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Cartesio? Un poeta

La voce poetica più importante nella Germania di oggi viene dall'est. Durs Grünbein è nato a Dresda nel 1962 e si è trasferito a Berlino (est) dove da allora vive, nel 1985. Già i titoli dei suoi poemi – come Lezioni sulla scatola cranica – sono anomali. La struttura del Dna, la massa cerebrale o la fontanella sono infatti per il poeta tedesco fonte di ispirazione e riflessione. Visto che Grünbein riporta la poesia lì dove i classici, da Lucrezio a Dante, l'avevano lasciata: al punto di congiunzione fra scienza e riflessione filosofica. E' da questa “nuova sintesi” che nasce in Grünbein l'amore per l'inventore del “Cogito ergo sum”. Il principio su cui Cartesio ha fondato la cultura tecnico-scientifica dell'Occidente. Che a sua volta su altro non si basa che Sulla neve. S'intitola così un poema che Durs Grünbein ha dedicato al filosofo del Discorso sul metodo. E che in 42 canti, a partire dall'inverno del 1619 trascorso da Cartesio in Germania, ricostruisce la gelida origine del moderno razionalismo. “Partorito fra distese di neve, sogni e visioni dell'isolato filosofo ed il lungo massacro della Guerra dei trent'anni”, come ci spiega il poeta in questa intervista esclusiva. In cui Grünbein rimonta, alle spalle di Cartesio, all'origine di buona parte della letteratura moderna: ai drammi cioè e alla filosofia stoica di Lucio Anneo Seneca (di cui Grünbein ha tradotto in tedesco il Tieste). “La voce più potente, ma alla fine perdente, all'interno dell'Impero”, come Grünbein dice di Seneca. Ne nasce così una lunga passeggiata che, dall'origine della Modernità, riporta ai punti cruciali della tensione fra canto poetico, astrazione filosofica e scientifica e la crudeltà di fondo dell'eterno di fondo dell'eterno Impero, il dominio politico di ieri e di oggi.

Perché il suo poema dedicato proprio a Descartes, Grünbein?

Riscoprire Cartesio significa per me, prima di tutto, fuggire della asfittica prigione della letteratura del presente. Aprirsi ad un colloquio con lui significa anche portare avanti il proprio auto-isolamento poetico. Cartesio è infatti non solo il più frainteso dei filosofi della modernità.

Frainteso da chi?

Il primo a fraintenderlo fu il suo contemporaneo Leibniz che inizia ciò che l'idealismo portò a termine: e cioè congelare Cartesio come il momento pre-dialettico, freddamente razionalistico del pensiero. Come poeta dovevo dunque riscongelare un filosofo esiliato dall'idealismo tedesco e riscoprirlo nel momento massimo del suo auto-isolamento esistenziale.

Si riferisce alle condizioni di estrema solitudine in cui progettò, nel 1619, il suo “Discorso sul Metodo”?

Certo, quello è uno dei momenti più creativi in assoluto dell'intera storia della filosofia. Un filosofo infatti è giunto al punto-zero del pensiero: ha gettato radicalmente alle spalle ogni forma del sapere -teologico, metafisico e pseudoscientifico – tradizionale. Ed è lì in una capanna vicino a Ulm a chiedersi a cosa la sua coscienza può ancora appigliarsi.

Cosa l'affascina tanto nella situazione-limite in cui Cartesio scrive il “Discorso”?

Il fatto che questa scena-madre in cui sorge il discorso moderno dell'Occidente ha qualcosa di misticamente orientale. E Cartesio, nel momento in cui lavora al Discorso, ha il fascino del puro monaco buddista.

Vuol dire che il razionalismo moderno nasce per ispirazione mistica?

Voglio dire che Cartesio demolisce le vecchie ed erige le nuove fondamenta del pensiero – cioè il cogito ergo sum .- in un momento di assoluta solitudine. Sta qui l'aspetto, più che mistico, poetico della vita e del pensiero di Cartesio.

Cosa ha a che fare la “matrice” cartesiana del sapere tecnico-scientifico con l'arte e la poesia?

Queste nette dicotomie sono per me retaggi di una tradizione fondamentalistica: non riesco a capire né la posizione aulica di un George che, negli anni '20, rifiuta ogni contatto con le scienze del tempo. Né il verdetto di un Heidegger per cui “la scienza non pensa”. Alla fine del XX secolo la poesia deve aver superato il suo fondamentalismo antiscientifico.

