi metri più in là, non ero più solo ed era una notizia, per quell’ora, per quelle condizioni. Conto quattro ombre in quella melassa biancastra; si muovono un po’ a casaccio, poi si fermano all’imboccatura del sottopòrtego del Casìn dei Nobili, un punto certo della mia diagonale notturna.

Uno di loro mi si avvicina mentre esco dallo sfocato assoluto e dice, molto male: “Piazza San Marco?”. Mi vien da ridere e tossisco: sono le due di notte, la città non esiste più, forse San Marco è stata cancellata per sempre dalla faccia della terra e lì davanti a me c’è l’alito di Jerzy Grotowski, il mago della rivoluzione teatrale, che non sa come uscire dal nulla veneziano e ha bisogno di un indice puntato che gli dica: di là. Ma di là dove? Non ce l’avrebbe mai fatta, non avrebbe mai trovato quel passaggio a Nord Ovest che lo avrebbe catapultato dove voleva, in Piazza San Marco.

Lo riconosco perché lo conosco. Magro, barbetta, un po’ curvo, niente allegro, il figlio triste di Merlino. Sta a Venezia da giorni: ha messo in scena per la Biennale Apocalypsis cum figuris in una delle isole abbandonate della laguna che per quell’occasione è stata tirata un po’ su, calce, mattoni e ammazzatopi. E sta conducendo un seminario che durerà un paio di mesi, sempre nell’isola.

Gli chiedo se parla francese, dice di sì e lo racconta felice - si fa per dire - ai suoi, aggiungo che a San Marco li porto io perché è la mia strada. Gli ero diventato, per quel che è possibile, simpatico ma se ne sarebbe pentito, o almeno sarebbe stato tentato di farlo, perché il maestro che non ride aveva chiesto inavvertitamente aiuto a un leale, affezionato rompicoglioni. Liberi di non credere che uno possa tenere parte del suo cervello intasata dall’irritazione prodotta da un genio del teatro che fa il pauperista e poi vende i gadget all’ingresso delle sue performance, ma nel mio caso è la verità. Grotowski non aveva e non ha bisogno di patenti: sta nella storia della cultura europea in un’ottima posizione. È un riformatore, uno che ha spostato il teatro da dov’era, trasformando l’attore in un neurone e la scena in una promiscuità cerebrale attraversata da flussi di energie medianiche.

Il medium era lui. Era, è una strada; solo che allora uno sfavillante neoilluminismo razionalista intrecciato ad un rassicurante materialismo storico illuminava “egemone” anche gli angoli più oscuri della coscienza cercando faticosamente di sfatare la paura e i suoi mostri; mentre Grotowski aveva bisogno del Caos per il suo precoce azionismo e lo stesso rigoroso e iniziatico accesso per il pubblico alla messinscena di Apocalypsis cum figuris pareva un altarino dedicato ad un esoterico culto romantico fondato sul non-conoscibile-ma-esistente, una specie di dio naturale ripescato da una nebulosa pre-hiperboreana. Hanno ragione quanti nel corso degli anni seguenti hanno osservato come tra una parte considerevole della sinistra e il mondo di Grotowski esistesse all’inizio una scomoda frizione poco e male espressa. A sinistra restava, nonostante l’ammirazione per la tecnologia teatrale condensata dal medium, una sincera perplessità ideologica. Io ero perplesso. Per di più, mi aveva irritato il banchetto di gadget allestito dalla compagnia del regista polacco all’ingresso dell’isola; non capivo il legame tra quella sacrale anabasi che trascinava pochi e prenotati spettatori nel cuore della laguna più disperata, col buio, e quel merchandising da mercatino rionale. Dico tutta la verità: non capivo ma mi rassicurava quella venuzza commerciale che violava la trasparenza di quella mistica pelle; in fondo, portava laica aria di casa. Il grande Jerzy era lì, davanti a me, in una notte in cui io ero per ventura la sua guida; ero perplesso e avevo un “pacco” per lui, casualmente.

