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La mia Germania di seconda classe

Delle vecchia guardia letteraria dell'ex-Rdt, dopo la scomparsa di Stefan Heym ed Heiner Müller, è rimasto ben poco. Anche la regina delle belle lettere dell'est, Christa Wolf, dopo lo scandalo della sua collaborazione con la Stasi, s'è chiusa in un quasi ermetico silenzio. Solo Christoph Hein, nato in un paesino della Slesia nel 1944, cresciuto in Sassonia e rimasto nel 1961 intrappolato a Berlino-est, continua a produrre grandi romanzi. Il suo primo – L'amico estraneo – uscì censurato nella Rdtm, e protetto da un altro titolo all'ovest. Nel 1985, con La fine di Horn, inizia quella serie (autobiografica) sulla vita quotidiana in un paesino (inesistente) dell'ex-Rdt che culmina solo oggi con Landnahme (La conquista del paese), Suhrkam, € 19,90. Le 350 pagine del romanzo sono sicuramente il capolavoro del 59enn Hein. Tornato con la nuova opera su uno dei più cruciali temi della storia tedesca: il dramma di quei quattro milioni di tedeschi scacciati, nel dopoguerra, dalle regioni all'est della Slesia o Pomerania. “E mai veramente integrati, all'est come all'ovest del paese, nella Germania del dopoguerra”, come dice lo scrittore in questa intervista. Che nel suo avvincente romanzo racconta, a partire dagli anni '50, le disavventure del ragazzino Bernhard Haber e della sua famiglia di profughi. “Storie quotidiane di tedeschi di seconda classe”, come le chiama Hein, appena sbarcati dalla Slesia nei dintorni di Lipsia all'epoca del regime comunista (prima di Walter Ulbricht e poi di Eric Honeker). Una vita di stenti ed umiliazioni, descritta da Hein con una lente particolare: tramite le testimonianze di cinque conoscenti del taciturno Bernhard. Ne viene fuori, dai banchi di scuola nella ex-Rdt alla vita quotidiana nel regime comunista sino al crollo del Muro nel 1989, uno dei più precisi ed affascinanti romanzi sinora scritti sulla storia tedesca dell'ultimo mezzo secolo.


Come mai, a partire da Gunther Grass sino al suo romanzo, tutto questo interesse per gli espatriati nella letteratura tedesca?

Tutti i libri sinora scritti sull'espatrio dei tedeschi dall'Est-Europa trattano delle immediate conseguenze della guerra fascista. Il mio romanzo no. Io parlo del modo in cui gli espatriati, polacchi-tedeschi di seconda classe, furono accolti nella Germania del dopoguerra. Racconto insomma, senza troppo ideologia politica, storie di miseria quotidiana sofferte allora dai più miseri di tutti, gli espatriati, i profughi.

Non è stata sempre la destra tedesca, in particolare la Csu bavarese, ad occuparsi dei destini dei tedeschi espatriati?

Certo, in Germania-ovest è sempre stata la destra a cercare con questo delicato tema soprattutto il voto degli espatriati. E ciò anche negli anni Novanta quando dalla Russia emigrarono nella Germania riunificata i cosiddetti “tedeschi del Volga”. La mia letteratura però non ha nulla a che fare con questa opportunistica ricerca del voto da parte delle destre. Né vuole, come i più recenti romanzi sul tema, essere in alcun modo political correct.

Lo storico Jörg Friedrich ha pubblicato l'anno scorso un bestseller sul bombardamento delle città tedesche da parte degli Alleati: i tedeschi, civili bombardati o espatriati , si sentono oggi vittime della guerra?

E' vero che in questo dibattito storico si ha l'impressione che siano sempre gli altri – l'aviazione degli Alleati o i russi o polacchi – a commettere crimini contro i civili tedeschi. Nel mio romanzo non dispenso alcuna assoluzione ai tedeschi, né fomento avversioni contro gli altri. Mi limito a ricordare e descrivere come i tedeschi si son comportati fra di loro nel dopoguerra, punto. Ed è proprio quest'altra “memoria” delle sofferenze ed umiliazioni subite dagli espatriati ad essere importante oggi.

Perché proprio oggi, Hein?