Per riscoprire in Cartesio il suo nuovo dio?

Per riscoprire piuttosto, come è evidente nei presocratici Parmenide ed Eraclito, la comune fonte del pensiero e della poesia.

Perché ha intitolato il suo poema cartesiano “Sulla neve”?

L'inverno è la stagione filosofica per eccellenza. E la neve è l'elemento che al meglio corrisponde al doppio processo cartesiano della tabula rasa, da un lato, e della razionale cristallizzazione del pensiero moderno. Come dopo una nevicata notturna, ecco così spunta nella mente di Cartesio l'alba del pensiero moderno.

Lo stesso Cartesio racconta nel “Discorso” di quel fatale inverno passato in Germania: la ragione, come diceva Hegel, nasce davvero al Nord?

La ragione cartesiana in ogni caso dev'esser stata stimolata dall'astrazione delle forme coperte dal manto di neve. Il mondo appare allora al filosofo come pura costruzione geometrica: ecco perché il metodo cartesiano è come inscritto nella purezza della nave.

E' un puro caso che la “razionalistica” neve sorprenda Cartesio proprio in Germania?

L'inverno bloccò il soldato filosofo francese in Germania per pure caso. Si trovava a Francoforte per l'incoronazione di Ferdinando II. La relazione Cartesio-Germania però, per la coltre di gelo su lui stesa dall'idealismo, non è del tutto casuale: nulla è più stridente del contrasto fra Cartesio ed il pensiero speculativo tedesco.

Strano che il razionalismo moderno, tutto metodo e geometria,nasca nel pieno della Guerra dei trent'anni, non trova?

Tutte le deformazioni del nostro carattere rimontano alla peste di quella guerra religiosa mai davvero debellata nell'anima tedesca ed europea. Il contrappunto di razionalismo cartesiano e guerra religiosa è in effetti, l'aspetto più attuale del mio poema.

In che senso, Grünbein?

Il modello “molecolare” della Guerra dei trent'anni, dopo i due mastodontici conflitti mondiali, è la forma-base dei conflitti religiosi che stiamo ormai vivendo, dai Balcani al diffuso terrorismo, su scala globale.

Torniamo alla cartesiana neve. James Joyce scelse il napoletano Vico- acerrimo nemico del francese – come patrono della sua poetica. Il canto poetico, da Goethe in pii, non nasce al sud?

Ma il padre del moderno razionalismo è uomo del sud! L'intellettuale barocco Cartesio non ha mai smesso di leggere e comporre poesie: l'ultima, un Libretto sulla pace di Westfalia. E che muoia stroncato dalle alzataccie all'alba nella fredda Stoccolma – lui che come Oblomov ha trascorso metà della vita a letto – è la tragedia del romanzo della sua vita.

Insomma, lei vede nello spazio puro, nell'incanto delle neve, non solo l'origine del metodo scientifico ma anche del sogno poetico?

Lo stesso Cartesio non ha difficoltà ad ammettere che il suo Discorso nasce da visioni e sogni. Due elementi che oggi abbiamo regalato alla psicoanalisi o alla religione, ma che per Cartesio – inventore dell'Io moderno – sono all'origine del suo pensiero e, come Beckett ha sottolineato, decisivi nella sua vita.

L'autore di “Godot” era attratto però soprattutto dal maniacale isolamento di Cartesio...

Cartesio è solo in quanto stella polare della filosofia. Anche in questo la sua posizione estrema ricorda quella del poeta: la condizione di fondo di ogni vera poesia è infatti l'auto-isolamento di chi la produce.

Che ci trova un poeta di così intimamente vicino nello speculativo Io di un filosofo?

I due massimi poeti a cui mi ispiro, Dante e Ossip Mandelstam, son stati spinti dall'impulso di cancellare la differenza che separa la poesia dal pensiero. Sa come il grande Mandelstam chiamava il Maestro della Divina Commedia?

Ce lo dica lei Grünbein...

Per il poeta russo il fiorentino era “il Cartesio della metafora”. Nulla è dunque estraneo alla poesia: la nostalgia in essa del pensiero e delle scienze è almeno tanto forte quanto quella sentita da un Heinsenberg, alla fine della sua vita, per la poesia.

Insieme a Cartesio, si è occupato di recente anche di Lucio Anneo Seneca. Della cui opera in una sua poesia scrive: “Un monumento di frasi che annunciava: io sono solo”. L'estrema solitudine è condizione di pensiero e poesia sia nel moderno Cartesio che nel latino Seneca?