“Sono un giornalista”, dico a Grotowski che mi aveva appoggiato una mano sulla spalla umida di nebbia. “Hai, hai”, sbotta e traduce ai compagni che ridono. “E ti conosco, so chi sei, che ci fai a quest’ora di notte in giro per Venezia?”. Avrei potuto chiedergli, da idiota, “visto che nebbia?” e sarebbe stato lo stesso: iniziava il disarmo. Avvicinarlo è stato come quando nell’Uomo senza qualità Arnheim tocca la spalla del nostro Ulrich. L’aggressività se n’era andata lasciandomi solo, in compagnia delle imbarazzanti macerie di un castello di critiche che mi apparivano, ora, all’improvviso, un po’ stupide e un po’ isteriche. Avevo accanto un uomo buono, un uomo di questa terra, non il sacerdote di un rito neogotico uscito da un noir di Dashiell Hammet. Non solo; il mio equilibrio emotivo era già incrinato quando Jerzy, il Pugile Immobile, mi sferra un colpo durissimo: “Tu sei dell’Unità. Bel giornale, comunista. Anch’io sono comunista, quando sono in Italia. Non quando sono in Polonia, lì non è proprio possibile”. Lo avrei abbracciato, nemmeno io sarei stato comunista in Polonia. Forse non avevo capito niente, ma mi dovevo pur qualche cosa. Infatti, volo bassissimo e mentre beviamo a turno da una fontana sudata chiedo: “Senti, ti pareva proprio il caso di mettere quel trabiccolo di gadget all’ingresso dell’isola?”. “Hai ragione, non ero d’accordo ma la compagnia è senza una lira e quel materiale costa, noi non diventiamo ricchi, lo sai. Ma forse è davvero meglio toglierlo da lì”.

Non c’era niente di oscuro in lui, non c’era traccia di quel nucleo minaccioso che dovrebbe testimoniare un’intelligenza devota all’impenetrabilità del caos. Era tormentato, come altre persone di grande ingegno trascinate nella vita da monomanie irrefrenabili. Mi venne in mente Julian Beck, il fondatore del Living Theatre, che avevo avuto la fortuna di conoscere; anche con lui avevo trascorso del tempo dicendo di questo e di quello, di teatro e di vita con la passione e l’irruenza che animavano gli anni Settanta; anche di Beck avevo pensato: questo vola, infilarsi le ali in dotazione e reggersi agli appositi sostegni. Beck era uno splendore di essere umano, un’anima adorabile; Grotowski, in quella notte veneziana in cui vedere era un’ipotesi sfocata, mi appariva la conferma che i maestri del teatro catturano davvero le stimmate dell’umanità con il divino compito di restituirle a quella parte del nostro cervello che può venirne a contatto soffrendone ma senza morirne, perché aumenti il nostro livello di consapevolezza, affinché ci svegliamo dal sonno indotto della vita. E per Grotowski, la stimmata era il corpo; la mente era corpo e il corpo era spirito, energia, e il suo teatro gli dava la sveglia.

Eravamo arrivati in Piazza San Marco, ma non cambiava granché rispetto alle sinusoidi percorse lungo calli strette un paio di metri; soltanto, il nulla bianco, lo si avvertiva, aveva un respiro più profondo, scandito dalla campana che rintocca in Bacino di San Marco quando i bimbi dicono: “Questo xé caigo, mama” (il “caigo” è la nebbia dura), e le imbarcazioni perdono del tutto l’orientamento. Niente Basilica, niente Procuratie, niente campanile, niente di niente. Solo le sedie di metallo dei grandi caffé spenti e nessuno. Tranne noi. “Magnifico - suggerisce Grotowski - ti va di sederti qui e continuare a parlare?”. Cancellato lo spazio, perché non cancellare il tempo? Restai su quelle sedie e ritrovai il malandato filo dei miei pensieri. Gli dissi quel che mi stava a cuore: che tutta la sacralità imposta attorno al suo spettacolo non mi sembrava altro che un trucco suggestivo destinato a manipolare lo spettatore, che il suo teatro tendeva a chiudersi in una dimensione autistica, che l’aura medianica attorno al suo lavoro evocava diffidenze piuttosto che relazioni. Non gli avevo raccontato ciò di cui ero certo, ma solo ciò che temevo. Non era un trucco ma un training e così andava letto per essere compreso e accettato responsabilmente; che ciò che io chiamavo “autismo” era uno dei piani del fare, utile al fare teatro; che il medianismo era solo una formula appiccicatagli da altri e che forse “psichiatrismo” avrebbe potuto meglio definire, pur senza risolverla, quell’aura. Lui rispose più o meno così. Spero che nessuno studioso grotowskiano si inferocisca per quel che ho riferito: non ho registrazioni e, se ricordo, nemmeno testimoni così ravvicinati. Lo salutai quasi all’alba. Apocalypsis cum figuris fu l’ultimo spettacolo messo in scena dal maestro polacco. Non per colpa mia: semplicemente abolì la struttura spettacolare e ricondusse il suo lavoro interamente al fare il teatro, in una sorta di iniziazione infinita senza finestre.

Toni Jop – L'UNITA' – 22/08/2004