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Un cuore di pietra in un corpo di cane

Pedro Juan Gutiérrez, ha sempre molte difficoltà, diciamo burocratiche a lasciare Cuba per accompagnare i suoi libri in giro per il mondo, ma è anche uno che non accetterebbe mai l'esilio lontano dalla sua gente e dal suo paese, per cui è una sorta di avvenimento averlo avuto al Festivaletterature e poi a Roma. Gutiérrez a cinquantatré anni è il più significativo scrittore cubano e non solo della sua generazione, è il romanziere di una Cuba affamata, stracciona e prostituta che rinuncia alle speculazioni sul suo futuro perché troppo occupata dalle urgenze del presente, in cui tutti rincorrono qualche agognato dollaro e dove solo il sesso e la musica rendono tollerabile la giornale. Scrittore di corpi sfrenatamente tesi al soddisfacimento di ogni piacere possibile dentro un'Avana diroccata e invasa dai tanti disperati arrivati dalle campagne – ma anche dai milioni di turisti a caccia di tipicità caraibiche e sesso facile – Gutiérrez col suo ultimo Carne di cane chiude il “Ciclo di Avana Centro”, cominciato col primo successo della Trilogia sporca dell'Avana nel 1988. In Carne di cane, libro asciutto e lirico di ficcante effetto, la bella giornata” cubana tutto mare, sole, sesso, musica e rhum vira sempre più verso il malinconico, il nero, avviluppata da un esistenzialismo cinico, un mondo dove anche i bellissimi corpi cominciano a disfarsi, a imputridirsi e a non promettere più le salvifiche scopate di ieri. Insomma a Cuba anche a giudicare dall'osservatorio dei libri di Gutiérrez sta cambiando qualcosa, e deve cambiare, aggiungiamo, ma non chiedetelo a lui, non ne ama parlare almeno nelle interviste, ed ha ragione qua e là nei suoi libri ci sono più indizi di questo malessere che accoppiamenti sessuali, e non è poco davvero.

Gutiérrez mi pare che il suo alter ego Pedro Juan in questo “Carne di cane” sia più malinconico del solito, più isolato anche dal chiasso dell'Avana, in cerca – come dice un racconto – di solitudine e silenzio. Cosa gli è successo?

Questo cambiamento verso la malinconia e la solitudine deventa evidente a partire dal libro Animal Tropical. Il Pedro Juan della Trilogia sporca dell'Avana era un sopravvissuto, superstite, un uomo affamato. In Animal Tropical comincia invece già a vivere la sua vita interiore. Questa linea si accentua nel libro Insaziabile Uomo Ragno precedente a Carne di cane e che spero venga presto tradotto ij Italia.

Mi pare che Pedro Juan pur facendo sempre le solite cose a cui ci aveva già abituato: sesso, bevute e ozio, fa però molte più riflessioni sul suo stare al mondo, a volte ha come paura di questo costante ascoltarsi e perciò vorrebbe costruirsi un cuore di pietra, un solido cinismo contro il fuori che non gli piace affatto. Forse teme che nella sua Avana prima o poi accadrà qualcosa di molto importante, u grande cambiamento, e non ne vuole sapere nulla?

E' totalmente vera quell'affermazione del solito cinismo verso l'esterno. Il personaggio si sente totalmente ingannato, sconfortato da quanto succede attorno a lui e sente di non avere la situazione in pugno. E quindi per non cadere in una totale depressione cerca di costruirsi un cuore di pietra.

In “Carne di cane” sparisce l'Avana delle masse di jeneteras, truffatori, turisti e disperati per lasciare posto a singoli individui. Come se il panorama delle sue storie si fosse fatto più asciutto, meno affresco e più iperrealismo. Una soluzione più carveriana, mi pare. Cosa ne dice?

Credo di sì, che si tratti di una trovata alla carveriana. Raymond Carver mi piace molto, ammiro le sue soluzioni tecniche, il modo di sottointendere le cose senza specificarle specificamente. Inoltre se il personaggio di Carne di cane rimanesse uguale a quello della Trilogia sporca, oggi sarebbe completamente schizofrenico. E sospetto che anche l'autore sarebbe schizofrenico.