Certo, solo la solitudine dell'Io è un certo momento di certezza nel linguaggio. Non a caso un poeta come Novalis pensava che nel momento in cui si parla della poesia essa sfugge: sappiamo cos'è, ne sentiamo cioè musica ed ispirazione, solo nel monologo interiore.

E che cosa le dice oggi il dialogo con la voce di Seneca?

La sua voce è polifonica: Seneca è il filosofo stoico e l'uomo di stato, ma anche il drammaturgo e il poeta. E' la schizofrenia pura: il filosofo che condanna il furore poetico e che scrive al contempo una sublime Medea o una grandiosa lettera all'imperatore.

Ma qual è il passaggio segreto che da Cartesio la porta a Seneca, e viceversa?

Cartesio è il protagonista della filosofia moderna. Il suo pensiero ha inventato la figura del Soggetto su cui riposa l'intera modernità. Seneca invece è il problema del pensiero e della poesia nell'ambito dell'Impero. E' la voce intellettuale che si dirama da duemila anni dal centro di una enorme struttura politica sino ad oggi nevralgica.

L'attualità di Seneca consiste nei suoi tragici rapporti con l'impero romano?

L'impero è una costruzione storica il cui fine specifico è plasmare masse di sudditi. L'impero ha una sua lingua e una sua missione storica a cui tutti sono soggetti: in tal senso, la Roma di Seneca e gli Stati Uniti di oggi con i loro alleati, sono due forme analoghe di Impero.

E qual è il ruolo dell'intellettuale Seneca nella rete imperiale?

Il suo destino, anche come uno degli uomini più ricchi dell'Impero, è quello di coniare la morale romana, per diventarne alla fine la grande vittima sacrificale. Tutte le contraddizioni che un Gramsci scoprirà più tardi nella figura dell'intellettuale sono in realtà già preformate nella biografia e voce di Seneca.

Veniamo ora alla morale di Seneca: quali i suoi precetti e per chi sono oggi attuali?

L'assoluto rigore ed astinenza richiesti dalla morale stoica son come fatti oggi per falchi del calibro di un Rumsfeld. O per topo manager del mercato globale che devono dominare prima di tutte le proprie passioni per meglio controllare gli altri. E' paradossale: ma oggi Seneca è il metro dei pochi ricchi e potenti, e non dei tanti che, come ancora sentiva Montaigne, più lo dovrebbero leggere per consolarsi: i molti la cui vita è perpetuo fallimento.

Anche l'inflessibile morale stoica, il mitico Saggio tutto d'un pezzo, è dunque specchio dell'Impero?

Certo, l'incolmabile distanza fra Atene e Roma sta proprio nella cruda e crudele accettazione, da parte del saggio romano, della realtà della dittatura. E' questo spietato realismo di Seneca che colpì un suo ammiratore come Rubens: e che ci riporta dritto alla meccanica analisi delle passioni di Cartesio. La fredda geometria delle passioni in Seneca, finalizzata al controllo autocratico del Saggio, è impensabile nel cosmo greco.

Alla stessa conclusione arrivò Foucault nel suo ultimo saggio dal sintomatico titolo “La cura di Sé”. Cosa ha scoperto allora davvero Seneca?

Seneca ha scoperto per primo che l'Impero è in noi, è dentro di noi. Rivelando così, molto prima di Joseph Conrad, la potenza ma anche tutto il fascino della crudeltà del potere. Nei suoi drammi è l'assoluta tenebra degli istinti primordiali ad emergere ed occupare il centro dell'uomo e delle società.

Da queste tenebre di Seneca, che fine fanno i progetti illuministici, da Rosseau a Marx, di riformare l'uomo e la società?

Fanno una brutta fine, come vediamo chiaramente oggi. E' questa la più importante e dolorosa, lezione etica e politica del realismo di Seneca. Ma, ripeto, non è certo l'unica della sua polifonica voce.

Quale altra le sembra altrettanto importante?

Se Cartesio è il padre del pensiero moderno, padre dell'intera letteratura moderna è invece Shakespeare. Che nei suoi drammi si dimostra non a caso un ottimo scolaro di Seneca. Esattamente come dopo di lui il nostro Kleist.

Intervista di Stefano Vastano – L'UNITA' – 03/12/2004




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