Perché a partire dalla riunificazione del paese nel 1990 si fanno risentire i vecchi nazionalistici anche qui in Germania. Per decenni i tedeschi si sono identificati solo ex negativo, come coloro che nel passato hanno perpetrato il crimine dell'Olocausto. Oggi invece i tedeschi sono alla disperata ricerca di nuovi riti d'identificazione nazionale. E' per questo che il governo-Schröder insiste tanto per ottenere il seggio alle Nazioni Unite o invia comunque nel mondo la Bundeswehr. A quanto pare, l'uomo ha bisogno a tutti i costi di questo mitico calore nazionale, e noi tedeschi probabilmente più di tutti gli altri in Europa.

Si parla molto dei costi materiali della riunificazione tedesca. Quanti alti sono invece i “costi” per ricostruirsi in Germania una positiva, nuova identità nazionale?

Sono molti alti, soprattutto se si finge di dimenticare che ogni storia e passato – non solo quelli di noi tedeschi – non poggia su altro che su un continuo ed inevitabile processo di revisione e falsificazione della storia stessa. E' fantastico vedere come tanti italiani credono alle menzogne raccontate allegramente da un Berlusconi, o tanti russi alle mirabolanti gesta di un personaggio come Putin. Ed è tragico vedere come oggi l'Europa dei politici, come un grande gabinetto del Dottor Caligari, si sta in tal senso berlusconizzando.

E qual è la sua interpretazione, Hein: come mai cioè tanta gente crede, oggi più che mai, alle magie e bugie dei politici?

Sono convinto che per la maggior parte della gente vivere senza un Dio ed affidarsi al lume della sola ragione è la cosa più difficile che esista. Quanto più facile invece per la stragrande maggioranza della gente credere alle frasi trite e ritrite dei politici! Sono loro i veri professionisti delle illusioni quotidiane.

Lei, Hein, ha vissuto e scritto nella ex-Rdt. Come funzionava, a proposito di magiche illusioni politiche, il gabinetto della propaganda ideologica nell' “altra Germania”?

Il bello è che non funzionava affatto o solo in modo più che dilettantesco. Se nel quotidiano del partito c'era scritto a caratteri cubitali che la terra è tonda, ebbene allora tutti nell'ex-Rdt sapevano con certezza matematica che essa è piatta. Il crollo della Rdt si deve anche al fatto che, al contrario dei professionisti della propaganda del Terzo Reich, quelli al potere a Berlino-est erano degli sciatti pivelli dell'ideologia, dei blandi materialisti senza alcun senso per l'estetica del rito.

Nei suoi romanzi è molto celebrato invece il rito dell'iniziazione sessuale. Non è un tema un po' anomalo per la letteratura tedesca in genere e per la cultura protestante in specie?

Un importante funzionario del regime – Honecker mi confessò una volta che alle parate dell'ex-Rdt, nonostante tutto lo sfoggio di bandiere rosse e fanfare militari, mancava proprio lo sfarzo barocco e l'incenso delle cerimonie cattoliche. Ecco, anche a molti romanzi tipicamente tedeschi manca questo ingrediente essenziale dello sfarzo della vita. E quel sale di ogni vera letteratura che è il senso del proibito, il tipico incenso sparso nella cultura cattolica. Sono i due ingredienti che cerco sempre di far vivere nelle mie pagine.

Scusi Hein, ma suo padre non era un pastore protestante?

Sì, ma la diversità della mia letteratura rispetto a quella tradizionalmente tedesca dipende da una serie di dolorose circostanze biografiche. Prima e dopo dell'epoca del Muro, io sono sempre stato e rimasto un outsider. Per i tedeschi in genere, sia dell'est che dell'ovest, ero un outsider perché figlio di espatriati. Per quelli dell'est, in particolare, in quanto figlio di prete; mentre per quelli dell'ovest in quanto povero”Ossi”. Dopo il 1961 poi mi son ritrovato chiuso dal muro a Dresda dopo essere fuggito a Berlino-ovest per studiare in un liceo. Ecco, sono tutte queste contingenti disavventure che hanno fatto in fondo la fortuna della mia letteratura.

Quale fortuna, Hein?

Quella di non credere in nessuna ideologia, che è il vero bastone fra le gambe della letteratura. E' questa la disgrazia principale della nostra letteratura tedesca: che ha il vizio di non raccontare, ma predicare dall'alto sulla vita. Abbiamo avuto però anche in Germania un'eccezione come Johann Peter Hebel che ha raccontato storie favolose sulla vita quotidiana dei tedeschi. Ed Habel era, come dire, un altro outsider, per così dire un eccezionale figlio di prete protestante.

Intervista di Stefano Vastano – L'UNITA' – 20/11/2004




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