C'è un racconto, “Infedele fino alla morte”, che è tra i momenti migliori non solo di questo libro: Pedro Juan va al mare presto, fa il bagno, osserva un uomo solo che piange sulla spiaggia, guarda un preservativo da poco buttato è gremito da migliaia di formiche, la vita è una commedia si ripete andandosene verso casa. Meno di tre pagine, rarefazione, essenzialità e misura. Quanto sottrae, lima di quello che scrive?

In sostanza allo stesso tempo limo molto di quello che scrivo e sottraggo molto poco, come faccio? Penso molto prima di scrivere. Strutturo nella mia testa quasi perfettamente ogni racconto e così il momento della scrittura è come l'orgasmo, dura pochissimo, tutto è già pronto. Dopo però viene la parte artigianale. Credo che carne di cane, così come L'insaziabile uomo ragno, sia un libro di atmosfera, di universo. Alcuni racconti esprimono tutto, non per quello che succede, ma per ciò che è implicito nell'atmosfera che vi viene raccontata.

Uno dei pochi momenti in cui in “Carne di cane” si esce dal dualismo tra il narratore e i personaggi che lui incontra di volta in volta è nella breve annotazione sull'attacco alle Twin Towers visto da Cuba, disarmante ed esilarante allo stesso tempo. Fu veramente così in quei giorni, come si guardava agli Stati Uniti?

Sì, il riferimento a quella giornata è totalmente vero. E' un passeggio che mi ha raccontato mia figlia e accadde nel quartiere dove vive lei, è assurdo ma fu proprio così tutti si aspettavano, o fingevano di aspettarsi un attacco americano a Cuba.

Pensa mai che proprio la porzione di mondo che lei racconta, Cuba e cubani, non possono leggerla liberamente, specchiarsi o rifiutarsi nelle sue storie. Che impressione le fa tutto questo?

Uno scrittore è sempre solo, soprattutto se vuole essere se stesso, e si compone di sé e delle circostanze che lo circondano e quindi è costretto a usare questa materia prima. Quando ho cominciato a pensare di diventare scrittore, avevo circa 18 anni e la mia idea fondamentale era scrivere quello che nessuno scrive, avere le palle sufficienti per fare questo. Io sono così anche nella mia vita privata. Mi dà molto fastidio l'ipocrisia. Non so scrivere in un altro modo, scrivo nello stesso modo in cui vivo. Insomma non penso molto alla circostanza che a Cuba non è facile leggermi e quindi apprezzarmi o rifiutarmi.

“Io non scrivo mai contro o a favore di qualcuno. Semplicemente scrivo e utilizzo il materiale disponibile. Quello che al momento ho sottomano”. Quanto lei scrive nel libro. Le piacerebbe, a volte, essere un altro tipo di scrittore più svincolato dl reale?

Non mi interessa essere uno scrittore svincolato dal reale. Oggi la realtà dei cubani è molto violenta, aggressiva e crudele. Se sei nell'occhio del ciclone, è impossibile guardare il cielo blu e gli uccellini che cantano.

Lei ama Capote, Hemingway, Faulkner, Salinger, Carver, Kafka e i suoi connazionali Lezama Lima e Carpentier. E ha sempre rifiutato l'accostamento a Charles Bukowski. Ne è proprio convinto? Non penso solo al fatto che voi scriviate di sbronze, di sesso e di marginalità, mi riferisco alla capacità per esempio di saper cogliere con sarcasmo certa disperazione quotidiana e senza prospettiva, all'attrazione per le donne, anche di quelle non bellissime, in cui riuscite a far vedere un tratto fisico e caratteriale che ancora le rende desiderabili, e poi gli stessi magnifici dialoghi a due, un'attrazione per un esistenzialismo narrativo. Insomma, forse Bukowski un po' le somiglia, o no?

Ha ragione. Credo che io e Bukowski ci assomigliamo un po'. Ma mi piace sempre dire il contrario di quello che dicono gli altri. E per questo se mi paragonano a Bukowski dico che non assomiglio a lui.

Intervista di Michele De Mieri – L'UNITA' – 10/09/2003




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